Di Karima Moual
Stranieri in classe, italiani «in minoranza», burqa e niqab. Nel discorso di Giorgia Meloni sulla scuola parole diverse costruiscono la stessa rappresentazione: quella di un Paese assediato dall’alterità. Ma i numeri raccontano una realtà assai più complessa. E quando le parole deformano la dimensione dei fenomeni, la politica smette di descrivere la realtà e comincia a manipolarne la percezione.
C’è una linea che la politica, anche quella più feroce, dovrebbe sapere di non poter oltrepassare.
È quella che separa lo scontro tra adulti dalla vita dei bambini.
Giorgia Meloni quella linea l’ha oltrepassata.
Dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, la presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento in arrivo in Consiglio dei ministri che dovrebbe introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico e il divieto di burqa e niqab a scuola.
Poi ha pronunciato la frase che più di tutte merita di essere ascoltata e pesata:
«Non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».
Le parole sono importanti. Soprattutto quando a pronunciarle è una presidente del Consiglio.
Bambini italiani. Bambini stranieri. Maggioranza. Minoranza.
È questo il vocabolario che vogliamo portare dentro una scuola elementare?
Perché una cosa è discutere seriamente delle concentrazioni scolastiche, delle difficoltà linguistiche, dell’inserimento degli studenti appena arrivati in Italia, della segregazione abitativa che inevitabilmente si riflette sulla composizione delle scuole.
Sono problemi reali. Negarli sarebbe stupido.
Un’altra cosa è prendere quei problemi e costruirci intorno una rappresentazione nella quale il bambino italiano rischia di finire «in un angolo» perché circondato da troppi bambini stranieri.
Ed è qui che si supera una linea. Perché dall’altra parte di quella frase non c’è un esercito invasore. Non c’è un’organizzazione politica. Non c’è qualcuno che abbia deciso di conquistare qualcosa.
C’è un bambino.
Un bambino che non ha deciso dove nascere, in quale quartiere vivere, quale scuola frequentare e soprattutto in quale classe essere messo.
La manipolazione comincia dalle parole
Ed è proprio dalle parole che bisogna partire.
Perché “minoranza” non è una parola neutra quando viene utilizzata in questo modo. Produce immediatamente due gruppi. Noi e loro. Gli italiani e gli stranieri.
Quelli che dovrebbero essere maggioranza e quelli che, diventando troppi, rischierebbero di trasformare i primi in minoranza.
Ma una classe non è un Parlamento. Non è un territorio da conquistare. Non è un luogo nel quale un gruppo deve prevalere numericamente sull’altro. È una comunità educativa.
Quando la politica importa dentro una classe la logica della maggioranza e della minoranza, sta modificando il modo stesso in cui chiediamo ai bambini di guardarsi.
Ed è qui che vedo una forma precisa di manipolazione della realtà attraverso il linguaggio.
Non perché non esistano scuole con alte concentrazioni di studenti stranieri. Esistono.
Ma perché si prende una realtà circoscritta, complessa, territorialmente diseguale e la si traduce in un’immagine infinitamente più semplice e potente: il bambino italiano sta diventando minoranza.
E allora contiamoli davvero, questi bambini.
Contiamoli, allora
Gli ultimi dati disponibili, elaborati dalla Fondazione ISMU su fonte Istat e relativi all’anno scolastico 2024/2025, dicono che gli studenti con cittadinanza non italiana sono 931.323 su una popolazione scolastica complessiva di poco superiore agli otto milioni.
Significa l’11,6 per cento. Circa dodici ogni cento. Una minoranza, appunto.
Ma c’è soprattutto una distinzione che cambia completamente la lettura di questi numeri. Una larga maggioranza degli studenti classificati come stranieri è nata in Italia.
Questo significa che “cittadinanza non italiana” non equivale a “studente appena arrivato dall’estero”. Non significa automaticamente non conoscere l’italiano. Non significa avere bisogno di alfabetizzazione. E certamente non significa essere un problema.
Parliamo in grandissima parte di bambini che crescono nelle nostre città, frequentano le nostre scuole, giocano nei nostri cortili, fanno sport insieme ai figli degli italiani.
