Cosa ci racconta l'omicidio di Amal Khalil, a parte la sua dimensione criminale
Israele ha modificato la struttura delle sue "giustificazioni". Sono quasi 300 i cronisti uccisi tra Libano e Gaza in 2 anni. L'impunità è strutturale, e la sua policy dipende da questa consapevolezza
di Lorenzo Forlani
Con l’assassinio di Amal Khalil, corrispondente del quotidiano Al Akhbar, sono 14 i giornalisti uccisi da Israele in Libano a partire da novembre 2023, che si aggiungono ai circa 260 nello stesso periodo all’interno della Striscia di Gaza. In meno di due mesi, Israele ha ucciso più di 2300 persone - oltre 300 nei circa 100 devastanti bombardamenti su Beirut in dieci minuti dello scorso 8 aprile, i più intensi mai registrati in così poco tempo nel Paese dei Cedri -, dopo averne uccise quasi 500 da novembre 2024 a marzo 2026, durante il teorico - perché rispettato solo da parte libanese, Hezbollah inclusa - “cessate il fuoco” col Libano.
Amal Khalil è morta a 42 anni e a circa 40 km dalla sua cittadina natale. Ha smesso di respirare dopo una lunga ed evitabile agonia, se è vero che, come la sua collega Zainab Faraj (oggi in ospedale), era rimasta gravemente ferita tra le macerie dell’edificio che le Idf avevano bombardato nei pressi di Tayri, nel sud del Libano, impedendo poi ai soccorsi di raggiungerlo, e colpendo l’ambulanza arrivata sul posto per ben due volte. Varie ore dopo il bombardamento, i paramedici sono riusciti a raggiungerla, constatandone il decesso.
Come Israele tende a presentare gli assassinii dei giornalisti libanesi
Per giustificare la gran parte degli omicidi dei cronisti gazawi, Israele si è a lungo servita di un duplice registro retorico, alternando sostanzialmente due versioni: il giornalista ucciso non era un giornalista ma in realtà un “combattente di Hamas” sotto mentite spoglie; oppure - come nel caso della reporter di Al Jazeera e cittadina americana Shireen Abu Aqle, uccisa con due colpi alla testa dalle Idf a Jenin, nel 2022 - si era sfortunatamente trovato/a “nel posto sbagliato al momento sbagliato” (curiosa espressione, associata ad un reporter di guerra), cioè in mezzo ad uno scontro a fuoco tra Tsahal e dei miliziani.
Il caso di Amal Khalil appare invece diverso, e sembra ricalcare un metodo ed un registro giustificativo che Israele ha adottato sin dalla ripresa del conflitto con Hezbollah, a partire dallo scorso 2 marzo, in base al quale non solo rivendica gli omicidi di civili ma manipola deliberatamente la natura delle loro professioni.
Meno di un mese fa, infatti, Israele aveva ucciso altri tre cronisti: Ali Shoeib e due fratelli, Fatima e Mohammad Ftouni. Il loro assassinio ha avuto sui media italiani ed europei ancor meno spazio del già poco dedicato ad Amal Khalil: forse, in un certo senso, per una questione esteriore, cioè che Ali Shoeib era un uomo di sessanta anni che lavorava per una tv - Al Manar - affiliata ad Hezbollah, nonché il fatto che Fatima Ftouni, a differenza di Amal Khalil, portava il velo, e lavorava per la stessa emittente, spesso in coppia col fratello Muhammad.
I tre erano stati subito descritti dal portavoce dell’Esercito israeliano come degli “agenti dell’intelligence di Hezbollah”, e nel caso di Shoeib si era arrivati al parossismo di pubblicare una sua immagine, generata dall’Intelligenza artificiale - e riconosciuta come tale dalle stesse Idf - che lo ritraeva in uniforme militare. Non c’è nessun malinteso: le Idf avevano utilizzato una foto falsa di Shoeib per "dimostrare” al pubblico la sua funzione militare, e giustificarne quindi l’assassinio nell’ambito degli sforzi volti ad eliminare minacce alla sicurezza israeliana.
