di Karima Moual
Fatima Ezzahra El Mansouri è la prima donna nella storia del Regno a diventare capo del governo. Re Mohammed VI l’ha ricevuta al Palazzo Reale di Rabat e, in applicazione dell’articolo 47 della Costituzione, le ha affidato l’incarico di formare il nuovo esecutivo dopo la vittoria del PAM alle elezioni legislative del 23 settembre.
Soltanto pochi giorni fa, quando il suo nome aveva cominciato a circolare con insistenza, in Marocco ci si interrogava persino su dove avrebbe pregato una donna capo del governo durante le cerimonie religiose presiedute dal Re. Una domanda apparentemente piccola, quasi una curiosità di protocollo, che invece raccontava molto. Perché quando una donna entra per la prima volta in uno spazio del potere occupato fino a quel momento esclusivamente dagli uomini, non cambia soltanto il nome scritto sulla porta. Cambiano le fotografie, i gesti, i posti assegnati, persino ciò che una società è abituata a considerare normale.
Da oggi quella domanda non è più teorica.
Ma sarebbe un errore raccontare ciò che è accaduto come l’improvvisa irruzione delle donne nella vita pubblica marocchina. Le donne sono da tempo nella politica, nel Parlamento, nel governo, nelle amministrazioni, nelle imprese e nelle grandi città. El Mansouri stessa non arriva da fuori: avvocata, parlamentare, ministra, sindaca di Marrakech, è da anni una delle figure più importanti del PAM.
La novità è un’altra: nessuna donna era mai arrivata fino a qui.
Ed è forse questo il modo più corretto di leggere la decisione di Mohammed VI. Non una rottura con il percorso precedente, ma il superamento di una soglia dentro un percorso iniziato molto tempo fa.
La riforma della Moudawana del 2004 è stata uno dei suoi passaggi fondamentali. La Costituzione del 2011 ha sancito all’articolo 19 il principio dell’uguaglianza tra uomini e donne. Nel frattempo la presenza femminile nelle istituzioni è cresciuta e le donne hanno progressivamente occupato responsabilità che soltanto qualche decennio fa sembravano loro precluse.
Mancava una casella. Quella casella oggi è stata riempita.
El Mansouri lo ha rivendicato nelle prime parole pronunciate dopo l’udienza reale. Ha parlato della portata storica della sua nomina e del significato che assume per le donne marocchine. Ma subito dopo ha cambiato registro: «Il lavoro comincia oggi», ha detto, annunciando prima le consultazioni interne al PAM e poi quelle con gli altri partiti, con l’obiettivo di sottoporre al Re, nel più breve tempo possibile, una proposta di governo all’altezza delle aspettative dei cittadini.
È esattamente qui che finisce il simbolo e comincia la politica.
Perché essere la prima donna a guidare il governo marocchino è già storia. Governare il Marocco sarà molto più difficile.
Il PAM ha vinto le elezioni con 97 deputati su 395. Ma quelle elezioni hanno consegnato anche un altro numero: un’affluenza attorno al 38 per cento.
Una fotografia molto meno spettacolare di quella di una donna che entra a Palazzo Reale, ma altrettanto importante.
Dice che una parte enorme dei marocchini non ha votato. E dice soprattutto che esiste una generazione che continua a guardare la politica con distanza, quando non con sfiducia.
È probabilmente lì che si giocherà una parte decisiva della credibilità del nuovo esecutivo.
Lavoro, salari, scuola, sanità, casa, mobilità sociale, differenze territoriali. E quella sensazione, diffusa tra molti giovani, che il Marocco corra velocissimo ma che non tutti riescano a correre alla stessa velocità. Le infrastrutture crescono, arrivano investimenti, le città cambiano, il turismo aumenta, il Paese si prepara al Mondiale del 2030. Ma una parte della società continua a chiedere quando quella trasformazione entrerà concretamente nella propria vita.
Le immagini di Ceuta di questa estate restano anche per questo una ferita difficile da archiviare. Non soltanto perché raccontano il desiderio di partire, ma perché hanno mostrato la distanza tra il racconto di un Paese in piena trasformazione e la percezione di chi quella trasformazione non sente ancora abbastanza sulla propria pelle.
Una donna a capo del governo non risolve questa contraddizione.
E sarebbe ingiusto, oltre che politicamente ingenuo, caricare El Mansouri del compito di rappresentare da sola il cambiamento del Marocco semplicemente perché è una donna.
Lei stessa non è un’outsider. Il PAM è stato parte integrante della maggioranza uscente. Porta dunque con sé risultati, responsabilità, critiche e contraddizioni di quella esperienza di governo. La prima donna capo del governo non arriva per abbattere il sistema dall’esterno: arriva dal cuore stesso della classe dirigente marocchina.
È forse proprio questo l’aspetto più interessante della sua nomina.
Una rivoluzione senza rivoluzione.
Il cambiamento dell’immagine del potere dentro la continuità delle istituzioni.
E anche la maggioranza che costruirà dirà molto. Prima della nomina El Mansouri aveva spiegato che il PAM non poneva «linee rosse» alle future alleanze. Sul PJD aveva distinto le profonde divergenze sulle questioni sociali e sulla visione della società dalle posizioni e dai toni del suo segretario generale Abdelilah Benkirane. Ora dovrà trasformare quell’apertura al dialogo in una coalizione.
Le consultazioni cominciano già oggi: i primi incontri annunciati sono con RNI e Istiqlal, i due partiti con i quali il PAM ha condiviso la maggioranza uscente.
Nel frattempo il PJD, tornato con 54 deputati dopo il tracollo del 2021, si prepara all’opposizione. Anche questo rende la fotografia politicamente interessante: una donna alla guida del governo mentre una forza islamista tornata ad avere un peso parlamentare significativo si prepara a confrontarsi con lei anche sui temi sociali, sulla famiglia, sulle libertà e sulla visione della società.
Ma la novità più grande rimane quella che nessuna polemica può cancellare.
Da oggi una bambina marocchina che accende la televisione non deve più chiedersi se una donna possa diventare capo del governo. Può vederla.
È una conquista simbolica enorme. Ma il simbolo, da oggi, dovrà accettare la prova più dura: quella dei risultati.
El Mansouri sarà giudicata sulle alleanze che costruirà, sulle persone che sceglierà, sul programma che presenterà, sulla capacità di affrontare la corruzione, le disuguaglianze, la domanda sociale e soprattutto quella distanza tra cittadini e politica che il 38 per cento di partecipazione ha reso impossibile ignorare.
Ed è forse questo il paradosso più bello delle prime volte. Oggi tutti parleranno del fatto che è una donna.
Se governerà bene o male, tra qualche tempo dovremo parlare semplicemente del capo del governo.
E il giorno in cui vedere una donna alla guida del Marocco non sembrerà più una rivoluzione, forse capiremo davvero quanto è stata importante la giornata di oggi.



