di Leone Bulgari
Negli ultimi anni i conflitti in giro per il mondo, o meglio tre conflitti in particolare, in Ucraina, in Iran e a Gaza (se poi in quest’ultimo caso di conflitto si può parlare), hanno monopolizzato l’informazione e modificato radicalmente i piani e le priorità politiche mondiali. In particolare, hanno inciso sull’agenda dell’Unione Europea, oltre che su quella dei paesi direttamente coinvolti.
Nel giro di neanche cinque anni si è passati dal Green Deal europeo, che mirava a rendere l’Unione il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, al ReArm Europe, poi rinominato Readiness 2030, fino alla Preserving Peace – Defence Readiness Roadmap 2030. Come se aumentare le spese militari e lo sforzo bellico contribuisse necessariamente a mantenere la pace.
Al contrario, oltre al rischio di accrescere la tensione internazionale e alimentare l’escalation, queste misure comportano un aumento delle attività militari e industriali, con conseguenti emissioni di gas a effetto serra, tra le principali cause della crisi climatica ed ecologica.
Inquinamento militare: quanto consumiamo e quanto spendiamo
Secondo gli accordi internazionali, i governi non sono soggetti a obblighi uniformi di misurazione e comunicazione delle emissioni di gas a effetto serra del settore militare. Alcuni paesi rendono pubblici i propri dati, altri invece no, rendendo difficile ricostruirne il reale impatto.
Negli Stati Uniti questi dati sono maggiormente accessibili e confermano che il Dipartimento della Difesa americano (il Pentagono), la più grande organizzazione militare globale e uno dei principali consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, ha un’impronta ambientale considerevole. Secondo le analisi della Brown University, tra il 2001 e il 2017 le attività militari statunitensi hanno prodotto circa 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra. Cifre impressionanti, che restituiscono la dimensione di un settore il cui impatto ambientale rimane spesso ai margini del dibattito pubblico.
In seguito all’incremento della produzione dell’industria bellica statunitense, alla luce degli ultimi conflitti che vedono gli USA come agente attivo o alleato finanziatore, anche le prospettive di spesa sono cresciute considerevolmente. A testimoniarlo ci sono le richieste di finanziamento del Pentagono per il 2026 e l’aumento complessivo delle risorse destinate alla sicurezza nazionale, ormai nell’ordine dei mille miliardi di dollari.
A livello europeo l’impronta complessiva rimane inferiore, ma è comunque considerevole. Secondo uno studio del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) e di Scientists for Global Responsibility, l’impronta carbonica delle attività militari dell’Unione Europea nel 2019 è stata stimata in circa 24,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. E se allarghiamo lo sguardo all’intera filiera, includendo le industrie degli armamenti e dei sistemi di difesa, in cui operano colossi come l’italiana Leonardo, un rapporto del network Transform Defence ha stimato in circa 60 milioni di tonnellate le emissioni complessive del settore militare-industriale dei quindici paesi dell’UE precedenti all’allargamento del 2004, sulla base dei dati del 2017. Una quantità paragonabile alle emissioni annuali dell’intera Irlanda.
E se già in tempo di pace il settore militare è responsabile di un’impronta ambientale significativa, con il profilarsi di un futuro incerto e bellicoso il fenomeno rischia di peggiorare.
Nonostante questi campanelli d’allarme e la crescente emergenza climatica e sociale, al vertice NATO dell’Aia, nel giugno 2025, i paesi membri si sono accordati sull’impegno di arrivare a destinare il 5% del PIL alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza entro il 2035. Di questa quota, almeno il 3,5% riguarda le esigenze fondamentali della difesa, mentre fino all’1,5% comprende altre spese legate alla sicurezza.
Così, dai 418 miliardi di euro, pari al 2,2% del PIL, spesi dall’UE nel 2025, siamo indirizzati verso circa 454 miliardi, il 2,4% del PIL, stimati per il 2026. Inoltre, le proiezioni dell’Agenzia Europea per la Difesa indicano che la spesa complessiva dell’UE potrebbe salire fino a 547 miliardi entro il 2029.
