I droni invisibili e il giornalismo che non vuole vedere
Di Lorenzo Forlani
Nelle ultime settimane le truppe dell’Idf che occupano il sud del Libano hanno dovuto fare i conti con un nuovo ostacolo: i droni a fibra ottica utilizzati da Hezbollah, teleguidati fino a detonare contro mezzi corazzati e postazioni militari israeliane.
Sono droni analogici, fabbricati artigianalmente e armati con testate esplosive. Non utilizzano gps, non possono essere localizzati facilmente e soprattutto non possono essere “jammati”, perché collegati tramite un sottilissimo filo di fibra ottica. I soldati israeliani, a piedi o sui carri armati nel sud del Libano, spesso si accorgono del loro arrivo soltanto pochi istanti prima dell’impatto. Le contromisure adottate finora - dalle “gabbie” protettive montate sui tank fino ai sistemi elettronici - sembrano avere efficacia limitata.
Eppure non è nemmeno di questo che voglio parlare. O almeno, non soltanto.
Perché la vera domanda è un’altra: com’è possibile che una novità militare di questo tipo, dentro una guerra che occupa quotidianamente le prime pagine, venga quasi completamente rimossa dal racconto giornalistico occidentale?
Un giornalista, a prescindere dalle sue convinzioni personali, dovrebbe raccontare la realtà per ciò che è, seguire gli sviluppi di un conflitto, descrivere ciò che accade sul campo. Questo dovrebbe valere ancora di più durante una guerra o un’invasione.
E invece non riesco a trovare quasi nessun collega - nemmeno tra quelli che criticano apertamente Israele o denunciano le devastazioni di Gaza - disposto a raccontare seriamente ciò che accade sul terreno in Libano: un esercito invasore che avanza e gruppi armati che cercano di rallentarne l’offensiva con strumenti di guerriglia sempre più sofisticati.
Non si tratta di “celebrare” Hezbollah. Si tratta di raccontare una realtà militare e politica.
In qualsiasi altro contesto, probabilmente avremmo reportage, approfondimenti tecnici, diagrammi, analisi sulle tattiche di resistenza di combattenti molto meno equipaggiati contro un esercito immensamente superiore, sostenuto dall’aviazione e dalla tecnologia occidentale. Si parlerebbe di resilienza, adattamento, creatività bellica. Si spiegherebbe perché l’avanzata di un esercito incontra difficoltà. In Libano no.
Qui sembra esistere una sorta di rimozione preventiva. Una paura latente di raccontare persino i fatti, per timore che la semplice cronaca venga interpretata come adesione politica o morale. Ed è qui che il moralismo fagocita il giornalismo.
Si può considerare Hezbollah un’organizzazione inaccettabile. Si può prendere le distanze dalle sue idee, dalla sua struttura confessionale, dalla sua storia. Ma tutto questo dovrebbe impedire di raccontare che esiste una resistenza armata contro un esercito che opera militarmente in territorio libanese?
È questa la domanda.
Perché quando parliamo di altre guerre contemporanee - dall’Afghanistan all’Ucraina - la capacità di resistenza militare contro un invasore viene normalmente descritta, analizzata, persino ammirata sul piano tecnico e tattico, indipendentemente dalle simpatie politiche verso chi combatte.
Qui invece sembra impossibile perfino riconoscere l’esistenza di uomini che, sotto bombardamenti continui, usando mezzi artigianali e rischiando la vita, tentano di colpire obiettivi militari di un esercito presente nel loro territorio.
Se domani questi droni venissero attribuiti a un gruppo chiamato “libanesi democratici filo-occidentali”, il racconto cambierebbe immediatamente. Avremmo paginate intere sulla guerriglia tecnologica, sulla capacità di adattamento, sulla guerra asimmetrica.
Basterebbe cambiare il nome. È questo il punto che inquieta.A forza di premesse, di prese di distanza obbligatorie, di timori reputazionali, una parte del giornalismo sembra aver smarrito la propria funzione primaria: raccontare ciò che accade, anche quando è scomodo.
Il risultato è paradossale: le azioni militari israeliane vengono descritte quotidianamente nei dettagli - avanzate, raid, bombardamenti, distruzioni - mentre le risposte armate contro truppe e mezzi militari vengono spesso ridotte a trafiletti frettolosi o semplicemente rimosse dal quadro complessivo del conflitto.
Come se Israele combattesse contro entità astratte, fantasmi, e non contro individui in carne e ossa che organizzano una resistenza armata.
Eppure il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli occupati a resistere militarmente a un’occupazione. Questo non significa approvare qualsiasi azione o qualsiasi ideologia. Significa distinguere tra analisi giornalistica e adesione politica.
Oggi invece sembra impossibile perfino raccontare come Hezbollah si sia riorganizzato sul campo di battaglia per rallentare l’avanzata israeliana nel sud del Libano. Non per colpire civili a Tel Aviv, ma per colpire truppe e mezzi militari presenti sul territorio libanese.
Perché? Perché i libanesi sembrano poter essere raccontati solo in tre modi: quando si oppongono a Hezbollah, quando vengono sfollati o quando muoiono. Mai quando agiscono.
Ed è forse questa la vera novità di questi anni di guerra mediatica: la progressiva rimozione dell’agency di una delle parti in conflitto, quella che combatte - nel bene o nel male - contro un esercito immensamente più forte all’interno del proprio territorio.
Una rimozione che racconta molto più sullo stato del giornalismo occidentale che non sul conflitto stesso.



