Allah alle urne
L'Italia, i musulmani e la democrazia che fa paura a sé stessa
Di Tahar Lamri
C’è un test infallibile per misurare la salute di una democrazia: chiedersi se i diritti che essa garantisce valgono per tutti, o solo per coloro che hanno l’aspetto giusto, il nome giusto, il dio giusto. Nelle ultime settimane l’Italia ha fallito questo test in modo clamoroso, rumoroso, e - soprattutto – inconsapevole.
Il pretesto è stato le elezioni comunali del 24-25 maggio 2026, con 882 comuni al voto. Ma il vero oggetto del contendere non erano i programmi, i bilanci, le politiche del territorio. Era una domanda molto più antica e molto più scomoda: chi ha il diritto di fare politica in questo Paese?
Il caso che non avrebbe dovuto diventare un caso
A Vigevano, nel Pavese, la sezione locale della Lega ha inserito in lista Hussein Ibrahim, portavoce della comunità musulmana cittadina, e Hagar Haggag, studentessa di scienze politiche. Due cittadini italiani. Due persone che vivono, lavorano, pagano le tasse, crescono figli in quella città. Due persone che hanno accettato di impegnarsi nella cosa pubblica - che è esattamente ciò che ogni retorica sull’integrazione chiede agli immigrati di fare.
La reazione della Lega nazionale è stata immediata e rivelatrice. Matteo Salvini ha dichiarato che i due “non rappresentano la Lega” e che “chi li ha candidati ha sbagliato.” Il coordinatore lombardo ha parlato di scelta “in antitesi rispetto ai nostri valori.” Ma - ed è il dettaglio che nessuno ha sottolineato abbastanza - i due candidati sono rimasti in lista. Perché rimuoverli avrebbe richiesto un atto formale con conseguenze giuridiche. La sconfessione è rimasta nel regno della parola: abbastanza per il consumo mediatico, abbastanza vaga da non produrre effetti legali.
Ho cercato di dare voce direttamente a Hussein Ibrahim. Gli ho scritto, l’ho chiamato. Nessuna risposta. Sarei stato felice di pubblicare qui le sue parole, la sua versione, la sua lettura di quello che gli è capitato. Invece il silenzio. Un silenzio che dice già molto: quando vieni sconfessato pubblicamente dal segretario del tuo stesso partito, davanti a tutta Italia, la prudenza diventa l’unica forma di autodifesa disponibile. Le domande che avrei voluto fargli restano sospese: come è nata la decisione di candidarsi, e perché nella Lega? Come ha vissuto la sconfessione di Salvini, ha ricevuto comunicazioni formali, o tutto è avvenuto solo attraverso i media? Si è sentito usato prima come simbolo di integrazione riuscita, poi come problema da neutralizzare? E soprattutto: dopo tutto questo, cosa pensa del Paese in cui vive?
Quasi simultaneamente, a Venezia, il Partito Democratico presentava sette candidati della comunità bengalese nelle liste a sostegno di Andrea Martella. Volantini in bengalese, invocazioni ad Allah nei santini elettorali, la questione della moschea di Mestre come tema centrale della campagna. La Lega ha risposto con manifesti sui bus dell’ACTV: “No moschea. Vota Lega.” Accuse di islamofobia, controaccuse di islamizzazione. Il tutto in un crescendo che ha travalicato i confini locali per diventare un caso nazionale.
Il test di Soraya
C’è però un caso rimasto nell’ombra che rivela la struttura profonda di tutto questo dibattito.
A Venaria Reale, in provincia di Torino, una donna algerina di nome Soraya - presidente dell’associazione “Cultura Senza Frontiere” - si è candidata nelle liste della Lega a sostegno del sindaco uscente. È algerina. È musulmana. Lo dice esplicitamente nei suoi post, cita i martiri della guerra d’indipendenza, rivendica con orgoglio la sua identità algerina. È, in tutto e per tutto, il profilo sociologico di Hussein Ibrahim a Vigevano. Con una differenza: è bionda, non porta il velo, ha un nome che agli orecchi italiani suona più familiare. Nessuna polemica nazionale. Nessun intervento di Salvini. Nessun titolo sui giornali.
