Da Modena a Taranto, il veleno dell’odio che la destra identitaria vuole insinuare in Italia
Da Modena all’omicidio di Bakari Sako, la stessa macchina politica e mediatica continua a trasformare l’origine delle persone in una colpa collettiva, alimentando paura, rabbia e disumanizzazione
Di Karima Moual
Avete finito? Ora possiamo tirare le somme?
Perché quanto avvenuto a Modena è così doloroso da essere inenarrabile, soprattutto per le vittime coinvolte e per la cittadinanza che ha dovuto vivere un episodio di puro terrore. Peccato che, nonostante la gravità dell’evento, i soliti sciacalli, anche questa volta, siano riusciti a superarsi, facendo letteralmente ancora più schifo e orrore.
A Modena un giovane ha travolto innocenti in pieno centro, lasciando sangue, corpi mutilati, vite spezzate per sempre.
Una donna ha perso le gambe. Altri lottano tra la vita e la morte. Famiglie intere precipitate nell’orrore nel giro di pochi secondi solo perché si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
E mentre ancora non si erano spente le sirene delle ambulanze, era già partita la solita macchina politica dell’odio, perché il giovane in questione ha un nome arabo: Salim El Koudri.
Nato a Bergamo da genitori marocchini, è un trentenne italiano, incensurato, con una laurea in Economia, senza lavoro, ma soprattutto con gravi problemi mentali, che si scoprirà sin dalle prime ore essere ben certificati.
Agli sciacalli imprenditori della xenofobia e dell’islamofobia nel nostro Paese non è sembrato vero però. Si sono fregati le mani con la bava alla bocca sin dalle prime ore, costruendo una linea precisa di racconto e di attacco, partendo dalla disumanizzazione del colpevole.
Certo, speravano nel terrorismo islamico per coinvolgere nuovamente tutti i musulmani, aggiungendo questa volta pure i palestinesi, ma si sono dovuti accontentare delle origini marocchine dei genitori.
La dinamica partita dalla politica di destra con Matteo Salvini, Roberto Vannacci e dalla stampa schierata contro i migranti tout court ha messo letteralmente in atto una narrazione completamente scollegata, non solo dai fatti ma anche dalla realtà che le ore successive hanno potuto ricostruire.
Matteo Salvini parla subito di “criminale di seconda generazione”. Va poi oltre: “In troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza”.
I titoli dei giornali di destra affiliati, da Libero a Il Giornale: “L’attentato del nuovo italiano”. “L’ombra del terrore”. “Risorsa in auto falcia la folla”. “Seconda degenerazione”.
Come se quel gesto non dovesse raccontare soltanto un individuo, ma un’origine, un’appartenenza, un’intera categoria umana.
Lo fanno sempre. Ogni volta che c’è un fatto di cronaca con al centro un cittadino di origini straniere.
Non importa che Salim El Koudri sia nato a Bergamo. Non importa che sia cittadino italiano. Non importa che abbia frequentato scuole italiane, studiato all’università di Modena, vissuto sempre qui. Non importa che non emergano legami col terrorismo islamista. Non importa che non frequentasse moschee (come se poi fosse illegale). Non importa che nella sua casa non siano stati trovati simboli religiosi, contatti estremisti o tracce di radicalizzazione.
No. Perché nel momento in cui un uomo con origini marocchine compie un gesto atroce, la destra identitaria non vede più un individuo. Vede un’occasione. Un corpo da usare. Una prova politica. Un manifesto vivente contro l’immigrazione, contro le seconde generazioni, contro chiunque abbia un cognome straniero.
Eppure le informazioni che emergono raccontano altro. Raccontano la storia di una persona fragile.
Seguita dal centro di salute mentale.
Con disturbi schizoidi. Scomparsa dai radar sanitari da anni. Disoccupata. Isolata. Piena probabilmente di rabbia e disagio.
Ma questa parte della storia interessa molto meno.
Perché obbligherebbe il Paese a guardare dentro un’altra emergenza: la salute mentale abbandonata. I centri psichiatrici sovraccarichi. Le fragilità lasciate sole. Le menti che si spezzano nel silenzio.
