Berlino e la trappola del terrorismo
Ogni attentato mette alla prova non solo la sicurezza degli Stati, ma anche la qualità del dibattito pubblico. Tra propaganda e paura, la prima vittima rischia di essere la lucidità.
Di Karima Moual
L’attentato di Berlino, che ha spezzato vite innocenti e riportato il terrorismo nel cuore dell’Europa, impone una riflessione che non possiamo né rimuovere né strumentalizzare. Il primo dovere è il cordoglio verso le vittime e la solidarietà alle loro famiglie. Il secondo è conservare la lucidità.
Se le indagini confermeranno la matrice jihadista, dovrà essere chiamata con il suo nome.
Ma sarebbe altrettanto grave commettere l’errore opposto: trasformare un terrorista in una religione, una radicalizzazione individuale in un’identità collettiva.
Chi uccide persone inermi in nome di un qualsiasi Dio bestemmia. Non esiste alcun alibi, né religioso né ideologico, che possa attenuare la responsabilità del terrorismo. È da quel dolore che bisogna partire, non dalla propaganda.
Il terrorismo, infatti, non mira soltanto a uccidere. Mira a cambiare il modo in cui viviamo insieme. Vuole trasformare la paura in diffidenza, la diffidenza in ostilità, l’ostilità in frattura sociale. Il suo obiettivo politico non si esaurisce nell’attentato: continua nelle reazioni che riesce a provocare.
Per questo la polarizzazione è parte integrante della strategia terroristica. Da un lato c’è chi tenta di relativizzare o giustificare il terrorismo in nome di presunte motivazioni storiche, religiose o geopolitiche. Dall’altro c’è chi sfrutta ogni attentato per mettere sotto accusa l’Islam o milioni di musulmani che non hanno nulla a che fare con quella violenza. Sono due errori diversi, ma finiscono per produrre lo stesso risultato: alimentare la frattura che i terroristi cercano.
Da anni assistiamo a un fenomeno che ho definito l’etnicizzazione della cronaca. Ogni volta che un fatto viene raccontato principalmente attraverso l’origine, il colore della pelle o la religione dell’autore, si costruisce un immaginario collettivo che va ben oltre quel singolo episodio. Nel caso del terrorismo il rischio è ancora più grave. Confondere un’ideologia totalitaria come il jihadismo con una religione professata da quasi due miliardi di persone significa accettare la narrazione che gli stessi terroristi vorrebbero imporre: quella di uno scontro inevitabile tra Islam e Occidente.
Eppure, negli ultimi decenni, i più autorevoli esponenti del mondo islamico hanno condannato senza ambiguità ogni tentativo di piegare la religione alla violenza. Dalle grandi istituzioni religiose agli imam impegnati nelle comunità europee, il messaggio è stato costante: l’uccisione degli innocenti è incompatibile con l’Islam e nessuna interpretazione della fede può trasformare un crimine in un atto di devozione. Ignorare questa realtà significa rinunciare a comprendere uno degli strumenti più importanti nella prevenzione della radicalizzazione: l’isolamento religioso e culturale del terrorismo da parte degli stessi musulmani.
Una democrazia, però, non si misura soltanto dalla capacità di punire. Si misura dalla capacità di distinguere. Distinguere tra fede e fanatismo, tra comunità e criminali, tra immigrazione e terrorismo, tra sicurezza e propaganda.
Il terrorismo non mette alla prova soltanto i nostri apparati di sicurezza. Mette alla prova anche la qualità del nostro dibattito pubblico. Perché una società che smette di distinguere, che rinuncia alla complessità per rifugiarsi negli slogan, è una società che si indebolisce proprio mentre pensa di difendersi.
Per questo il terrorismo si combatte con la giustizia, con l’intelligence, con la prevenzione della radicalizzazione, con la cooperazione internazionale e con la fermezza dello Stato. Non con la paura, né con la colpevolizzazione collettiva.
Quando smettiamo di distinguere tra un terrorista e milioni di innocenti, abbiamo già iniziato a fare il lavoro che i terroristi speravano facessimo. La loro vittoria non consiste solo nel numero delle vittime. Consiste nel convincere le democrazie a rinunciare alla propria lucidità.