Sono “stranieri” innanzitutto per una condizione giuridica. Ed è precisamente qui che una categoria statistica può diventare politicamente ingannevole.
Perché mettere nello stesso contenitore un bambino nato e scolarizzato in Italia e un ragazzo arrivato tre mesi fa senza conoscere una parola d’italiano significa confondere due situazioni educative completamente differenti.
Le concentrazioni esistono. Ma raccontiamole per quello che sono
Anche il problema delle concentrazioni esiste. I dati disponibili mostrano che le classi nelle quali gli studenti con cittadinanza non italiana superano il 30 per cento rappresentano una parte minoritaria del totale. E soprattutto la presenza degli studenti stranieri è fortemente disomogenea sul territorio nazionale.
Ci sono regioni, città, quartieri e singoli istituti nei quali la concentrazione è molto superiore alla media. Questo è un problema che la politica deve affrontare.
Ma proprio qui nasce la domanda: di chi è la responsabilità di organizzare la scuola perché una concentrazione non diventi segregazione?
Di un bambino di otto anni? Di sua madre?Di suo padre?Oppure dello Stato, degli enti locali, degli uffici scolastici e di chi governa il sistema dell’istruzione?
Perché le classi non si compongono da sole. I bambini non decidono autonomamente in quale scuola distribuirsi. Le concentrazioni scolastiche dipendono anche dalla distribuzione abitativa, dai bacini d’utenza, dalle condizioni economiche delle famiglie e dalla capacità delle amministrazioni di governare il territorio.
Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha posto proprio il problema pratico: soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria bisogna accogliere i bambini del territorio. Se in quel territorio vivono molte famiglie straniere, stabilire un tetto significa anche stabilire dove mandare i bambini che lo superano. Ed eccoci al punto.
Il tetto esiste già dal 2010
C’è poi un particolare che rende ancora più singolare l’annuncio. L’Italia discute di un limite agli studenti stranieri nelle classi da sedici anni.
La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010 fissava già, «di norma», un tetto del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana. Ma introduceva una distinzione fondamentale: la percentuale poteva essere modulata anche in base alle competenze linguistiche degli studenti. Ed è esattamente la distinzione che dovremmo continuare a fare.
Un bambino nato a Brescia da genitori marocchini, che parla italiano e frequenta la scuola italiana dall’infanzia, non pone lo stesso problema didattico di un ragazzo arrivato in Italia tre mesi fa che ancora non conosce la lingua.
Metterli nella stessa categoria esclusivamente perché entrambi non possiedono cittadinanza italiana significa trasformare una questione pedagogica in una questione identitaria.
Se esistono classi-ghetto, dov’eravate?
E allora la domanda diventa inevitabile.
Se dopo quasi quattro anni di governo Giorgia Meloni ci dice che esistono classi nelle quali la concentrazione degli studenti stranieri è diventata un problema tale da richiedere una legge, dov’è stata la politica fino a oggi? Il problema, seppur circoscritto, era noto.
Governare significa organizzare le classi, investire nell’italiano L2, mettere insegnanti dove servono, sostenere gli istituti più esposti, lavorare con gli enti locali, impedire che la segregazione abitativa produca segregazione scolastica.
Se tutto questo non basta, si cambiano le politiche. Ma non si può prendere il risultato di un problema che le istituzioni hanno il compito di governare e scaricarlo sui bambini.
Se esistono classi-ghetto, non sono il fallimento dei bambini stranieri. Sono il fallimento degli adulti.
E se dopo anni al governo vieni a raccontarci che non sei riuscito a impedirne la formazione, forse non stai denunciando soltanto il fallimento dell’integrazione. Stai raccontando anche il tuo.
E poi arriva il burqa
Ed eccoci alla seconda parola. Burqa.
Accanto al tetto agli studenti stranieri, Meloni annuncia il divieto a scuola di burqa e niqab.
E spiega: «A scuola si va a viso scoperto».
Fermiamoci.
Perché anche qui le parole sono fondamentali. Il burqa copre corpo e volto. Il niqab copre il volto lasciando generalmente scoperti gli occhi.
