Giorgia Meloni attacca lo Stato di diritto
Se i giudici diventano il nemico, lo Stato di diritto è già sotto attacco
Di Karima Moual
Anche chi è accusato o condannato per reati gravi mantiene diritti fondamentali e garanzie procedurali. È uno dei pilastri dello Stato di diritto: le regole non cambiano a seconda della gravità dei fatti o della pressione dell’opinione pubblica.
Sembra una frase ovvia. In realtà è una delle conquiste più difficili e più fragili delle democrazie moderne.
Perché il vero test di uno Stato di diritto non si misura quando tutto è semplice e condiviso. Si misura quando la legge deve valere anche per chi è impopolare, per chi è accusato di reati odiosi, per chi nessuno vuole difendere.
È lì che si vede se un Paese è davvero uno Stato di diritto o se invece la giustizia diventa uno strumento politico.
Per questo le parole pronunciate al Senato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni non possono essere archiviate come una semplice polemica.
Nel suo intervento sulla politica estera, la premier ha trovato il modo di colpire ancora una volta la magistratura, criticando i giudici che hanno revocato i trasferimenti di migranti nei centri in Albania. E per rafforzare il suo attacco ha evocato casi di migranti accusati o condannati per reati gravi: droga, violenze, perfino violenza sessuale su minore.
È una strategia retorica molto precisa.
Si evocano reati che suscitano indignazione e paura per creare una domanda implicita: com’è possibile che persone accusate di crimini così gravi possano ancora invocare diritti?
La risposta è semplice. Ed è la stessa da secoli: perché la legge non cambia a seconda di chi abbiamo davanti.
La legge vale anche quando ci dà fastidio.
Anche quando riguarda persone che nessuno vuole difendere.
I giudici non applicano il “buonsenso” evocato nei discorsi politici. Applicano norme precise. Nel caso dei trasferimenti nei centri in Albania hanno valutato la compatibilità di quella misura con il diritto europeo e con le garanzie previste per chi presenta una richiesta di protezione internazionale.
Non è una scelta ideologica. È il loro lavoro.
Eppure da mesi assistiamo a una narrazione sempre più aggressiva che descrive la magistratura come un ostacolo all’azione del governo. Un potere che interferirebbe con la volontà politica, quasi un avversario da neutralizzare.
In questa narrazione ogni sentenza scomoda diventa la prova di un problema sistemico. Ogni decisione contraria all’esecutivo diventa il segno di una magistratura fuori controllo.
È qui che si nasconde la pericolosità di questo scontro permanente.
Perché quando la politica trasforma i giudici in un bersaglio, non sta semplicemente criticando una decisione. Sta mettendo in discussione uno dei pilastri dello Stato di diritto: l’indipendenza della magistratura.
Ed è proprio questo equilibrio che la Costituzione italiana ha costruito con tanta attenzione dopo la fine del fascismo.
I padri costituenti sapevano benissimo cosa succede quando il potere politico controlla la giustizia. Lo avevano visto sulla loro pelle. Per questo hanno disegnato un sistema di pesi e contrappesi in cui nessun potere può dominare sugli altri.
Non per proteggere i giudici. Per proteggere i cittadini. Perché quando la giustizia smette di essere indipendente, i primi a pagare non sono i governi. Sono sempre i più deboli.Sono le minoranze. Sono i cittadini che hanno meno potere. Sono quelli che non hanno voce.
Nel clima politico che accompagna il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, questo punto dovrebbe essere al centro della discussione. Non lo scontro tra politica e toghe. Non la polemica del giorno.
Ma una domanda molto più semplice: se vogliamo davvero rafforzare la giustizia per i cittadini oppure se stiamo lentamente spostando l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Perché la storia insegna una cosa molto chiara. La giustizia non smette di essere indipendente tutta insieme, da un giorno all’altro. Inizia a cambiare quando diventa normale attaccare i giudici ogni volta che una decisione non piace al potere politico.
Quando lo scontro istituzionale diventa un linguaggio quotidiano. Quando la legge smette di essere una regola e diventa una battaglia. È così che gli equilibri democratici si incrinano. Non con un colpo solo. Ma con un logoramento continuo.

