Come perdere una guerra e chiamarla Memorandum
A giorni dalla firma di un "accordo" tra Usa e Iran, alcune valutazioni sui possibili contenuti, che sanciscono l'inatteso rafforzamento iraniano ed il declino verticale della credibilità statunitense
di Lorenzo Forlani
Il prossimo venerdì 19 giugno, a Ginevra (Svizzera), verrà probabilmente siglato da Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran quello che i media descrivono come un “accordo” ma che in realtà è un Memorandum of Understanding. Un qualcosa, cioè, di molto diverso: si tratterà infatti di una serie di dichiarazioni di intenti volti alla collaborazione, della definizione di una cornice per eventuali negoziati successivi, e dell’esplicitazione di una serie di obiettivi e principi condivisi.
Nel parlare sommariamente dell’accordo è paradossalmente salutare non concentrarsi sull’accordo stesso, che da un punto fattuale potrebbe non avere alcun valore in ogni caso, perché ex ante è venuta meno la residua fiducia da parte di chi sa di aver negoziato con un presidente, Donald Trump, mentalmente instabile, e che quindi è già preparato alla sua evanescenza - è della scorsa settimana la notizia secondo cui gli iraniani avrebbero affidato ad uno psicologo le risposte da far recapitare a Washington, proprio per calibrarle sulla salute mentale di Trump. Trattato esattamente come si tratta un paziente.
(Getty Images 2026)
Non vanno sottovalutati due aspetti che riguardano le possibili valutazioni delle autorità iraniane: l’attenzione alle evoluzioni dell’arena politica americana, ed in particolare alle elezion di midterm del prossimo novembre, che potrebbero gettare le basi per una futura ridiscussione - in un senso o in un altro - dello stesso accordo, in tempi in cui un’intesa firmata dagli Stati Uniti tende ad avere una validità che si esaurisce con l’avvicendamento alla Casa Bianca; e forse anche il mutamento dello stesso approccio iraniano rispetto ai patti siglati, perché non sarebbe così assurdo se Teheran - dopo aver visto un presidente stracciare nel 2018, dall’oggi al domani, un accordo preceduto da anni di complessi negoziati, e poi bombardare a tradimento non meno di tre volte l’Iran, durante altri negoziati, utilizzati come “diversivo” - da ora in poi si riservasse il diritto di resistituire a Washington la stessa moneta, e cioè il ritiro unilaterale o il mancato rispetto di un accordo sottoscritto.
Alcuni aspetti preliminari
Ciò potrebbe riguardare nello specifico proprio il nucleo dell’eventuale intesa, cioè il dossier nucleare. Da un punto di vista strategico e della sicurezza nazionale, o forse dovremmo dire da un punto di vista esistenziale, Teheran potrebbe avere tutto l’interesse a tranquillizzare gli interlocutori circa la sua intatta - perché al di là del profluvio di speculazioni degli ultimi venti anni non è mai esistito un elemento concreto che smentisse la fatwa contro le armi atomiche di Ali Khamenei, prima di questa guerra - volontà di perseguire un programma a scopi unicamente civili, e nel frattempo utilizzare lo stock di uranio altamente arricchito per produrre - in autonomia o con aiuti esterni - un ordigno a fini di deterrenza. E’ la principale lezione che l’establshment della Repubblica islamica ha imparato nell’ultimo anno: con una bomba atomica, a cui la Guida suprema si era sempre opposta, non senza malumori di una parte dell’arena politica, il paese oggi non farebbe i conti con danni materiali dei bombardamenti per circa 270 miliardi di dollari, circa la metà del suo Pil. E non è esattamente così semplice come scrive Matthew Kroenig sull’Atlantic Council, per il quale se l’Iran dovesse ricostruire il prorpio programma nucleare, gli Stati Uniti potrebbero ribombardarlo e risolvere il problema.
Il punto fondamentale, preliminare, è che di fronte ad una improvvida aggressione in tandem da parte di Israele e Stati Uniti, Teheran è uscita vittoriosa su tutta la linea, e potrà inaugurare così una nuova stagione di rinnovata e rafforzata - da Trump stesso - solidità, con nuove (e meno conosciute in Occidente) generazioni dell’Irgc prevedibilmente meno propense al dialogo e ai compromessi. E ben più irriducibili, privi delle remore dei loro predecessori. Alla stessa nuova Guida Suprema, il 56enne Mojtaba Khamenei, hanno assassinato in un singolo strike il padre, la madre, la moglie e il figlio, dentro la loro abitazione privata, e proprio nei giorni in cui l’ampio e prodigo circo mediatico internazionale dava per certa la loro “fuga” al di fuori dell’Iran, a Pechino o a Mosca in particolare.
