di Karima Moual
Da Rabat
La fotografia di Fatima Ezzahra El Mansouri ricevuta da Mohammed VI al Palazzo Reale di Rabat è destinata a entrare nella storia del Marocco. Per la prima volta una donna è stata incaricata di guidare il governo del Regno. Un passaggio che arriva in un momento particolare della vita politica marocchina, dopo elezioni segnate da una forte astensione e da una domanda di cambiamento che attraversa soprattutto le generazioni più giovani.
Ora l’attenzione si sposta sulla composizione del nuovo esecutivo. Ed è proprio dalle trattative in corso che potrebbe arrivare una seconda novità, questa volta strettamente politica.
El Mansouri sta valutando una maggioranza composta dal suo Partito Autenticità e Modernità (PAM), dall’Istiqlal e dai due principali partiti della sinistra storica marocchina, l’Unione Socialista delle Forze Popolari (USFP) e il Partito del Progresso e del Socialismo (PPS). Insieme disporrebbero di 207 seggi su 395, sufficienti a superare la maggioranza assoluta fissata a 198 deputati.
L’eventuale accordo segnerebbe un cambiamento rispetto alla coalizione che ha governato negli ultimi cinque anni, guidata da Aziz Akhannouch e composta da RNI, PAM e Istiqlal. Il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (RNI), che nel 2021 era stato il primo partito del Paese, potrebbe ritrovarsi all’opposizione.
Le consultazioni, tuttavia, non sono concluse. El Mansouri ha avviato un secondo giro di incontri con i dirigenti delle diverse formazioni politiche, compreso un nuovo confronto con il segretario generale dell’Istiqlal, Nizar Baraka. Le discussioni riguardano ormai anche il programma di governo, le responsabilità ministeriali e gli equilibri della prossima legislatura.
L’USFP ha espresso un orientamento favorevole alla partecipazione, rinviando la decisione definitiva ai propri organismi dirigenti. Anche il PPS ha dato mandato di proseguire il confronto, ponendo particolare attenzione alle priorità economiche e sociali. Restano invece da sciogliere alcune questioni nei rapporti con l’Istiqlal, mentre l’RNI continua a dichiararsi disponibile a entrare nella nuova maggioranza.
El Mansouri sta inoltre mantenendo aperto il dialogo con altre formazioni, tra cui il Movimento Popolare e l’Unione Costituzionale. Sarebbe quindi prematuro considerare definitiva la formula a quattro partiti.
L’ipotesi resta comunque significativa, anche per la storia politica che porta con sé.
Istiqlal, USFP e PPS sono infatti le tre formazioni che negli anni Novanta diedero vita alla Koutla démocratique, l’alleanza che accompagnò una delle stagioni più importanti della trasformazione politica marocchina e contribuì all’arrivo, nel 1998, del governo dell’alternanza guidato dal socialista Abderrahmane Youssoufi.
Quell’esperienza appartiene a un altro periodo storico. Il Marocco di oggi ha istituzioni, rapporti di forza e priorità differenti. Anche i partiti sono cambiati e sarebbe improprio parlare di una ricostituzione della Koutla nel significato politico che aveva allora.
Resta però interessante il possibile ritorno al governo di quelle tre formazioni, questa volta attorno al PAM e sotto la guida della prima donna incaricata di formare un esecutivo.
Un’alleanza di questo tipo avrebbe anche un equilibrio parlamentare particolare. Istiqlal, USFP e PPS conterebbero insieme 110 deputati, contro i 97 del PAM. Il partito della futura premier sarebbe dunque il maggiore della coalizione preso singolarmente, ma i tre alleati avrebbero complessivamente un peso superiore.
La questione riguarda soprattutto la capacità di El Mansouri di definire una linea politica condivisa. Le differenze tra i quattro partiti sono tutt’altro che trascurabili.
Il PAM, nato nel 2008, ha costruito la propria identità attorno a un progetto di modernizzazione istituzionale e sociale, mantenendo una collocazione politica distinta dalla sinistra tradizionale. L’Istiqlal, uno dei protagonisti della storia dell’indipendenza marocchina, conserva una forte impronta nazionalista e sensibilità conservatrici. USFP e PPS provengono invece dalla tradizione socialista e progressista e hanno attraversato, con fortune alterne, le diverse fasi dell’evoluzione democratica del Regno.