La comunità algerina, invece, ne ha discusso animatamente. Molti la criticano, non perché sia musulmana che fa politica, ma perché fa politica nel partito sbagliato. “Come puoi difendere gli algerini in un partito che combatte i musulmani?”, le chiede un utente. Lei risponde: sostengo il mio sindaco perché ha lavorato bene per la mia città, ha aiutato la comunità, ha ospitato studenti e artisti algerini. Un ragionamento pragmatico, locale, concreto. La politica, appunto.
Il caso Soraya smonta con precisione la narrativa dominante. Il criterio della polemica non è la fede islamica, è la sua visibilità. Non si sanziona l’essere musulmano: si sanziona il sembrare musulmano secondo i codici visivi che il sistema mediatico italiano usa per identificare “l’altro.” È razzismo culturale nella sua forma più classica: tollero l’altro a condizione che smetta di sembrare altro.
Il caso Soraya non è isolato. La storia recente della Lega è costellata di figure di origine straniera e di fede islamica che il partito ha candidato, eletto, promosso, senza che nessuno gridasse all’islamizzazione.
Moreno Marsetti è il sindaco di Malo, comune vicentino di quasi quindicimila abitanti: eletto nel 2020 con il 44,4% dei voti, è il primo sindaco musulmano d’Italia, nonché segretario locale della Lega. Sua madre è marocchina, suo padre veneto. Si definisce “leghista doc” e afferma che “essere un sindaco musulmano della Lega non è una contraddizione, ma la dimostrazione che l’amore per la propria terra e per la propria gente viene prima di tutto.” Nessuna polemica nazionale alla sua elezione. Nessun allarme sharia.
Il cortocircuito è diventato clamoroso quando, nel novembre 2025, Salvini ha attaccato Zohran Mamdani definendolo “primo sindaco islamico” di New York con toni allarmistici. È stato proprio Marsetti a rispondergli pubblicamente: “Nel 2025 non deve fare paura la religione di un sindaco, di un politico, di uno sportivo o di chiunque ricopra un ruolo pubblico. L’estremismo, da una parte o dall’altra, resta il vero nemico dei valori democratici.” Il sindaco musulmano della Lega che smentisce il segretario della Lega sul pericolo dei sindaci musulmani.
Sana Ed-Dami Viviani, trentacinque anni, laureata in Scienze Politiche a Padova, arrivata dal Marocco quando aveva un anno, è tesserata Lega - quella di Zaia, precisa lei, “la Lega moderna” - ma si è candidata sindaca a Farra di Soligo nel 2024 a capo di una lista civica autonoma. Il suo programma: Pro loco, sostegno alle società sportive, servizi alle famiglie, infrastrutture scolastiche. Ha persino ottenuto l’appoggio del PD locale, un’alleanza trasversale attorno a un programma concreto, non attorno a un’identità religiosa. Nessuna polemica nazionale. Nessun intervento di Salvini.
Il panico da sondaggi
C’è però una chiave di lettura ulteriore, più brutalmente politica, che spiega perché la reazione di Salvini a Vigevano sia stata così immediata e così fuori misura rispetto ai casi precedenti.
Da febbraio 2026, la Lega vive in caduta libera. Il sondaggio Ipsos pubblicato sul Corriere della Sera del primo maggio la colloca al 5,8%, il dato più basso della sua storia recente, quando appena quattro mesi prima era all’8,3%. La causa ha un nome preciso: Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale, accreditato al 4,1% e in ascesa costante. Le stime di flusso di SWG sono impietose: 1,24 punti percentuali dei consensi di Vannacci provengono direttamente dalla Lega. Forza Italia ha già superato il Carroccio nei sondaggi. Un’umiliazione storica.
Vannacci occupa lo spazio della destra identitaria dura - quella che la Lega aveva conquistato con la retorica anti-immigrati, anti-islam, “prima gli italiani” - ma lo fa con più coerenza e senza i compromessi del governo. Ha aderito al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane all’Eurocamera, guidato da AfD. Il suo elettorato vuole radicalità, non mediazione.