Chi ha perso con certezza?
Chi perde in modo fragoroso - non raggiungendo nessun obiettivo tra quelli pubblicamente prefissati, ad un certo punto con una sicumera molto imprudente, soprattutto rispetto alla caduta del regime - ha un nome ed un cognome: Benjamin Mileikowski, detto Netanyahu. E questa sconfitta sarebbe tale anche se domattina dovesse decidere di distruggere ogni ponte in Iran, ogni azienda tessile, petrolchimica, siderurgica, agricola, ogni scuola, ogni moschea, ogni ospedale, ogni stazione di polizia. Nella teoria delle relazioni internazonali le vittorie e le sconfitte, specie in guerre asimmetriche, non si misurano mai in distruzione prodotta o accumulata. Si misurano in distanza tra obiettivi e risultati, ed in credibilità.
A proposito di credibilità, alcuni giorni fa, intervistato dalla CBS, il Segretario americano alla Guerra Pete Hegseth ha dato in particolare una risposta del tutto fuorviata: a chi gli ricordava che non solo il futuro possibile accordo, ma già l’accordo sul nucleare di Obama esplicitava chiaramente che l’Iran “si impegna a non avere un’arma atomica”, l’ex conduttore di FoxNews ribattuto che “la vera differenza è che ora lo abbiamo stabilito da una posizione di forza”.
(Credit: Jeremias Gonzalez, AP)
E’ vero l’esatto contrario: se l’accordo del 2015 era stato firmato in un’epoca di intatta seppur declinante leadership americana, e negli anni in cui la - vera o presunta - “minaccia nucleare iraniana” era stata interiorizzata da buona parte della comunità internazionale, la bozza di intesa di questi giorni arriverebbe in una triplice posizione di debolezza statunitense, che consiste nella citata possibile convinzione degli iraniani di doversi prima o poi dotare di una bomba per scongiurare nuovi attacchi - che ai tempi di Obama sembravan inverosimili -, nel fallimento solare degli obiettivi della campagna di bombardamenti americani, e, appunto, nell’azzeramento della credibilità internazionale degli Stati Uniti. Difficile immaginare una posizione di maggiore debolezza per la prima potenza mondiale, nei confronti di una potenza regionale che si annunciava di voler abbattere. Questo senza considerare che al momento, a differenza del 2015, non esiste una esplicita elaborazione dei limiti effettivi apponibili al programma nucleare di Teheran, su cui sarà necessario lavorare ulteriormente, sempre in uno scenario di pressoché nulla fiducia reciproca.
I contenuti della possibile intesa
Il Memorandum of Understanding (MoU) è anzitutto funzionale ad un obiettivo di breve termine, cioè la riapertura dello stretto di Hormuz, che dovrebbe essere accompagnata ed in qualche modo garantita” da una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco. Al momento è questo l’unico risultato concreto, seppur molto parziale, che questo memorandum può ottenere. Con tre fondamentali note a margine.
La prima è che, come evidente chiunque, lo stretto era ed è sempre stato aperto negli ultimi 50 anni, prima dell’inizio di questa guerra di aggressione nei confronti dell’Iran: la sua chiusura è stata una conseguenza esclusiva e diretta - nonché chiaramente paventata come risposta asimmetrica dalle autorità di Teheran - dei deliberati attacchi americani e israeliani sul territorio iraniano.
Ciò significa che il principale, o meglio il più immediato obiettivo di questo memorandum of understanding è tentare di porre rimedio ad un clamoroso e plateale errore di calcolo da parte di Washington, che il presidente statunitense ora cerca maldestramente di vendere come una preziosa vittoria, ergendosi nei suoi ormai deliranti post su Truth a celebrato ed atteso arbitro - “start your engines, let the oil flow!”, si legge nell’ultimo.