Ed ecco che, in anni di totale incertezza, di preoccupanti allarmi meteorologici e di dilagante malcontento sociale, una delle poche certezze sembra essere la crescita della spesa militare globale. Secondo le rilevazioni del SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto il livello record di 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente e undici anni consecutivi di crescita. E le prospettive non sono rassicuranti: secondo uno studio delle Nazioni Unite, se le attuali tendenze dovessero proseguire, entro il 2035 la spesa militare mondiale potrebbe raggiungere tra 4.700 e 6.600 miliardi di dollari all’anno.
E questo senza contare le spese per la ricostruzione e il risanamento dei territori colpiti. Se prendiamo in esame l’Ucraina e la Striscia di Gaza, secondo le valutazioni della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite e delle istituzioni coinvolte, i costi della ricostruzione e della ripresa sono stimati rispettivamente in circa 588 miliardi e 71,4 miliardi di dollari. Si tratta di valutazioni elaborate su orizzonti temporali differenti, ma che restituiscono la dimensione economica delle devastazioni. E in questi casi le cifre sono comunque destinate a essere aggiornate, dato il proseguimento delle guerre e l’entità dei danni ancora da accertare.
Un computo totale irricevibile, oltre che insostenibile dal punto di vista ambientale. Irricevibile perché in evidente contraddizione con gli impegni assunti negli ultimi decenni, a partire dal Pact for the Future delle Nazioni Unite del 2024, che comprende anche obiettivi di disarmo e di rafforzamento della pace e della sicurezza internazionali. E questo risulta ancor più inaccettabile se pensiamo che queste spese finiranno per alimentare nuove devastazioni sociali e ambientali in giro per il mondo.
Le politiche di guerra, infatti, stravolgono spesso per decenni il delicato equilibrio naturale dei territori interessati, e non solo. Devastanti sono le conseguenze per le risorse naturali, per gli ecosistemi e per la salute dei loro abitanti.
L’abbattimento delle foreste per scopi militari può favorire l’erosione dei terreni e compromettere gli ecosistemi. Le attività belliche possono inoltre contaminare i suoli fertili e le risorse idriche. Per non parlare dei danni alle specie animali presenti nei territori colpiti.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2018 ha dimostrato come la frequenza dei conflitti armati sia uno dei principali fattori di declino delle popolazioni di grandi mammiferi nelle aree protette africane. E il caso del Parco nazionale di Gorongosa, in Mozambico, è emblematico: durante la guerra civile, le popolazioni dei grandi mammiferi subirono un crollo superiore al 90%. Un’autentica devastazione della fauna selvatica, provocata anche dalla caccia e dal venir meno della protezione degli habitat, con conseguenze per interi ecosistemi e per le comunità che da essi dipendono.
Inoltre, i crateri lasciati dalle bombe modificano il suolo, favorendo l’esposizione dei terreni e delle acque sotterranee agli agenti inquinanti rilasciati durante le esplosioni. La guerra del Vietnam ne è uno degli esempi più noti. I bombardamenti americani, insieme all’impiego di sostanze chimiche e defolianti, hanno lasciato conseguenze ambientali che continuano a essere oggetto di studi e interventi di bonifica. Il risultato è un paesaggio profondamente sconvolto, dove in molti casi le attività agricole sono state compromesse per lungo tempo.
Un altro problema è rappresentato dagli obiettivi industriali. Nelle guerre moderne è abbastanza frequente che vengano presi di mira, in modo più o meno deliberato, impianti chimici, siderurgici e petrolchimici, per incidere sulla fornitura di materiali dell’esercito nemico e destabilizzare l’economia avversaria.
È proprio quello che sta succedendo in Ucraina, dove gli attacchi alle infrastrutture energetiche sono diventati anche materia di confronto diplomatico tra Washington, Mosca e Kiev. Lungi dal mettere al centro le preoccupazioni ambientali, questi negoziati mostrano tuttavia una problematica reale.