In questo contesto, la sconfessione pubblica di Hussein Ibrahim e Hagar Haggag non è una posizione ideologica spontanea: è un tentativo disperato di recupero dell’elettorato in fuga verso Vannacci. Salvini deve dimostrare di essere ancora più duro, di non aver ceduto all’”islamizzazione” neanche a livello locale. Il problema è che lo fa in modo grottesco e contraddittorio: sconfessando candidati che la sua stessa sezione locale aveva scelto democraticamente, mentre ignora nel silenzio totale il sindaco musulmano leghista di Malo, il senatore nero, Toni Iwobi, della Lega, la candidata algerina di Venaria. La furia anti-islamica di questa campagna non è convinzione ideologica - è panico da sondaggi. Ed è precisamente questo che la rende più pericolosa, non meno: le pose più aggressive non nascondono una forza, nascondono una debolezza. E le debolezze, in politica, si pagano con la radicalizzazione del linguaggio e il sacrificio dei più vulnerabili sull’altare del consenso.
La lezione che viene da fuori
Mentre in Italia si discuteva di Allah sui santini elettorali, il sindaco di New York - Zohran Mamdani, musulmano sciita, figlio di un professore ugandese e della regista indiana Mira Nair - aveva appena completato il suo quarto mese in carica. Il suo programma: affitti bloccati, bus gratis, childcare universale, salario minimo a 30 dollari l’ora, supermercati pubblici a prezzi calmierati. Socialismo municipale rooseveltiano. Zero sharia. Zero moschee imposte per decreto. Nel suo discorso della vittoria aveva citato Eugene Debs, il grande sindacalista americano di fine Ottocento. Il suo primo atto politico significativo era stato affermare: “Sarò il sindaco di tutti, anche degli ebrei. Il problema dell’antisemitismo lo prendo estremamente sul serio.”
Trump lo aveva definito “pazzo comunista nemico degli ebrei.” Salvini aveva sottolineato il pericolo di un “sindaco islamico” nella città dell’11 settembre. Il copione è identico, cambia solo la latitudine.
A Londra, Sadiq Khan è sindaco dal 2016, rieletto per un terzo mandato nel 2024. È musulmano praticante, figlio di immigrati pakistani, cresciuto nelle case popolari di Tooting. In quasi dieci anni di governo ha gestito trasporti, housing, sicurezza, crisi pandemica, attentati terroristici, Brexit. Londra non ha la sharia. Londra non ha una teocrazia islamica. Trump, dal palco dell’ONU nel settembre 2025, ha detto che “Londra va verso la sharia.” Khan lo ha definito “razzista e islamofobo”, poi ha elencato i dati sul turismo, sugli investimenti internazionali, sui record economici della città. I fatti, insomma, contro la profezia.
È esattamente la stessa struttura che vediamo in Italia: la profezia dell’islamizzazione formulata come fatto già avvenuto, opposta alla realtà ostinata che si rifiuta di confermarla.
Il caso Konate, o quando la comunità rifiuta la lista confessionale
C’è un precedente italiano che illumina tutto il dibattito meglio di qualsiasi analisi astratta, ed è quasi completamente dimenticato.
Bou Konate è un ingegnere senegalese che vive a Monfalcone dal 1984. Nei primi anni Duemila è stato assessore ai Lavori pubblici in una giunta di centrosinistra, il primo immigrato extracomunitario a ricoprire un incarico assessorile in Italia. Ha realizzato piazze, piste ciclabili, parcheggi, una biblioteca, un centro anziani. Ha servito tutti i monfalconesi, senza distinzione di religione o provenienza. Monfalcone non si è islamizzata. Konate ha fatto l’assessore.
Nel 2025, dopo anni di politiche durissime dell’amministrazione Cisint - moschee chiuse, cricket vietato, panchine rimosse, battaglie sul niqab a scuola - Konate decide di candidarsi a sindaco con una lista composta interamente da cittadini stranieri, “Italia Plurale.” Risultato: 343 voti. Il 2,94%. In una città dove un terzo della popolazione è straniera e in gran parte musulmana. Durante la campagna, una pagina Facebook in bengalese lo aveva aspramente criticato, accusandolo di strumentalizzare la religione per interesse personale. Fra gli 80 e 100 musulmani avrebbero votato per il centrodestra.
La lezione è doppia e brutale. Primo: quando un musulmano fa politica come cittadino competente in una struttura tradizionale, non islamizza niente, costruisce infrastrutture per tutti. Secondo: quando la stessa persona, sotto la pressione dell’esclusione sistematica, risponde con una lista etno-religiosa, viene rifiutata persino dalla propria comunità. Perché i musulmani di Monfalcone - bengalesi, senegalesi, nordafricani - non sono un blocco monolitico con un piano coordinato. Sono persone con storie diverse, rivalità interne, strategie divergenti.