La seconda è che la riapertura dello stretto, in senso pratico, non significa un ripristino immediato del traffico marittimo (e quindi un rientro della crisi energetica globale), fosse anche solo per aspetti tecnico finanziari: i costi dei premi assicurativi delle petroliere ad esempio non cambieranno rapidamente, perché gli assicuratori stessi li tarano sui rischi, e non solo sulle effettive azioni prodotte nei dintorni dello stretto, o sugli annunci da parte di attori statali dimostratisi già poco affidabili. Ci vorrà un bel po’ prima che il traffico torni a livelli precedenti al conflitto, e questo senza considerare i possibili imprevisti e intoppi nel corso dei negoziati, specie se si considera la postura incontrollabile di Israele.
La terza è che, a prescindere dalla modalità con cui verrà siglato un futuro accordo ed a prescindere dai suoi dettagli, unicamente a causa di questa guerra il blocco dello stretto di Hormuz è in ogni caso entrato a far parte della “cassetta degli attrezzi asimmetrici” di Teheran. In concreto, ciò significa che nel futuro prossimo la Repubblica islamica potrà sempre minacciare la sua chiusura o interrompere con azioni militari - basterebbe un singolo drone da meno di 1000 euro - il traffico marittimo, ogni qualvolta si sentirà o sarà effettivamente sotto attacco. Le autorità iraniane sanno inoltre che, proprio in virtù della logica adattiva degli assicuratori, basterà una minaccia, una voce mandata in circolo nell’etere o un annuncio per produrre gravi conseguenze sul traffico marittimo. Al di là degli effettivi strumenti strumenti militari a disposizione.
Il blocco dello Stretto di Hormuz, grazie a questa guerra, è divenuto per gli iraniani qualcosa di simile a quel che una scoperta scientifica costituisce per la stessa comunità scientifica: un dato irreversibile. Non è possibile cancellarla, non è possibile recedere da un know how, da una consapevolezza. Ormai la Repubblica islamica, chiunque la governi, sa di poter esternalizzare sull’intero Occidente - che si è mostrato immobile o complice degli Stati Uniti - i costi delle aggressioni che subisce o subirà. Non solo: secondo le indiscrezioni, questa riapertura avverrà in cambio dello scongelamento di alcuni fondi iraniani - si parla intanto di circa 25 miliardi di dollari -, dello stop a nuove sanzioni e della rimozione di una serie di sanzioni precedenti: tutte cose che Trump aveva promesso di non fare, accusando Obama di aver “ricoperto l’Iran di dollari”. Con la differenza che oggi sta ascendendo una nuova, ancora più diffidente e intransigente leadership iraniana, che ha già testato la sua capacità di rispondere agli attacchi congiunti, imparando una serie di lezioni sui suoi nemici.
Il peso delle rinunce
E’ quasi comico che i due obiettivi principali di questo accordo siano di fatto il ripristino di quel che era una normalità fino a pochi mesi fa, cioè la navigazione nello Stretto di Hormuz e la dichiarazione di non perseguimento di una bomba atomica da parte di Teheran. Abbastanza intuibile che un accordo migliore di questo si sarebbe potuto ricercare senza bombardare la Repubblica islamica. Tuttavia, ancor più sintomatico del disastro americano, sul campo e al tavolo della diplomazia, non è solo la goffa rinuncia all’idea di procedere ad una “operazione terrestre per recuperare l’uranio arricchito” in Iran ma il fatto che nell’imminente MoU sarebbero del tutto evaporate delle condizioni che solo poche settimane fa Washington era convinta di poter imporre: la fine del sostegno iraniano ai suoi alleati regionali non statali e l’interruzione o il ridimensionamento del suo programma missilistico, cioè l’unico strumento con cui Teheran si è potuta difendere dall’aggressione subita.
Forse è dovuta soprattutto a questi aspetti la trapelata insoddisfazione di Netanyahu, il quale è perfettamente conscio che senza lo sproporzionato - e senza precedenti dal punto di vista quantitativo, prima di Trump - sostegno finanziario, militare e morale da parte degli Stati Uniti, un altro round di conflitto con Teheran avrebbe conseguenze devastanti per Israele. Non solo Teheran si rifiuta di tagliare i ponti coi suoi alleati, come Hezbollah, ma insiste perché nell’intesa ricada il Libano, con la richiesta di ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese (bersagliate in questi giorni dai droni Fpv di Hezbollah stessa), che potrebbe perlomeno dar luogo ad una tregua; non solo l’Iran non ha mai nemmeno ipotizzato di rinunciare al programma missilistico che, complice la presa di coscienza sul proprio isolamento internazionale, aveva dovuto avviare all’indomani della guerra con l’Iraq, ma promette di rafforzarlo: perché si è rivelato efficace, e perché in assenza di altri deterrenti, rimane di fatto l’unico a sua disposizione tra quelli militarmente convenzionali.