Il territorio ucraino ospita migliaia di siti industriali potenzialmente pericolosi, nei quali sono presenti sostanze chimiche e rifiuti tossici. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha documentato i rischi provocati dai danni alle infrastrutture industriali, con possibili rilasci di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo.
Questi pericoli sono ormai all’ordine del giorno per gli abitanti di molti paesi in giro per il mondo, eppure sembrano non essere sufficientemente presi in considerazione dalla maggioranza dei governi. Incapaci di invertire questa tendenza, continuano a destinare risorse crescenti all’industria militare, mentre le politiche ambientali subiscono ridimensionamenti e incontrano nuove resistenze politiche.
Uno sforzo economico sempre più insostenibile, che contribuisce tra l’altro alla progressiva marginalizzazione del cambiamento climatico nel dibattito pubblico, ormai sovrastato dalle notizie di guerra.
Secondo l’analisi dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, tra il 2022 e il 2025 lo spazio dedicato alla crisi climatica nei telegiornali serali delle principali reti italiane (RAI, Mediaset e La7) è diminuito del 53%. Anche i principali quotidiani nazionali hanno ridotto la copertura sul tema, sebbene con un calo inferiore, pari a circa il 26%. E questa situazione riflette una perdita di centralità della questione ambientale nel dibattito pubblico.
Allora è naturale domandarsi cosa c’entri tutto questo con i propositi su cui l’Unione Europea era stata fondata. Ma forse è meglio non chiederselo, dato che ormai di molti dei principi di questa alleanza sembra essere rimasto veramente poco. Sempre più condizionata dalle priorità della NATO, l’Europa sembra sovrapporsi alle scelte dell’Alleanza atlantica, quasi facendone le veci.
E proprio in questi giorni, mentre tra Mosca, Washington e Kiev si discute del futuro dell’Ucraina, l’UE dimostra ancora una volta la propria difficoltà a presentarsi unitariamente. Come raccontato il 12 ottobre dal Washington Post, nei negoziati per elaborare una proposta di pace da sottoporre alla Russia hanno avuto un ruolo anche rappresentanti di Francia, Germania e Regno Unito, quest’ultimo neanche più membro dell’Unione Europea.
Quel famoso circolo soprannominato dei «volenterosi», interprete di posizioni che non sempre trovano un consenso condiviso tra tutti gli Stati membri e che suscitano opposizioni anche nell’opinione pubblica.
E così, mentre una parte importante del popolo europeo grida alla pace e subisce gli effetti del riscaldamento globale e del riarmo, sembra che l’Europa sappia rispondere soprattutto parlando di guerra e che non sia intenzionata a cambiare registro.
Eppure basterebbe poco per cambiare.
Al giorno d’oggi i paesi della NATO, tra cui alcune delle economie più ricche del globo, spendono per i loro eserciti, secondo una stima dell’International Peace Bureau, 52 volte quanto destinano alla finanza climatica. Una sproporzione che mostra quanto siano sbilanciate le priorità internazionali.
Secondo il Transnational Institute, una riduzione di appena il 5% della spesa militare globale, calcolata sui livelli del 2024, libererebbe circa 135 miliardi di dollari all’anno: una cifra più che sufficiente a coprire il vecchio obiettivo dei 100 miliardi annui di finanza climatica che i paesi sviluppati si erano impegnati a mobilitare per sostenere quelli più poveri. E questo senza considerare le ulteriori risorse necessarie per affrontare una crisi ambientale che continua ad aggravarsi.
Togliere fondi alla salvaguardia e alla lotta ambientale equivale a sottrarli ai bisogni di tutti noi, alla nostra stessa sicurezza.
Questo dimostra, oggi più che mai, che parlare di cambiamento climatico e riscaldamento globale non vuol dire sventolare ipocritamente temi da radical chic con la puzza sotto il naso, lontani dai veri bisogni dei cittadini. Significa parlare di agricoltura, di allevamento, di infrastrutture, di case. Ossia proprio del benessere caro a ognuno di noi. E non discuterne, facendo finta che il problema non esista, è il servizio peggiore che la politica possa fare alla comunità.