L’hijab, invece, è il velo che copre capelli e collo lasciando completamente scoperto il volto.
Non sono sinonimi. E non è una precisazione da orientalisti.
È la differenza tra discutere dell’identificazione di una persona con il volto coperto e discutere della libertà di indossare un simbolo o un capo religioso lasciando il volto perfettamente visibile.
Tra l’altro, nelle prime ore successive al discorso si è verificata una significativa confusione nelle cronache: alcune versioni di ANSA e RaiNews hanno riportato «burqa e hijab», mentre Reuters, AP, Sky TG24 e una successiva ricostruzione ANSA parlano di burqa e niqab. AP specifica espressamente che la misura annunciata non riguarda l’hijab. Nei media arabi la notizia è arrivata ovunque con la parola Hijab.
Già questo dovrebbe suggerire prudenza. Aspettiamo il testo del provvedimento.
Ma c’è una domanda che possiamo fare immediatamente.
Quante studentesse vanno oggi nelle scuole italiane con il burqa? Quante con il niqab? In quali scuole? In quali regioni? Qual è l’ordine di grandezza del fenomeno?
Perché se il governo decide di presentarlo come una questione nazionale, dovrebbe essere in grado di mostrarci i dati nazionali.
E invece, nelle polemiche di agosto sullo stesso tema, ANSA riusciva a documentare almeno un caso concreto in Friuli-Venezia Giulia, dove alcune studentesse con niqab venivano identificate da una referente scolastica. Nello stesso articolo la senatrice Simona Malpezzi osservava che il numero le risultava esiguo e chiedeva al ministro Valditara di fornire i dati; Valditara replicava sostenendo invece che il fenomeno fosse crescente.
Ecco il punto.
Dove sono i numeri?Se il fenomeno è crescente, mostriamoli. Se esiste un dossier nazionale, rendiamolo pubblico. Se esiste una rilevazione del ministero, discutiamola. Se ci sono cento casi, mille casi, diecimila casi, diciamolo.
Ma non possiamo trasformare automaticamente l’esistenza di alcuni casi documentati nella fotografia della scuola italiana. Perché altrimenti torniamo ancora una volta alla stessa tecnica narrativa.
Prima «minoranza». Poi «burqa»
Ed è qui che le due parti del discorso si incontrano.
Prima viene evocato il bambino italiano che diventa minoranza.Poi arriva il burqa. Due immagini potentissime. Due parole capaci di produrre immediatamente una sensazione.Invasione. Estraneità. Islam radicale. Perdita della nostra identità.
Ma i numeri disponibili non descrivono né un sistema scolastico nazionale nel quale i bambini italiani siano diventati minoranza, né - allo stato delle informazioni pubbliche - un’emergenza nazionale di bambine e ragazze in burqa.
Ed è qui che uso deliberatamente una parola: manipolazione.
Manipolazione non significa necessariamente inventare un fatto. È molto più sofisticato.
Può significare prendere un fatto reale, selezionarlo, ingrandirlo, privarlo delle proporzioni e collocarlo accanto ad altri fatti fino a costruire nella mente di chi ascolta un’immagine molto più grande del fenomeno reale.
È così che una minoranza statistica diventa la paura di «diventare minoranza».È così che alcuni casi di volto coperto possono diventare «il burqa nelle scuole».
È così che problemi diversi finiscono nello stesso fotogramma: straniero. Immigrazione. Islam. Velo. Burqa. Mancata integrazione. Italiani in minoranza.
Ma la realtà non funziona così.Una ragazza italiana musulmana con l’hijab non ha il volto coperto.
Un bambino nato a Bologna da genitori marocchini non è uno studente appena sbarcato che non conosce l’italiano. Uno studente senza cittadinanza italiana non è automaticamente musulmano.
Una classe con molti studenti di origine straniera non è automaticamente una classe nella quale l’integrazione è fallita. E un musulmano non è automaticamente qualcuno che vuole imporre il burqa a sua figlia.
Quando categorie così diverse vengono sovrapposte, la realtà non viene più semplicemente descritta. Viene deformata.