Il “piano islamico di conquista delle istituzioni italiane” non esiste. Esistono comunità eterogenee che cercano rappresentanza in un sistema politico che le esclude e che quando vengono escluse abbastanza a lungo, cominciano a cercare percorsi alternativi. La ghettizzazione produce identitarismo. Non è una giustificazione: è una dinamica sociale documentata ovunque, in qualsiasi minoranza, in qualsiasi paese.
La Costituzione contro sé stessa
C’è infine una questione che nessun commentatore italiano ha voluto nominare con chiarezza.
L’articolo 51 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini possono accedere alle cariche elettive “in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.” L’articolo 3 vieta le discriminazioni basate su “religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.” L’articolo 8 dichiara che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.” L’articolo 19 garantisce il diritto di professare liberamente la propria fede “in privato o in pubblico.”
Quando Salvini dice che un candidato che fa un volantino in arabo invocando Allah “non rappresenta la Lega”, sta stabilendo un criterio di esclusione basato sulla pratica religiosa visibile. Non sulla competenza, non sul programma, non sui valori politici dichiarati, sull’aspetto della fede. Applicato sistematicamente, è incompatibile con gli articoli 3 e 51 della Costituzione. E lo è in modo ancora più evidente se confrontato con il silenzio su Soraya a Venaria, su Marsetti a Malo: la regola non è “niente musulmani in politica”, la regola è “niente musulmani visibili in politica.”
Quando la destra accusa i candidati musulmani di voler “portare la sharia”, “islamizzare le istituzioni”, “conquistare l’Italia”, attribuisce intenzioni “criminali” basandosi esclusivamente sull’appartenenza religiosa. È ciò che il diritto anglosassone chiama guilt by association - colpa per appartenenza - ed è esattamente il meccanismo che la Costituzione repubblicana, scritta da chi aveva vissuto le leggi razziali, intendeva smantellare per sempre.
Il paradosso è vertiginoso: la destra italiana invoca la Costituzione come baluardo contro l’islam, usando la Costituzione contro sé stessa. Difendo i valori costituzionali sospendendo i diritti costituzionali di quella categoria di persone. È la logica dell’eccezione permanente - il sospetto sull’appartenenza come prerequisito implicito della cittadinanza piena - che è esattamente ciò che le democrazie liberali del dopoguerra sono state costruite per impedire, dopo aver visto dove porta.
Provincialismo come scelta politica
Resta da capire perché questo dibattito sia così provincialistico, così distante dalla realtà documentata delle democrazie occidentali comparabili.
La risposta onesta è che il provincialismo è funzionale, non accidentale. Costruire il panico sull’islamizzazione serve a non parlare di salari, di case, di sanità pubblica, di disoccupazione giovanile. Serve a produrre un nemico interno che giustifichi misure di esclusione che altrimenti non potrebbero essere presentate come legittime. Serve a spostare il confronto elettorale dal terreno dei programmi al terreno delle identità, dove chi urla più forte vince, indipendentemente da qualsiasi fatto.
Mamdani ha vinto a New York parlando degli affitti e degli autobus. Khan ha vinto a Londra tre volte parlando di trasporti, housing e sicurezza. Konate, quando faceva l’assessore ai lavori pubblici, costruiva piste ciclabili. Marsetti, sindaco musulmano della Lega, ha vinto con il 44% parlando di fusioni comunali e servizi ai cittadini.
I candidati bengalesi a Venezia vogliono una moschea - un luogo di culto, diritto garantito dall’articolo 19 della Costituzione italiana - e propongono quartieri più curati e più sicuri. Hussein Ibrahim a Vigevano si è candidato perché si sentiva “un vero esempio di integrazione.” Soraya a Venaria sostiene il suo sindaco perché ha lavorato bene per la città.
Sono tutti programmi banalmente municipali. Sono tutti candidati banalmente ordinari. Il problema non è ciò che vogliono fare, il problema è il dio che professano e la lingua in cui pregano, quando quella lingua e quel dio sono troppo visibili per essere ignorati.
In una democrazia costituzionale, questo non dovrebbe essere un problema. Il fatto che in Italia lo sia, nel 2026, è la vera notizia. Il resto è rumore.









