Decapitare non è governare
La guerra all’Iran tra calcolo politico, ambizione regionale e irresponsabilità strategica
Di Karima Moual
La guerra contro l’Iran continua ad essere raccontata come un’operazione necessaria, chirurgica, inevitabile. Israele parla di “ridisegnare il Medio Oriente”. Gli Stati Uniti di “difendere il popolo americano”. Entrambi evocano il “cambio di regime” come se fosse una conseguenza naturale dell’eliminazione della Guida Suprema.
Ma la storia recente insegna che decapitare non significa stabilizzare. E uccidere un leader non equivale a trasformare un sistema.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu combattono insieme, certo, ma occhio a scambiare questa alleanza per una ragione comune.
Netanyahu ha bisogno di una vittoria simbolica. Dopo Gaza, dopo la Cisgiordania, dopo il trauma del 7 ottobre, il suo capitale politico è legato alla narrazione della forza. Una “vittoria storica” contro l’Iran - il principale sponsor regionale della resistenza palestinese - serve a consolidare la sua sopravvivenza politica.
Qui sta un punto centrale: l’Iran non è soltanto un dossier nucleare, come la narrazione mainstream prova da anni a convincerci per meglio addomesticare la paura. L’Iran è l’unico Stato che negli ultimi decenni ha sostenuto in modo strutturale la resistenza palestinese, da Gaza al Libano.
Per una parte significativa dell’attuale classe dirigente israeliana - in particolare le forze nazional-religiose e messianiche che sostengono il governo e che trovano nel movimento dei coloni la loro base ideologica - l’obiettivo non è soltanto la deterrenza. È la ridefinizione permanente dello spazio politico e territoriale.
Il riferimento alla cosiddetta “Grande Israele” non è una caricatura propagandistica. In alcune correnti del sionismo religioso richiama l’idea di Eretz Israel, un orizzonte storico-religioso che, nella sua interpretazione più radicale, supera i confini dello Stato attuale e oltrepassa la sola questione palestinese.
È necessario distinguere con rigore: non esiste oggi una dichiarazione ufficiale che annunci un piano formale di annessione di Stati sovrani come Giordania o Libano. Ma esiste una cultura politica influente che considera i confini non come limiti definitivi bensì come linee modificabili in funzione della forza e della superiorità militare. Ed è qui che l’ideologia incontra la prassi. Israele è già militarmente presente oltre i propri confini: attacchi ripetuti in Libano, operazioni costanti in Siria, proiezioni che travalicano la dimensione puramente difensiva. Questo non equivale automaticamente a un piano organico di annessione territoriale, ma dimostra che l’estensione dell’area di intervento è un fatto.
Quando un governo sostenuto da correnti che non riconoscono i confini come definitivi agisce in un contesto di superiorità militare, la linea tra deterrenza e proiezione espansiva si assottiglia.
La guerra contro l’Iran si colloca anche in questo quadro. Perché eliminare il principale attore regionale capace di bilanciare Israele significa rimuovere un limite strutturale. Significa aprire uno spazio in cui la ridefinizione unilaterale degli equilibri diventa più praticabile.
Ed è questo che rende il progetto pericoloso per l’intera regione. Non riguarda soltanto Gaza o la Cisgiordania. Riguarda Libano, Siria, Giordania…
Riguarda l’idea stessa che i confini in Medio Oriente possano essere modificati dalla superiorità militare senza un ordine condiviso. Finché la forza prevale sul diritto, l’espansione tende ad avanzare. Raramente arretra spontaneamente.
Trump ha una logica diversa. Ha bisogno di apparire forte, ma non può permettersi una guerra lunga. Il suo elettorato non vuole un nuovo Iraq. Non vuole truppe sul terreno ma spettacolo di potenza senza costi strutturali.
A questa vulnerabilità si aggiunge un elemento politico interno: il caso Epstein continua a produrre ombre e imbarazzi negli Stati Uniti. Non servono teorie di ricatto per comprendere che uno scandalo irrisolto che tocca élite politiche e finanziarie crea un clima di fragilità. In quel contesto, una crisi internazionale può diventare anche uno strumento di ricomposizione dell’autorità e di distrazione dall’arena domestica.
Finché la guerra resta aerea, simbolica, gestibile mediaticamente, l’alleanza regge. Quando si tratterà di gestire il caos, emergerà la divergenza: Perché se Israele può permettersi una guerra prolungata, gli Stati Uniti no.
Colpisce il silenzio di molte capitali arabe sunnite di fronte all’attacco all’Iran.
Quegli stessi attori che in altri contesti invocano la sovranità e il diritto internazionale oggi scelgono la cautela. È una scelta dettata dal calcolo strategico: rivalità con Teheran, dipendenza dagli equilibri di sicurezza garantiti da Washington, rapporti ormai normalizzati o semi-normalizzati con Israele. Ma questo silenzio contribuisce a rendere l’operazione politicamente più sostenibile e moralmente meno isolata.
Da Kabul a Baghdad, da Tripoli a Mosul, la convinzione occidentale è stata sempre la stessa: rimuovere il vertice produce un collasso rapido seguito da una transizione ordinata.
Peccato che non è mai andata così.
Afghanistan, Iraq e Libia dimostrano che il cambio di regime imposto dall’esterno genera vuoti di potere, radicalizzazioni, milizie, destabilizzazione regionale.
L’Iran non è un regime personalistico fragile. È uno Stato con una burocrazia resiliente, un apparato di sicurezza strutturato, una classe tecnocratica che tiene in piedi servizi e fiscalità. E soprattutto è una Repubblica Islamica sciita, dove la morte del leader può essere narrata come martirio, non come sconfitta. In quel contesto simbolico, l’assassinio può trasformarsi in collante nazionale. Può unire anche settori critici intorno alla difesa dello Stato contro l’aggressione esterna.
Se l’obiettivo dichiarato è la stabilità, allora bisogna dirlo con chiarezza: una strategia fondata sulla distruzione sistematica dell’avversario non è un progetto di ordine regionale. È una scommessa sull’instabilità.
Se l’orizzonte implicito è la rimozione di ogni contrappeso a un’espansione territoriale permanente, allora il pericolo non riguarda solo l’Iran o la Palestina. Riguarda l’intera regione.
E se l’alleanza tra Washington e Tel Aviv è sostenuta anche da convenienze politiche immediate - elettorali, di sopravvivenza personale, di leadership interna - allora il rischio è che il Medio Oriente paghi ancora una volta il prezzo di calcoli a breve termine.
Confondere l’eliminazione di un leader con la trasformazione di un sistema è un errore strategico. Ma ignorare che dietro questa guerra si gioca anche una ridefinizione unilaterale degli equilibri regionali sarebbe un errore ancora più grave.