E quando a farlo è chi governa un Paese, la responsabilità è enorme.
Nessuna ambiguità sulla libertà delle ragazze
Voglio essere chiarissima anche su questo. Se una ragazza viene costretta dalla propria famiglia a coprirsi, lo Stato deve proteggerla.
Se esiste un problema di identificazione nelle scuole, va risolto. Se esistono forme di coercizione religiosa, vanno contrastate. Se una tradizione viola la libertà individuale, la libertà individuale viene prima.
Non c’è alcun relativismo culturale da difendere.
Ma proprio perché sono questioni serie, non vanno trasformate in scenografia politica.
La libertà delle donne musulmane non può essere tirata fuori quando serve a rappresentare l’Islam come minaccia e dimenticata quando quelle stesse donne chiedono lavoro, cittadinanza, autonomia, protezione dalla violenza o semplicemente il diritto di essere considerate individui.
E soprattutto non confondiamo la coercizione con una scelta religiosa.
Se una ragazza maggiorenne sceglie liberamente di portare l’hijab, il problema è radicalmente diverso da quello di una ragazza costretta a coprirsi il volto.
Mettere tutto sotto la stessa parola - velo - è già una manipolazione.
E invece si punta il dito verso il basso
Verso i più fragili. Verso persone che spesso hanno meno strumenti per intervenire nel dibattito pubblico, meno rappresentanza, meno potere. E adesso persino verso i loro figli. Questo, politicamente, lo trovo codardo.
Perché è infinitamente più facile indicare il bambino straniero che spiegare perché in determinati quartieri si siano create concentrazioni così elevate.
È più facile contare i cognomi in una classe che investire nella scuola. È più facile evocare il burqa che presentare i numeri del fenomeno. È più facile stabilire quanti “stranieri” possano stare insieme che assumere più insegnanti di italiano L2.
È più facile evocare un bambino italiano che diventa «minoranza» che spiegargli che il compagno seduto accanto a lui, magari nato nello stesso ospedale, non è una minaccia alla sua identità.
Ed è qui che la parola vergogna non mi sembra affatto eccessiva.
Vogliamo le braccia. Poi ci disturbano i figli
E c’è una contraddizione ancora più grande. L’Italia continua ad avere bisogno di immigrazione per il proprio mercato del lavoro. Programma ingressi attraverso i decreti flussi.
Fa arrivare persone perché servono all’agricoltura, all’edilizia, all’industria, al turismo, alla ristorazione, all’assistenza familiare. Sappiamo da dove arrivano. Sappiamo che spesso sono persone con pochi mezzi, che devono imparare una lingua, orientarsi in una società nuova, trovare una casa, costruirsi una vita.
Le facciamo arrivare perché abbiamo bisogno del loro lavoro. Poi succede qualcosa di incredibile. Quelle braccia diventano persone. Non sono invisibili. Si portano dietro anche un pezzo del loro mondo. Quelle persone si sposano. Hanno dei figli.E quei figli vanno a scuola. Ed ecco che una parte della politica ricomincia a contarli e a strumentalizzare la loro diversità.
L’Italia sembra volere il lavoratore straniero quando produce, ma continua ad avere difficoltà ad accettare tutto ciò che inevitabilmente viene insieme al lavoro: una casa, una famiglia, dei figli, una vita, un futuro.
E quando torna utile riaccendere la paura dell’immigrazione, quegli stessi figli diventano materiale della battaglia identitaria.
Questo fa schifo. Sì, lo scrivo esattamente così. Fa schifo.
Il Paese che non fa figli ha paura dei figli che ci sono
E tutto questo avviene in un Paese che da anni parla di inverno demografico. Un Paese nel quale diminuiscono i bambini, dove interi territori vedono restringersi la popolazione scolastica.
Un Paese preoccupato perché non nascono abbastanza figli.
E allora la contraddizione diventa quasi grottesca: abbiamo paura perché non nascono bambini. Poi arrivano dei bambini e abbiamo paura perché hanno il cognome sbagliato.