La loro presenza potrebbe orientare il programma del nuovo governo su alcune questioni particolarmente delicate: il lavoro, la protezione sociale, le disuguaglianze territoriali, i diritti delle donne e le libertà individuali.
È anche su questo terreno che la nomina di El Mansouri assume un significato più ampio.
Il Marocco sta discutendo da tempo una riforma della Moudawana, il codice della famiglia, che tocca questioni centrali per la condizione femminile, dal matrimonio ai rapporti familiari fino ai diritti patrimoniali. Il dibattito ha fatto emergere ancora una volta le diverse sensibilità presenti nella società marocchina, tra chi chiede una maggiore tutela dell’uguaglianza e chi teme che alcune trasformazioni possano entrare in conflitto con i riferimenti religiosi e culturali del Paese.
L’arrivo di una donna alla guida del governo interviene inevitabilmente anche in questo confronto. Sarebbe però un errore attribuire alla sola presenza femminile un orientamento politico progressista. Saranno le scelte legislative e le politiche pubbliche a chiarire quale significato concreto avrà questa nomina.
In questo senso, un’eventuale partecipazione di USFP e PPS potrebbe avere un ruolo importante, purché i due partiti riescano a incidere realmente sulle decisioni dell’esecutivo.
Le difficoltà non mancano.
La maggioranza ipotizzata avrebbe un margine parlamentare di appena nove seggi, molto più ristretto rispetto a quello di una coalizione tra PAM, RNI e Istiqlal, che raggiungerebbe 228 deputati. La stabilità dipenderebbe quindi dalla capacità dei quattro partiti di trovare compromessi duraturi, soprattutto sulle scelte economiche e sulla distribuzione delle responsabilità.
Le prime divergenze emerse durante le consultazioni mostrano quanto il negoziato sia delicato. L’Istiqlal intende conservare un ruolo importante nell’esecutivo, mentre sul tavolo ci sono già le richieste relative ai ministeri strategici. Secondo indiscrezioni della stampa marocchina, anche la presidenza della Camera dei rappresentanti sarebbe entrata nella discussione.
El Mansouri dovrà quindi misurarsi con un lavoro di mediazione che richiede esperienza politica e una certa autonomia nella gestione degli equilibri tra gli alleati.
C’è poi un aspetto che merita attenzione e riguarda il rapporto con il governo uscente.
Se l’RNI dovesse essere escluso dalla nuova maggioranza, il passaggio avrebbe un significato politico evidente. Nel 2021 il partito di Aziz Akhannouch aveva conquistato 102 seggi, diventando il perno della coalizione. Alle ultime elezioni si è fermato a 66, perdendo una parte importante della propria rappresentanza parlamentare.
Ma la discontinuità avrebbe inevitabilmente dei limiti.
Il PAM ha governato negli ultimi cinque anni insieme all’RNI e all’Istiqlal. Ha partecipato alle principali decisioni dell’esecutivo e condivide una parte delle responsabilità politiche di quella stagione. Non potrebbe quindi presentarsi come una forza estranea all’esperienza precedente.
La scelta di nuovi alleati potrebbe consentire a El Mansouri di modificare l’indirizzo politico del governo, ma difficilmente basterebbe da sola a segnare una rottura con il passato.
Anche la composizione dell’opposizione potrebbe cambiare sensibilmente.
Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), tornato a 54 deputati dopo il tracollo del 2021, rappresenterebbe una delle principali voci critiche sui temi sociali, religiosi e identitari. La sua visione conservatrice, soprattutto sulle questioni familiari e sul rapporto tra religione e società, potrebbe entrare in contrasto con alcune delle riforme sostenute dai partiti progressisti.
L’RNI, qualora restasse fuori dal governo, porterebbe invece all’opposizione l’esperienza di una forza che ha guidato l’esecutivo per cinque anni e che conserva una presenza significativa nelle istituzioni e nell’economia del Paese.
Il confronto parlamentare potrebbe dunque articolarsi su terreni differenti, dalle politiche economiche alle libertà individuali, fino alla gestione dei grandi progetti di sviluppo.