Come ha scritto Danny Citrinowicz, questo MoU porrà fine ad una storica convinzione americana ed in parte israeliana, che contiene chiaramente un fallimento strategico: cioè che una campagna di “pressioni” di vario tipo possa produrre un regime change in Iran. Queste pressioni hanno infatti generato effetti opposti a quelli attesi: un rafforzamento del regime, una sua parziale riabilitazione internazionale e il de facto obbligo, per gli Stati Uniti, di trattarli come dei veri interlocutori in un negoziato, che poteva essere avviato anche senza far cadere migliaia di bombe. Per dirla come Andrew Miller del Center for American Progress, si tratta di un “fallimento di proporzioni storiche”.
Gli insperati successi e le priorità di Teheran
Se la riapertura di Hormuz per l’Iran non prevede costi particolari, visto che ripristina una situazione che è stata normale da quando è stata fondata la Repubblica islamica, è chiaro che a Teheran siano soprattutto interessati ai benefici economici di questo “accordo”. Anche l’Iran sembra aver abbandonato la già non troppo convinta richiesta di riparazioni di guerra, al fine di lenire il peso dei citati e consistenti danni subiti al proprio apparato militare ed industriale.
E’ però possibile che questa richiesta riemerga in qualche forma nella seconda fase di negoziati, magari vincolando la sua mancata soddisfazione (o reclamando altri fondi iraniani congelati in banche americane ed emiratine) a nuovi pedaggi all’interno dello Stretto di Hormuz. Quel che appare certo già prima della firma del prossimo 19 giugno, è che l’Iran otterrà in ogni caso benefici economici sotto forma di rimozione di sanzioni e restituzione di fondi congelati, una rinnovata legittimità diplomatica e soprattutto la chiara percezione che le leve statunitensi nei suoi confronti - nonostante la distruzione generata, ed orgogliosamente rivendicata da Hegseth e Trump - siano nettamente diminuite rispetto anche solo ad un anno fa.
Volendo concedere una residua razionalità alla Casa Bianca, si potrebbe pensare che a Teheran possano essersi convinti del fatto che, viste le imminenti elezioni di midterm, gli Stati uniti si guarderanno bene dal riprendere il conflitto con l’Iran almeno nei prossimi 6 mesi. Questo potrebbe ragionevolmente dargli modo di ricostituire le proprie capacità militari e la propria rete di rapporti intra-regionali, proprio mentre Israele rischia un inatteso isolamento sul dossier iraniano: dai prematuramente celebrati Accordi di Abramo, ad una nuova realtà in cui, pragmaticamente, gli Stati del Golfo diano assoluta priorità alla stabilità economica e alla deescalation, e si guardino bene dall’assumere il ruolo di vassalli e ancelle delle guerre israelo-americane, avendo fatto i conti con l’esternalizzazione delle sue conseguenze sulle loro infrastrutture.
Si tratterebbe, ovviamente, di un ulteriore successo strategico: la “neutralizzazione” del “collaborazionismo” dal Golfo. Che si aggiunge al “deterrente permanente” di Hormuz, alla quasi vitale rimozione di sanzioni ai suoi danni (che non era nemmeno sul tavolo prima del conflitto), alla preservazione delle proprie capacità militari, della propria rete di alleanze regionali e della propria - forse aumentata, vista la sempre più diffusa percezione dell’Iran come “antagonista unico” di uno Stato coloniale e genocida - popolarità, all’interno in un quadrante sempre più ampio del Pianeta.
Quanto scritto potrebbe perdere di valore all’aumentare dell’incertezza sui contenuti che realmente saranno condivisi da ambo le parti il prossimo 19 giugno, nonché dagli sviluppi delle prossime ore sul campo: in particolare nel teatro libanese, che Teheran ha già dimostrato di considerare non negoziabile e parte di qualunque intesa con Washington, in modo speculare a come invece Tel aviv lo considera un legittimo spendibile playground, sia per le proprie aspirazioni espansioniste che per quelle funzionali al naufragio dei già fragili accordi altrui.