E sono proprio questi bambini che domani formeranno gli italiani del futuro, perché dopo gli studi lavoreranno, pagheranno contributi, terranno in piedi pezzi di questo Paese insieme ai figli degli italiani. Sempre che nel frattempo non gli abbiamo spiegato abbastanza volte che, nonostante siano nati qui, cresciuti qui e abbiano studiato qui, rimangono “gli altri”.
E intanto il Paese reale esiste
C’è infine una domanda politica che non può essere evitata. Mentre apriamo questo fronte identitario, l’Italia ha problemi materiali enormi.
Secondo la Fondazione GIMBE, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2 per cento del Pil, contro il 7,1 per cento della media OCSE e dei Paesi europei dell’area OCSE. GIMBE sottolinea correttamente anche che il divario è strutturale, si è ampliato a partire dal 2011 ed è proseguito sotto governi di colori diversi.
La Commissione europea, nelle previsioni pubblicate a maggio, stimava per l’Italia una crescita reale del Pil dello 0,5 per cento nel 2026 e dello 0,6 nel 2027, con consumi privati ancora deboli.
Sono problemi questi con tanti altri che non nascono tutti con Giorgia Meloni.
Ma sono problemi che esistono ancora oggi perché il Governo Meloni è stato incapace di risolverne almeno qualcuno o una parte.
Per questo non ho bisogno di sostenere che il governo abbia inventato la questione degli studenti stranieri per distrarre gli italiani.
Non posso conoscere le intenzioni di chi governa. Posso però osservare quali temi sceglie di mettere al centro del discorso pubblico e in quale modo decide di raccontarli.
E chiedere: davvero, tra tutte le fragilità di questo Paese, l’emergenza da mettere oggi al centro è il numero di bambini stranieri seduti in una classe e il burqa nelle scuole?
La competizione identitaria
C’è poi il contesto politico. L’annuncio arriva nella stessa domenica della Pontida leghista e della manifestazione di Futuro Nazionale. ANSA ha descritto l’iniziativa di Meloni come un possibile rilancio della sfida a destra sui temi securitari e identitari. Roberto Vannacci si è detto «assolutamente d’accordo», aggiungendo che quei provvedimenti avrebbero dovuto arrivare anni prima; le opposizioni hanno invece accusato Meloni di inseguirlo.
Questi sono i fatti. Se Meloni stia effettivamente rincorrendo Vannacci è una valutazione politica. Ma la competizione intorno ai temi identitari è visibile. Io so soltanto dove non vorrei che arrivasse.
Ai bambini.
E tu saresti la madre cristiana?
Ed è qui che voglio rivolgermi direttamente a Giorgia Meloni.
Tu hai scelto di fare delle parole madre e cristiana una parte della tua identità politica.
Non te le ha appiccicate addosso nessuno. Le hai rivendicate tu. E allora mi chiedo cosa ci sia di cristiano in una madre che accetta di mettere un bambino contro l’altro?
Una cristiana che sceglie di costruire una contrapposizione politica proprio intorno ai più fragili?
Non mi interessa stabilire chi sia un buon cristiano e chi non lo sia. Ma se sei tu a richiamare pubblicamente quei valori, è legittimo interrogare la distanza tra i valori proclamati e le conseguenze delle parole utilizzate quando si governa.
Perché pensiamo per un momento a cosa significa dire che il bambino italiano non deve sentirsi «minoranza».
Significa introdurre dentro una classe una contabilità identitaria. Quanti siamo noi? Quanti sono loro? Quanti italiani? Quanti stranieri?
E così il compagno di banco che fino a ieri era semplicemente Adam, Youssef, Fatima, Andrei o Sara rischia di diventare improvvisamente:
«Tu sei quello che mi rende minoranza».
Pensate alla violenza di questo messaggio. Non c’è niente di materno nel mettere i bambini gli uni contro gli altri. E non c’è niente di coraggioso nel puntare il dito verso chi ha meno possibilità di difendersi.
I bambini non sono il problema
Nessuno chiede di negare i problemi dell’integrazione. Anzi. Affrontiamoli finalmente sul serio. Se un ragazzo arriva in Italia senza conoscere l’italiano, diamogli gli strumenti per impararlo rapidamente.