Giustifichi se temi delle conseguenze. Altrimenti non serve
A dire il vero, forse “giustificare” non è e non è mai stato il verbo adatto a descrivere la postura di Tel aviv. Le giustificazioni servono in effetti quando incombe una condanna, e quando si rischia qualcosa per il misfatto compiuto. Non sembra questo il caso, anche perché come ricorda Yara Hawari di Al Shabaka - Palestinian Policy Network, l’impunità strutturale di cui gode Israele non segnala soltanto il mero fallimento della giustizia rispetto ad un fatto compiuto ma un pattern giustificativo che ex ante plasma le modalità con cui Israele agisce, quel che ritiene di poter fare. Il governo israeliano ha preso atto, in questi decenni di impunità, che non esiste in sostanza nessuna azione che le può costare il sostegno occidentale. Di più: nelle ore successive all’omicidio di Amal Khalil, lo stesso governo del Libano, cioè il paese natale della giornalista, ha continuato a portare avanti i “colloqui di pace” con la stessa Israele, ai quali una parte consistente dei libanesi si oppone.
Quello israeliano non è l’unico progetto coloniale ad utilizzare una tale dose di violenza ma si distingue senz’altro per la sfacciataggine con cui agisce, ancor più in un’epoca nella quale i crimini di questo tipo vengono ripresi, registrati, ufficializzati. Tel aviv non si disturba più a sostenere che un dato giornalista è stato ucciso perché nel mezzo di uno scontro a fuoco o all’interno di un edificio civile trasformato in “base militare”, e nemmeno che quel civile in realtà era un combattente: ha preso a “dare la caccia” a questo genere di “obiettivi”, perché percepiti come “vicini” alla causa. In modo sempre meno velato, ha iniziato a considerare i giornalisti “solidali alla causa palestinese” - o anche, in qualche modo, al ruolo di Hamas o Hezbollah - come degli obiettivi militari. Costruendo peraltro delle pericolosissime equivalenze, spesso assorbite dai media occidentali, che nel raccontare l’assassinio di giornalisti di Al Manar o di Al Mayadeen (quest’ultima emittente non legata ad Hezbollah ma che ne appoggia la narrativa), sentono sempre l’urgenza di segnalarne anzitutto l’orientamento politico, l’appartenenza a canali “legati ad Hezbollah”. Come se ciò li rendesse un po’ meno giornalisti di tutti gli altri.
Ciò è ovviamente vietato dal diritto bellico e internazionale, secondo il quale nel corso di una guerra è possibile considerare obiettivi legittimi soltanto coloro che prendono parte attiva alle ostilità. Non è quindi possibile considerare obiettivo legittimo un individuo che si ritiene affiliato - a torto o a ragione - ad un’istituzione civile legata al movimento contro cui si combatte.
I casi palestinesi: dall’ingegnere laureato in giornalismo al miliziano pre adolescente
Israele conosce anche questo genere di formalismi, e li aveva già evasi ad esempio nel caso dei giornalisti Hamza Al Dahdouh e Mustafa Thuraya, il 7 gennaio 2024: dapprima accusati di “trasportare un terrorista che operava un drone in grado di mettere a rischio l’esercito”, poi definitivamente classificati rispettivamente come “operativo nell’unità di ingegneria elettronica del Jihad islamico palestinese (IPJ)e ed ex comandante del battaglione Zeitun”, e “vice comandante di un battaglione di Hamas”.
A supporto, le Forze Armate israeliane avevano mostrato sul loro profilo X uno strano foglio, a loro dire trovato a Gaza ed attribuito al Jihad islamico palestinese (IPJ), in cui erano scritte queste proprio “informazioni”, in un assai inusuale - per i media legati all’IPJ - miscuglio tra arabo ed inglese. Un familiare di Al Dahdouh aveva quindi fornito al Committee for Protecting Journalists (CPJ) una copia del suo attestato di laurea in Giornalismo e tecnologie dei media, dimostrando come non avesse alcun background in Ingegneria.
Anche Ismail Al Ghoul e Rami al Rifi di Al Jazeera erano stati uccisi il 27 luglio 2024 da un drone israeliano, mentre erano all’interno della loro macchina. Stavano trasmettendo dal campo profughi di Al Shati, non lontano dalla casa del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, che era stato appena ucciso in Iran. Secondo i testimoni, anche nel loro caso un drone israeliano aveva colpito una prima volta, spingendoli a mettersi immediatamente in macchina per evacuare l’area, per poi essere colpiti non appena si erano messi in movimento.