Ed è impressionante il cortocircuito politico di queste ore.
La stessa politica che oggi urla contro le origini di El Koudri è quella che da anni taglia il bonus psicologo, non investe seriamente nella salute mentale, lascia i centri territoriali senza risorse e senza personale sufficiente.
Ma tutto questo scompare.
Perché la narrazione identitaria è più semplice. Più redditizia e più utile.
E soprattutto perché ormai esiste un meccanismo mediatico perfettamente rodato: le origini di chi colpisce diventano automaticamente la spiegazione del gesto.
Le origini di chi salva, invece, spariscono.
E infatti c’è un dettaglio enorme che una parte della propaganda ha scelto di ignorare: tra le persone che hanno inseguito e fermato l’attentatore, rischiando la vita, c’erano anche cittadini stranieri. Lo ha detto chiaramente il sindaco di Modena.
E in che mondo stiamo vivendo, e che schifo, se siamo arrivati a dover portare le prove, le foto di chi salva, tra italiani e stranieri. Se ormai abbiamo perso il senso della parola individuo, essere umano. Se ogni volta dobbiamo passare il nostro tempo a spiegare l’ovvio, smontando vecchi pregiudizi.
Ma quelle origini, che hanno le mani oneste, non interessano. Non fanno titolo. Non servono alla costruzione del nemico.
Ed è qui che questa storia diventa qualcosa di più grande di un singolo fatto di cronaca.
Perché pochi giorni fa a Taranto Bakari Sako veniva ucciso mentre andava a lavorare all’alba. Una bicicletta. Uno zaino. Una bottiglia d’acqua.
Una moglie incinta. Un figlio che nascerà senza padre.
È stato massacrato da cinque ragazzi.
Ma nessuno ha scritto giustamente “italiani non integrabili”. Nessuno ha parlato di identità italiana, di origini o di fede cristiana. Nessuno ha trasformato quel delitto nella prova antropologica contro gli italiani.
Perché agli italiani viene riconosciuta una cosa fondamentale: l’individualità.
Possono essere criminali, fragili, disturbati, violenti. Ma restano individui.
Gli altri invece diventano immediatamente categoria. Origine. Problema collettivo. Minaccia civile.
Ed è questo il veleno che sta divorando il dibattito pubblico italiano.
L’ossessione permanente del “noi contro loro”.
Lo straniero trasformato in bersaglio politico quotidiano. La convinzione che esistano esseri umani incompatibili con la società.
Roberto Vannacci costruisce consenso esattamente su questo immaginario: gli italiani veri, le identità incompatibili, la paura della sostituzione, la guerra culturale permanente.
E poi ci stupiamo se questo clima entra nelle persone. Nelle fragilità. Nelle rabbie. Nella solitudine. Nel disagio sociale. Nella violenza.
No, sia chiaro: dire questo non significa giustificare nulla.
Chi travolge innocenti resta responsabile delle proprie azioni. Chi massacra un uomo per strada resta responsabile delle proprie azioni.
Ma una società seria dovrebbe anche interrogarsi sul terreno emotivo e culturale nel quale continua a crescere indisturbato questo odio istituzionalizzato.
Perché l’odio non resta confinato agli slogan elettorali. Cammina nelle strade. Entra nelle menti. Disumanizza. Deforma la percezione dell’altro. Trasforma esseri umani in bersagli. E alla fine può colpire chiunque.
Il bracciante maliano incontrato all’alba. I passanti innocenti di Modena. Chiunque venga improvvisamente percepito come nemico.
Il grande errore che stiamo facendo è pensare che tutto questo riguardi soltanto le minoranze.
No. Una società costruita sulla paura permanente del diverso non diventa più sicura. Diventa soltanto più rabbiosa, più fragile, più violenta.
Ed è questo il vero pericolo che oggi dovremmo avere il coraggio di denunciare.
Non solo il gesto folle di un uomo, che ci ricorda il dramma della salute mentale che vivono numerosi cittadini senza distinzione di etnia, età, sesso o classe sociale, ma il clima tossico che da anni insegna alle persone a guardarsi come nemici.
Perché è lì che la violenza comincia davvero, e da noi è già avanzata.






