Ceuta e il silenzio di Rabat
Dopo l’esodo, i morti e i rimpatri, resta il vuoto di una riflessione pubblica sulle cause di una mobilitazione che ha incrinato l’immagine del Marocco costruita negli ultimi anni.
Di Karima Moual
Il rumore è finito. Ma c’è un silenzio che fa più rumore.
Le immagini delle migliaia di giovani che attraversavano il confine hanno lasciato spazio al silenzio. La Spagna discute. L’Europa si divide. L’estrema destra grida all’invasione.
E il Marocco?
Il Marocco tace.
Non è un silenzio qualunque. È forse la parte più interessante di tutta questa storia.
Nel mio precedente articolo avevo provato a raccontare chi erano quei ragazzi. A spiegare che Ceuta non era soltanto una fuga, ma anche la geografia della libertà di sognare.
Oggi la domanda è diversa: che cosa racconta tutto questo del Marocco?
Perché Ceuta non è soltanto uno specchio dell’Europa. È diventata anche uno specchio del Marocco.
Negli ultimi anni Rabat ha costruito un’immagine internazionale potente. Il Mondiale 2030. L’alta velocità. Le energie rinnovabili. L’automotive. Gli investimenti. La stabilità. Tutto questo resta vero.
Ma Ceuta ha mostrato anche un’altra immagine. Quella di decine di migliaia di giovani che, nel giro di poche ore, hanno risposto allo stesso richiamo. Una mobilitazione così imponente da mettere in discussione, almeno per un momento, la capacità dello Stato di controllare ciò che stava accadendo.
Ed è forse questa la fotografia più difficile. Non per l’Europa. Per il Marocco.
Perché incrina il racconto di un Paese che negli ultimi anni ha investito moltissimo nella propria reputazione internazionale.
Come è stato possibile?
Che cosa ci dice una risposta collettiva di queste dimensioni?
È qui che il silenzio di Rabat pesa. Non tanto perché un governo debba alimentare una polemica, ma perché un episodio di questa portata meriterebbe una riflessione pubblica. Non sulle conseguenze. Sulle cause.
E anche sulle vite spezzate.
Perché Ceuta non è stata soltanto una grande fuga collettiva. Ha avuto anche un prezzo umano. Le vittime, il cui bilancio è ancora in aggiornamento, ci ricordano che dietro questa storia non ci sono soltanto numeri, confini e diplomazia, ma vite interrotte. Anche su di loro è calato il silenzio. E quando una tragedia lascia dietro di sé dei morti, il silenzio pesa ancora di più. Perché le domande non riguardano soltanto chi è riuscito ad attraversare quel confine. Riguardano anche chi quel confine non è riuscito a lasciarselo alle spalle.
Qualche mese fa una parte della Generazione Z marocchina era scesa in piazza. Chiedeva lavoro. Sanità. Scuola. Più giustizia sociale. In molti casi non chiedeva di partire. Chiedeva di poter restare.
Oggi nessuno può dire che siano gli stessi giovani arrivati a Ceuta. Ma sarebbe un errore non vedere che appartengono allo stesso tempo storico. Alla stessa generazione. Allo stesso bisogno di futuro.
Intanto il Marocco ha già voltato pagina. I rimpatri sono iniziati. Le televisioni raccontano il ritorno di migliaia di giovani delusi. Le loro testimonianze parlano di fame, di ostilità, di un’Europa che non era quella immaginata. Molti invitano gli altri a non partire. È un racconto che guarda già al dopo.
Ma mentre si racconta il ritorno, continua a mancare una riflessione pubblica su ciò che ha reso possibile quella partenza.
La prima dichiarazione ufficiale, del resto, non è arrivata dal governo. Non è arrivata dal Ministero degli Esteri. È arrivata dall’ambasciatrice del Marocco a Madrid. Ha parlato di cooperazione. Di immigrazione legale. Di ritorno alla normalità.
Anche questa è una scelta. Ma non è una spiegazione.
Nel primo articolo avevo scritto che Ceuta era la geografia della libertà di sognare. Oggi mi chiedo se non sia diventata la geografia del silenzio.
Di quel silenzio che a volte accompagna le domande più difficili. Quelle che nessun Paese ama farsi. Ma che proprio per questo non può permettersi di ignorare.



