Ceuta, la geografia della libertà di sognare
Di Karima Moual
Voi avete mai abitato una prigione a cielo aperto?
Quella di cui vi parlo è immensa. Ha il cielo stellato sopra la testa, l’oceano, il Mediterraneo, spiagge infinite, montagne, deserto, campagne, medine, palazzi antichi e vicoli intrecciati. Ha frutti dolcissimi, piatti speziati e profumati, città moderne e cantieri che sembrano non finire mai.
Dentro quella prigione vivono il ricco, il ceto medio e il povero. Non è una prigione fatta di fame. Anzi, chi conosce il Marocco sa che la cultura della solidarietà rende difficile perfino morire di fame.
La vera prigione è un’altra.
È sapere che quella porta non puoi aprirla. Sapere che dall’altra parte esiste un mondo che puoi soltanto immaginare. Guardarlo nei film, sui social, nei racconti di chi ce l’ha fatta. Ma non puoi attraversarlo.
È da lì che nasce il tarlo. La curiosità, che diventa desiderio. Il desiderio, che diventa ambizione. L’ambizione, che si trasforma in ossessione.
Si chiama “L Qanta”, un sentimento soffocante.
Aprire quella maledetta porta. Vedere cosa c’è dall’altra parte del mare. L’Europa.
Il mito dell’Europa cresce proprio perché quella porta rimane chiusa. È la distanza a renderla un’ossessione. È il divieto a trasformarla in un sogno.
E allora il desiderio di partire smette di essere soltanto economico. Diventa umano. Diventa il bisogno di vedere con i propri occhi ciò che ti è stato negato per tutta la vita.
Ma il Marocco non era il fiore all’occhiello dell’Africa? Il Paese che negli ultimi vent’anni ha stupito il mondo con infrastrutture, alta velocità, porti, cantieri, investimenti, la Coppa d’Africa, i Mondiali in arrivo e una visione di sviluppo?
Sì. È tutto vero. Il Marocco è cresciuto. Ha corso più di molti altri Paesi africani.
Ma insieme allo sviluppo è cresciuta anche l’ambizione di una generazione che oggi sogna molto più dei propri genitori. E quell’ambizione non sempre trova risposte sufficienti in un lavoro dignitoso, nella qualità della scuola, nella sanità, nelle opportunità.
E soprattutto non riesce a sconfiggere il mito di quella porta chiusa.
Perché la vera prigione non è il Marocco.
La vera prigione è nascere con il passaporto sbagliato.
Voi avete mai vissuto in una prigione a cielo aperto?
No. E allora forse non potete comprendere perché migliaia di persone abbiano tentato di raggiungere Ceuta. Minori, ragazzi giovanissimi, padri, madri con bambini in braccio, anziani. C’erano tutti.
Folgorati dallo stesso miraggio. Aprire una porta. Eppure quella porta conduce ancora in Africa.
Ceuta è un fazzoletto di terra africana amministrato dalla Spagna. Geograficamente sei ancora nello stesso continente. Ma nell’immaginario di chi arriva cambia tutto.
Perché non si attraversa soltanto una frontiera. Si attraversa un confine mentale. Si entra nel luogo che per anni è stato raccontato come la libertà.
Per questo i sorrisi di chi, dopo pochi chilometri a nuoto, arriva a Ceuta hanno una forza simbolica straordinaria. Esultano convinti di essere arrivati in Europa. E invece sono ancora in Africa.
Ma quel sorriso racconta qualcosa che va oltre la geografia. Racconta il desiderio universale dell’essere umano di muoversi, scegliere, partire, cercare un’altra possibilità.
Le immagini che arrivano da Ceuta sono dolorose. Laceranti.
Vedere centinaia di persone riversarsi verso quella frontiera, tra cui tantissimi minori, famiglie con neonati e anziani, senza che alle loro spalle vi siano una guerra, una carestia o un terremoto, interroga certamente il Marocco. Ma interroga anche noi.
Interroga l’Europa.
Perché siamo stati noi a costruire un mondo nel quale la libertà di movimento è diventata un privilegio di nascita. Noi abbiamo aperto le porte ai nostri figli. Con Schengen milioni di europei attraversano le frontiere senza quasi accorgersene.
Solo dall’Italia ogni anno oltre centomila cittadini si trasferiscono all’estero. Preparano una valigia, prendono un documento e partono. Per lavoro, per studio, per amore, per curiosità, per costruirsi una vita diversa. Alcuni scelgono persino il Marocco.
Lo fanno legalmente. Lo fanno senza rischiare di morire. Lo fanno con dignità.