Ancor più paradossale della precedente è la versione che le forze armate israeliane avevano fornito il successivo 1 agosto, confermando di aver ucciso Ismail Al Ghoul: “nell’ambito del suo ruolo nell’ala militare di Hamas, Al Ghoul insegnava ad altri operativi come registrare le operazioni militari ed era attivamente coinvolto nella registrazione e nella promozione di attacchi contro le Idf. Le sue attività sul campo erano una parte vitale della dimensione militare di Hamas”, aveva dichiarato Avichai Adraee, portavoce delle Idf in lingua araba, su X.
Il 3 agosto il portavoce pubblicava poi un altro documento, trovato a suo dire sui computer di Hamas a Gaza, nel quale si certificava che Al Ghoul sarebbe entrato a far parte di Hamas nel 2007, quindi all’età di dieci anni - con tanto di assegnazione di un numero di matricola - e nella sua ala militare nel 2014.
Al Jazeera ha smentito in modo deciso tutte queste accuse, esprimendo dubbi anche sull’autenticità dei documenti e difendendo la professionalità di Al Ghoul. Ma forse non ce ne sarebbe stato nemmeno il bisogno: Ismail Al Ghoul, come tutti i suoi colleghi a Gaza, era un problema perché stava con la sua presenza fornendo le prove dei crimini israeliani. E a marzo 2024 era stato già arrestato dalle Idf e detenuto per oltre 12 ore, mentre copriva i raid sull’ospedale Al Shifa: era stato quindi lo stesso esercito israeliano, nel rilasciarlo definitivamente, a riconoscere che fosse un giornalista, e non un membro di Hamas. Oppure, a liberarlo pur sapendo che si trattava di un pericoloso miliziano.
La guerra alla nozione di giornalismo
A giugno 2024, intervistato da un giornalista del Guardian sui 23 reporter dell’emittente Al Aqsa - canale legato ad Hamas - uccisi sin dal 7 ottobre 2023, un portavoce delle Idf aveva ribadito come non ci fosse “alcuna differenza tra lavorare per i media di Hamas ed essere membri della sua ala militare”. Una plateale ed esplicita indifferenza per un fondamentale principio del diritto umanitario, cioè il dovere di distinguere tra civili e combattenti.
Per Israele, descritto sovente come un paese dalla solida libertà di stampa - in realtà già al 6 ottobre 2023 era al 101esimo posto su 180 nell’indice elaborato da Reporters Senza Frontiere -, un giornalista che adotta una narrazione di parte, magari anche esplicitamente celebrativa di Hezbollah o Hamas, ne è automaticamente un membro, ed al minimo un complice. E’ persino ovvio come tutto ciò miri ad impedire ai giornalisti palestinesi e libanesi di fare il loro lavoro, i cui “toni” non dovrebbero essere decisi da nessun altro, eccetto loro stessi e le emittenti da cui vengono retribuiti.
I raccoglitori di Intelligence: come formalizzare ruoli di fantasia
E’ pero ancor più utile provare ad adottare la narrativa israeliana, per capirne fino in fondo la violenza intrinseca, nonché l’afflato coloniale. Per le Idf - come ribadito anche dall’ex Idf e youtuber vicino al Likud, Gal Gideon Ben Avraham, che l’aveva minacciata di morte per telefono circa due anni fa, ed ha rivendicato pochi giorni fa la sua uccisione ad alcuni reporter che lo hanno contattato, minacciando anche questi ultimi - Amal Khalil era un obiettivo militare poiché “attiva nella raccolta di intelligence per conto di Hezbollah”.
Questa espressione burocratica - la “raccolta di intelligence” - volta a formalizzare il ruolo del tutto immaginario di una cronista indipendente, sempre in prima linea, laica, che lavorava per giunta per un quotidiano senza legami con Hezbollah (pur appoggiandone la narrativa), serve primariamente a manipolare il percepito, a cancellare la dimensione umana in un essere umano.
Anche volendo credere alla versione israeliana (su cui al solito non esiste alcuna prova o indizio), e cioè che Khalil fornisse “informazioni” dal campo ai miliziani di Hezbollah, che cosa significherebbe tutto ciò, all’atto pratico?