Se una scuola ha una concentrazione eccessiva di studenti appena arrivati, interveniamo. Se un quartiere produce segregazione scolastica, lavoriamo sulla distribuzione degli alunni e sulle cause sociali e abitative. Se servono insegnanti, assumiamoli. Se servono mediatori, finanziamoli.
Se alle famiglie immigrate dobbiamo chiedere uno sforzo di integrazione, chiediamolo. Diritti e doveri valgono per tutti. Questa è politica scolastica.
Ma non confondiamo un bisogno linguistico con un passaporto. Non confondiamo l’integrazione con la separazione. Non confondiamo l’hijab con il niqab.
Non trasformiamo alcuni casi di volto coperto nell’immagine della scuola italiana. Non trasformiamo una minoranza statistica nella paura di diventare minoranza. Non trasformiamo la cittadinanza dei genitori nella misura della legittimità di un bambino dentro una classe.
E soprattutto non trasformiamo i bambini nell’ennesimo fronte della guerra culturale italiana.
Perché qui sta la manipolazione più pericolosa.
Non occorre inventare la realtà per manipolarla. Basta scegliere quali pezzi mostrarne, quali parole usare per nominarli e quali paure associare a quelle parole. Minoranza. Stranieri. Burqa. Niqab. Messe una accanto all’altra, costruiscono una fotografia. I numeri, però, raccontano una realtà molto più complessa. La scuola dovrebbe fare esattamente il contrario della propaganda. Dovrebbe prendere bambini diversi e insegnare loro a diventare cittadini insieme.
Perché il problema non è che in una classe ci siano troppi bambini chiamati Mohammed. Ma se Mohammed non conosce l’italiano e nessuno gli insegna a parlarlo. Se la sua famiglia rimane isolata e nessuno costruisce un percorso d’integrazione. E’ se una scuola viene lasciata sola davanti a una concentrazione sociale difficile.
Il problema è se lo Stato arriva dopo, quando tutto questo è già successo, e invece di chiedersi «che cosa non abbiamo fatto?», indica Mohammed.
È questo che non accetto. Ed è per questo che torno alla parola con cui ho iniziato. Vergogna.
Non per avere riconosciuto che esistono problemi, per voler evitare classi-ghetto o per pretendere che a scuola si rispettino regole comuni. Ma per il modo in cui quei problemi vengono raccontati.Per la sproporzione tra le immagini evocate e i numeri disponibili. Per avere scelto parole che trasformano un compagno di banco in qualcuno che rende tuo figlio «minoranza».
Perché quando la politica utilizza la paura, le parole non descrivono soltanto la realtà. La costruiscono.
E quando quella costruzione avviene sulla pelle dei bambini, c’è un limite che una democrazia adulta dovrebbe saper riconoscere.
Sull’immigrazione possiamo dividerci. Sulle politiche d’integrazione possiamo discutere. Sulle regole possiamo persino scontrarci duramente. Ma almeno su una cosa dovremmo essere capaci di fermarci.
Giù le mani dai bambini.
Dai bambini italiani, dai bambini stranieri, dai bambini nati qui e ancora senza cittadinanza.
Giù le mani da tutti i nostri bambini.



Giustissimo. Vergogna!!🤮 Quando poi ci sono bambini figli di stranieri che parlano il dialetto locale meglio di un bambino figlio di italiani da generazioni, bambini di 8 anni arrivati come rifugiati 2 anni fa che si interessano alla storia d'Italia e del mondo, ragazzi cinesi che fanno da interpreti ai genitori arrivati in Italia da adulti che non sanno l' italiano (tutti casi veri che ho conosciuto personalmente). Ed è ovvio che un adulto faccia più fatica di un ragazzino che inizia il percorso scolastico dalle elementari se non addirittura dalla scuola materna! I nostri cari ministri hanno provato a imparare una lingua che non conoscono affatto ora che hanno 40-50-60 anni? Magari l' arabo o il cinese? O il cirillico? O anche "semplicemente" il greco moderno, visto che tutti esaltano le nostre presunte radici greco-romane? Ecco.