E c’è una verità che spesso sfugge a chi guarda l’immigrazione solo come una partenza senza ritorno. Molti marocchini che poi riescono ad emigrare all’estero non smettono di appartenere al proprio Paese. Ogni estate tornano, costruiscono una casa nel villaggio d’origine, investono, aiutano le loro famiglie e coltivano il sogno di rientrare definitivamente un giorno. Alcuni, dopo aver vissuto e lavorato in Europa, scelgono davvero di tornare.
Perché è solo quando hai avuto la libertà di partire che puoi riscoprire fino in fondo il valore della tua terra e decidere, senza costrizioni, di farne ancora la tua casa.
Per gli altri che restano invece, nascere dall’altra parte del Mediterraneo significa crescere sapendo che quella stessa possibilità non esiste. Che il viaggio più naturale del mondo può trasformarsi in un’impresa disperata.
Senza addentrarsi, almeno per ora, nelle inevitabili analisi geopolitiche, che pure dovranno essere fatte e che dovranno interrogarsi su chi abbia permesso che quella porta si aprisse proprio in quel momento, ciò che è accaduto a Ceuta racconta soprattutto un’altra storia.
Racconta l’esistenza di un malessere profondo che attraversa una parte della gioventù marocchina. Un sentimento fatto di frustrazione, disillusione e della convinzione che l’Europa rappresenti ancora, per molti, una possibilità di riscatto. Un sentimento che finisce per mettere in discussione la visione di sviluppo, stabilità e futuro sulla quale la monarchia ha costruito il proprio progetto negli ultimi anni.
Ma c’è un elemento che non può essere ignorato. Molti dei giovani che hanno tentato di raggiungere Ceuta hanno raccontato di aver agito dopo aver letto e ascoltato, soprattutto attraverso i social network, che proprio quel giorno sarebbe stato possibile attraversare la frontiera. Quella voce è esistita. Qualcuno l’ha fatta circolare. Chi e con quale obiettivo è una domanda alla quale oggi non possiamo ancora rispondere. Ma è difficile immaginare che migliaia di persone si muovano contemporaneamente verso lo stesso punto di confine senza che vi sia stata una mobilitazione costruita almeno sul piano della comunicazione.
Chi ha permesso che quella porta si aprisse, o chi ha alimentato la convinzione che quel giorno si sarebbe aperta, conosce perfettamente quale sia il nervo scoperto del Marocco. Sa che il malessere di una parte della sua gioventù e il desiderio di attraversare quella frontiera rappresentano una vulnerabilità che può trasformarsi in un’arma politica e simbolica. Per questo è legittimo domandarsi anche come sia stato possibile che una mobilitazione di tali proporzioni non sia stata intercettata e prevenuta dagli apparati di sicurezza e di intelligence. Se quella voce era così diffusa da raggiungere migliaia di ragazzi attraverso i social, è naturale chiedersi come abbia potuto sfuggire a chi ha il compito di monitorare fenomeni di questa portata.
Per questo l’immagine di quella folla che si dirige verso Ceuta proprio mentre il Marocco celebra la Festa del Trono non può che inquietare. Ha un fortissimo valore simbolico e apre interrogativi che vanno ben oltre la gestione dei flussi migratori. Se migliaia di giovani scelgono di sfidare il mare e il confine nel giorno più importante per il Regno, significa che sotto la superficie esiste un disagio reale che qualcuno ha saputo intercettare e utilizzare. Comprenderne le cause sarà fondamentale. Ignorarle sarebbe un errore. Perché ciò che è accaduto a Ceuta non racconta soltanto una crisi di frontiera. Racconta anche come un sentimento autentico di disagio possa essere intercettato, alimentato e trasformato in uno strumento di pressione. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante.
La differenza tra chi nasce con il diritto di aprire quasi tutte le porte del mondo e chi nasce sapendo che quelle porte resteranno chiuse.
Per questo le immagini delle bracciate nel mare, le urla di gioia di chi tocca una riva chiamata Europa pur trovandosi ancora in Africa, ci parlano di qualcosa di molto più grande dell’immigrazione.
Ci parlano della libertà.
E del bisogno profondamente umano di cercare altrove un’opportunità, un futuro, un sogno.
Perché nessun muro, nessun visto e nessuna frontiera riusciranno mai a cancellare la più potente delle aspirazioni umane: la libertà di scegliere dove vivere, partire senza paura e, un giorno, se lo si desidera, tornare a casa.
Perché una casa non si ama di meno quando si è liberi di lasciarla. La si ama davvero quando si è anche liberi di tornarci.