Resta tuttavia una questione che nessuna combinazione parlamentare potrà risolvere attraverso la sola distribuzione dei ministeri.
Alle elezioni ha partecipato circa il 38 per cento degli aventi diritto. Quasi sei marocchini su dieci hanno scelto di non votare.
Le ragioni dell’astensione sono molteplici e non possono essere ricondotte automaticamente a una protesta contro il sistema politico. Ma una partecipazione così bassa pone inevitabilmente un problema di rappresentanza, soprattutto in un Paese nel quale una parte consistente della popolazione è giovane.
Le difficoltà economiche, la disoccupazione giovanile, le disparità tra territori e la percezione di una politica distante dalla vita quotidiana sono questioni che attraversano da anni il dibattito pubblico marocchino.
Gli avvenimenti dell’estate a Ceuta, con migliaia di giovani che hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola, hanno mostrato in maniera drammatica una parte di questo disagio. Tra quei ragazzi non c’erano soltanto persone prive di un’occupazione. C’erano anche giovani che lavoravano, ma che non riuscivano a immaginare un futuro soddisfacente con i salari e le opportunità disponibili.
È una realtà che convive con un’altra immagine del Marocco, quella di un Paese impegnato in una trasformazione economica e infrastrutturale di grande portata.
Negli ultimi anni il Regno ha investito nelle reti ferroviarie, negli aeroporti, nelle infrastrutture energetiche e nello sviluppo industriale. Si prepara a ospitare, insieme a Spagna e Portogallo, i Mondiali di calcio del 2030 e ha consolidato la propria presenza economica e diplomatica nel continente africano.
I risultati di questa modernizzazione sono visibili, soprattutto nei grandi centri urbani e nelle aree che attraggono maggiormente gli investimenti. La loro distribuzione resta però diseguale.
Esiste ancora una distanza importante tra le città che crescono e i territori rurali, tra le opportunità offerte ai giovani più qualificati e quelle accessibili a chi vive nelle regioni meno sviluppate. Il costo della vita continua a pesare sulle famiglie, mentre scuola, sanità e mercato del lavoro restano al centro delle richieste sociali.
Non sorprende quindi che, mentre si discute della formazione del governo, le organizzazioni sindacali abbiano già richiamato l’attenzione sulle questioni salariali, sul potere d’acquisto e sulla qualità dei servizi pubblici.
Per USFP e PPS, un eventuale ingresso nella maggioranza rappresenterebbe anche una prova di credibilità. Entrambi dovrebbero spiegare quale contributo intendono offrire alle politiche economiche e sociali del nuovo esecutivo, evitando che la partecipazione si riduca alla presenza di alcuni ministri.
Il richiamo alla Koutla e alla stagione dell’alternanza del 1998 può avere un valore politico e simbolico, ma difficilmente sarà sufficiente a convincere una generazione che non ha vissuto quella fase della storia marocchina e che giudica la politica soprattutto attraverso le proprie condizioni materiali.
È su questo terreno che si giocherà una parte importante dell’esperienza di El Mansouri.
La sua nomina segna un passaggio storico per la rappresentanza femminile nelle istituzioni marocchine. La scelta della maggioranza chiarirà invece quali equilibri politici intende costruire e quanto spazio sarà disposto a concedere alle diverse sensibilità dei suoi alleati.
Resta da capire se questa nuova fase riuscirà a produrre risultati percepibili anche da chi osserva la politica con distanza o sfiducia.
Il Marocco ha dimostrato di saper realizzare trasformazioni importanti in tempi relativamente rapidi. La questione che attraversa oggi il Paese riguarda la capacità di accompagnare quella crescita con un miglioramento delle condizioni di vita, una maggiore mobilità sociale e opportunità più diffuse.
Per El Mansouri, la difficoltà sarà tenere insieme queste due dimensioni: governare un Paese che cambia velocemente e rispondere a una società che non sempre riesce a beneficiare di quella stessa trasformazione.
La prima donna alla guida del governo marocchino ha già segnato una pagina della storia istituzionale del Regno. Il significato politico della sua esperienza dipenderà molto meno dalla fotografia della nomina che dalle decisioni che verranno prese nei prossimi mesi.


