A Marrakech, dove le parole aprono il mondo
Il Festival del Libro Africano torna per la sua quarta edizione: non solo incontri e autori, ma uno spazio in cui la letteratura prova ancora a immaginare ciò che il presente fatica a dire
Di Karima Moual
Da Marrakech
Sono tre anni che seguo questo festival. E ogni volta torno con la stessa sensazione: che qui stia succedendo qualcosa che altrove si è perso.
Non è solo una questione di libri, né di autori. È il modo in cui si usano le parole. Qui non servono a riempire. Servono a capire dove siamo.
Marrakech, in questi giorni, ha un altro ritmo. Non è quello del turismo, né quello distratto delle cartoline. È un ritmo fatto di voci, di lingue che si intrecciano, di parole che cercano spazio.
Il Festival del Libro Africano ( Flam) apre di nuovo le sue porte, e lo fa senza clamore, ma con una densità che negli anni è diventata riconoscibile. Non è un evento che si impone. Si costruisce, piuttosto, come un luogo in cui tornare.
All’origine c’è un’intuizione precisa, quasi ostinata: creare uno spazio in cui le letterature africane e delle diaspore non siano invitate, ma centrali. Non un margine da includere, ma un punto di partenza.
È lo spirito con cui Mahi Binebine, insieme ad altri promotori, ha dato forma a questo progetto. Un’idea semplice e radicale allo stesso tempo: fare del festival non solo una vetrina, ma un luogo in cui le storie circolano, si confrontano, si trasformano.
Un luogo dove l’Africa non viene raccontata. Si racconta. Quello che colpisce, ogni volta, non è solo la qualità degli ospiti - che pure sono tanti, e importanti - ma la coerenza di un’idea.
Qui la letteratura non è mai un ornamento.
È uno strumento per stare nel mondo.
Il tema di quest’anno - “Immaginare altre possibilità ” - non è uno slogan. È una domanda aperta, che attraversa ogni incontro, ogni conversazione, ogni silenzio tra una parola e l’altra.
Perché il punto non è solo raccontare l’Africa. È raccontare da dove si guarda il mondo. Le giornate si aprono con domande che non cercano risposte facili.
Come si pubblica un libro in contesti dove mancano infrastrutture, reti, accesso?
Come si custodiscono archivi, manoscritti, memorie che rischiano di sparire?
Ma accanto a queste questioni materiali, ce ne sono altre più sottili, e forse più urgenti.
Cosa può la scrittura quando tutto vacilla?
Può davvero diventare rifugio, o è invece una forma di resistenza? E ancora: cosa accade quando le frontiere non sono solo geografiche, ma attraversano i corpi, le lingue, le storie?
Sono interrogativi che attraversano i panel, ma soprattutto le persone che li abitano.
E poi ci sono loro, gli autori. Non come presenze da cartellone, ma come voci che portano con sé interi mondi.
In queste giornate si incrociano scritture e traiettorie molto diverse. C’è chi, come Alain Mabanckou, ha costruito romanzi che attraversano memoria ed esilio con una leggerezza solo apparente - da Memorie di porcospino a Black Bazar - trasformando l’ironia in uno strumento per smontare identità troppo rigide.
C’è la voce di Patrick Chamoiseau, che da anni lavora sulla lingua come luogo di resistenza e creazione, da Texaco fino a Fratelli migranti, dove la storia coloniale e il presente si intrecciano in un unico respiro.
E poi Jean-Marie Gustave Le Clézio, che ha fatto del viaggio e dello spostamento una forma di scrittura, da Deserto a L’Africano, portando al centro ciò che resta ai margini.
Accanto a loro, la presenza di Christiane Taubira, che con testi come Murmures à la jeunesse ricorda quanto la parola pubblica non sia mai neutra, e quanto la lingua possa ancora essere uno spazio di giustizia.
E poi le nuove voci. Autori al primo romanzo, scrittori che arrivano da Dakar, Casablanca, Abidjan, Port-au-Prince, che portano libri ancora fragili e necessari, testi che raccontano identità in costruzione, memorie spezzate, appartenenze mai lineari.
Qui non esiste gerarchia rigida tra chi è già affermato e chi sta iniziando. Esiste piuttosto una continuità. Un passaggio.
I libri non sono oggetti esposti. Circolano. Si passano di mano. Si discutono. Diventano occasione di confronto, a volte di disaccordo, sempre di spostamento. È questa la loro forza.
Nel cuore del festival, alle Étoiles de Jemaa el-Fna, si susseguono incontri che hanno la forma del dialogo, ma spesso la sostanza del confronto.
Si parla di eredità “indocili”, di identità che non stanno ferme, di memorie che non si lasciano ordinare. Si parla di primi romanzi come atti di nascita incerti, fragili, eppure necessari. Si parla di racconti che liberano, non perché offrano soluzioni, ma perché spostano lo sguardo.
E poi c’è la dimensione più intima, quella che non sempre si racconta. Il momento in cui la letteratura smette di essere discorso e torna a essere esperienza: una voce che legge, un testo che si fa corpo, una musica che attraversa le parole.
Le “nocturnes”, le letture, gli incontri con il pubblico - tutto contribuisce a creare un’atmosfera che non è mai solo culturale. È qualcosa di più difficile da definire, ma che si avvicina a una forma di presenza condivisa.
In un tempo che tende a semplificare tutto, questo festival fa un’operazione opposta. Complica. Allarga. Rallenta.
Non offre narrazioni chiuse, ma spazi aperti. Non pretende di spiegare il mondo, ma di abitarlo con maggiore consapevolezza.
Ed è forse anche questo che gli organizzatori cercano, con una costanza rara: non costruire un evento che si esaurisce in tre giorni, ma un luogo che continui a lavorare nel tempo.
Un punto di incontro tra generazioni, tra geografie, tra immaginari. Un laboratorio più che una vetrina.
In un momento storico in cui il linguaggio pubblico si irrigidisce, si polarizza, si riduce a slogan, qui si tenta ancora un’altra strada.
Quella più fragile e - più necessaria - delle parole che cercano, inciampano, si correggono, ma non smettono di interrogare.
Marrakech, allora, per qualche giorno diventa questo. Un luogo in cui la letteratura non serve a evadere, ma a restare. A restare dentro il tempo che viviamo, senza subirlo del tutto.
E a ricordare una cosa semplice, che però stiamo dimenticando. Che immaginare non è un lusso. È una forma di responsabilità.