Nel migliore dei casi, che Khalil, nata nel 1984 a Baisouriyeh, nel sud del Libano, aveva un’ovvia conoscenza dell’area (che è più piccola della Val d’aosta), dei suoi abitanti, del suo ambiente sociale, e quindi anche di segmenti della cittadinanza appartenenti a varie generazioni, che nei vari conflitti con le truppe israeliane in territorio libanese avevano preso parte alla “resistenza”, spesso ma non unicamente tra le fila di Hezbollah.
“Raccogliere intelligence” poteva al massimo voler dire che Khalil, non appena vedeva mezzi corazzati e truppe israeliane in determinati villaggi del sud del Libano, avvertiva chi si trovava nelle vicinanze, che a sua volta doveva - anche per l’incolumità della stessa Khalil - sapere dove lei si trovasse nello svolgimento del suo lavoro. Si tratterebbe, banalmente, di comprensibili relazioni sociali in un contesto non solo di guerra ma di invasione straniera sul proprio territorio, e quindi di difesa dello stesso. Per una reporter di guerra, inoltre, è altamente raccomandabile avere delle relazioni con gli attori in campo, specie se questi attori esercitano più o meno controllo su quel territorio. E “relazioni” non vuol dire né amicizia né complicità.
E’ lo stesso motivo per cui da un punto di vista strettamente giornalistico non sarebbe dovuto essere nemmeno scandaloso, a Gaza, coprire il conflitto seguendo o interagendo anche con i miliziani di Hamas. Altrimenti, il conflitto lo si “copre” da lontano, dall’albergo o da casa. Come sappiamo, l’unico modo che i giornalisti avevano per entrare a Gaza durante il genocidio era quello di andare embedded con le Idf, e quindi anzitutto essere graditi ad esse. E non a caso, non esistono reali reportages e coperure continue del genocidio sul campo ma solo gite di personaggi come Douglas Murray insieme a Tsahal, in chiavi puramente celebrative.
Se le definizioni fagocitano la realtà fattuale
Si fa fatica a capirlo perché a volte, le definizioni a cui siamo affezionati - ad esempio quelle di natura morale, e sicuramente non giuridica, come “terroristi” - finiscono per fagocitare tutto il resto, a partire dalla sostanza delle cose, dalla descrizione di ciò che effettivamente accade.
Si può anche sostenere che un movimento come Hamas, o come (in misura abbastanza diversa) Hezbollah, sia un movimento “terrorista”, o meglio che compia o abbia compiuto azioni terroristiche. Ciò però non può diventare metafisica, non può ricoprire la realtà sostanziale con un velo di forma, di ruoli predefiniti ed immobili: le persone che fanno parte di Hezbollah, quando combattono sul proprio territorio, nel proprio Stato (privo di difese anti aeree, aviazione, mandato), contro truppe corazzate straniere che lo occupano, sostenute da una aviazione, non stanno facendo “i terroristi”, non stanno esercitando la loro immanente natura: stanno appunto difendendo il proprio territorio, a prescindere dal loro banner, stanno esercitando la facoltà che il diritto internazionale riconosce a chi fa i conti con un Esercito straniero in casa propria. E nel sud del Libano, soprattutto per motivazioni storiche, è assai possibile che un giovane della maggioritaria comunità sciita, che fino a ieri faceva tutt’altro, oggi decida di offrirsi volontario per combattere truppe straniere tra le fila di Hezbollah, cioè la principale organizzazione sul campo, storicamente deputata a respingerle.
Una postura coloniale come quella israeliana non può per sua stessa natura considerare questi aspetti. Sebbene le autorità israeliane parlino spesso di “guerra” (che avrebbe appunto delle regole), il loro framing di ciò che Israele fa nel sud del Libano è quello di una gigantesca ed illimitata operazione anti-terrorismo in territorio altrui, per cui chiunque faccia parte, afferisca, lambisca Hezbollah - che, è bene ricordarlo, rappresenta come partito politico non meno di un quarto dei libanesi, ed è un esteso fornitore di welfare, sopratutto per le fasce della popolazione più deboli, e non solo della comunità sciita - è in sostanza un “terrorista”, un soggetto da eliminare in quanto tale, in barba a qualunque interpretazione del diritto bellico e del diritto internazionale. E anche quando, nominalmente e fattualmente, non costituisce una minaccia di alcun tipo alla propria sicurezza.





