Il 25 aprile non è solo italiano
La storia dimenticata di chi ha liberato questo paese - e non è ancora riconosciuto come suo figlio
Di Tahar Lamri
C’è un momento, ogni anno, in cui mi allontano dalle cerimonie ufficiali, dai discorsi dei sindaci, dalle corone d’alloro depositate sui monumenti ai partigiani. Non perché non rispetti quei morti - li rispetto profondamente. Ma perché ho trovato un altro modo di stare in questo giorno. Un modo che parla più direttamente di me, di chi sono, di cosa significa, per un uomo come me, amare un paese che ancora discute se io gli appartenga davvero.
Vado al cimitero.
Non il cimitero del paese, non il camposanto dove riposano le famiglie ravennati da generazioni. Vado al cimitero degli alleati di Piangipane, pochi chilometri da Ravenna, dove la terra è piatta e il cielo è largo e le lapidi sono bianche e ordinate come non riesce mai a essere la storia degli uomini. Ci vado con altri immigrati come me. E lì, in silenzio, facciamo qualcosa che nessuno ci ha insegnato a fare: ricordiamo chi nessuno ricorda più.
Il serpente che fumò
Pochi italiani sanno che, nell’estate del 1944, sui loro stessi Appennini combattevano e morivano ventimila soldati brasiliani.
Si chiamavano pracinhas - i “soldatini” - e facevano parte della Força Expedicionária Brasileira, la FEB. Venivano da un paese che fino a poco prima guardava con simpatia ai regimi fascisti europei, governato dal dittatore Getúlio Vargas, che aveva costruito il suo Estado Novo sulle ceneri della democrazia. Eppure erano lì, sul fronte della Linea Gotica, a morire per liberare un paese che aveva attaccato le loro navi mercantili nell’Atlantico.
Avevano un simbolo che era una risposta all’incredulità del mondo: un serpente che fumava la pipa. In Brasile si diceva che era più facile che un cobra fumasse la pipa piuttosto che i soldati brasiliani si imbarcassero per combattere in Europa. A cobra vai fumar - il serpente fumerà - era il modo brasiliano per dire “mai”. E invece fumò. Fumò davvero.
Combatterono in Toscana, nella Valle del Serchio, liberarono Barga e Camaiore, si incagliarono per settimane sul Monte Castello - che chiamarono montanha maldita, la montagna maledetta - e infine la presero. Morirono in 457, tra soldati e ufficiali, più otto piloti. Tra Collecchio e Fornovo di Taro ottennero la resa incondizionata di un’intera divisione tedesca, catturando quindicimila uomini e due generali.
Poi tornarono a casa. In fretta, in silenzio. I loro corpi rimasero per quindici anni in un cimitero a Pistoia, prima di essere rimpatriati a Rio de Janeiro. L’Italia li dimenticò quasi subito. Il Brasile li dimenticò quasi subito. La storia ufficiale trovò altre storie da raccontare.
A Montese c’è ancora una piazza che si chiama Piazza Brasile. Pochi sanno perché.
La Babele che liberò l’Italia
Ma i brasiliani erano solo una parte di quella che la storia militare descrive, con un pudore quasi imbarazzato, come “una delle formazioni più etnicamente diverse della storia militare moderna”.
Sul fronte italiano combattevano fianco a fianco, nell’inverno del 1944-45, esseri umani che non avrebbero mai potuto incontrarsi altrove e che la guerra aveva gettato sulla stessa terra fangosa e gelata.
Americani bianchi e americani neri della 92ª Divisione, segregati, tenuti separati dai commilitoni bianchi anche nelle trincee, anche nella morte, comandati da ufficiali che spesso li disprezzavano. Venivano chiamati Buffalo Soldiers. Morirono per una democrazia che in patria li escludeva.
Soldati indiani - sikh con il turbante, indù, musulmani - della 4ª, 8ª e 10ª Divisione indiana. Arruolati nell’esercito del re d’Inghilterra, il re di un impero che occupava il loro paese. Combatterono ugualmente. Quelli di religione sikh e indù che morirono vicino a Forlì furono cremati secondo il rito, e le loro ceneri riposano in un monumento nel cimitero di via Ravegnana. Quelli sepolti - quasi 500 - giacciono a pochi chilometri dal centro di Forlì, in un cimitero che si chiama semplicemente “Cimitero degli Indiani”. Se oggi andassi a Forlì e chiedessi ai passanti dov’è, nove su dieci non saprebbero risponderti.
Soldati marocchini, algerini, tunisini, senegalesi: i goumiers del Corpo di Spedizione Francese comandato dal generale Juin. Centoventi, centotrentamila uomini strappati dalle montagne dell’Atlante e dalle pianure del Sahel, inquadrati nell’esercito di una Francia che li colonizzava e li sfruttava e li mandava a morire in nome di una libertà che non era ancora la loro. Sfondarono la Linea Gustav a Cassino, scalarono i Monti Aurunci di notte come ombre, aprirono la strada verso Roma. Molti non tornarono.
Polacchi in esilio, cechi, greci. Ebrei del Jewish Brigade Group, volontari della Palestina mandatoria, che combatterono sotto la Stella di Davide per vendicare morti che ancora non conoscevano, ceneri che non avrebbero mai trovato. A Cesena, in un cimitero di guerra romagnolo, le loro tombe si trovano a pochi passi da quelle dei soldati musulmani nordafricani, orientate verso La Mecca. Morti insieme, sepolti insieme, nella terra di un paese che ancora oggi fatica a concedere la cittadinanza ai loro nipoti spirituali.
*Sulla lapide : Durante la guerra d’Italia, svoltasi dall’inverno 1943 all’estate 1944, persero la vita soldati musulmani originari del Nord Africa, della Tunisia, dell’Algeria e del Marocco: 4.800 soldati. Qui sono stati sepolti soldati musulmani morti per la Francia.
Neozelandesi e australiani, sudafricani, canadesi. Maori - nativi sterminati dall’impero britannico - morti sull’Appennino marchigiano per liberare l’Europa da un’ideologia che teorizzava lo sterminio dei popoli considerati inferiori.
Questa era la Babele che liberò l’Italia. Non un esercito omogeneo di eroi bianchi e cristiani. Ma una moltitudine di lingue, religioni, colori della pelle, storie coloniali e storie di oppressione. Accomunati da una sola cosa: la scelta di combattere il fascismo.
Lo ius sanguinis e il sangue degli stranieri
L’Italia regola la cittadinanza con il principio dello ius sanguinis: sei italiano se tuo padre o tua madre erano italiani. Il sangue come trasmissione dell’identità. Il sangue come filo che lega una persona a una terra.
È un principio antico, comprensibile nella sua logica. Ma nasconde una contraddizione che nessuno ha ancora nominato con chiarezza.
La terra italiana è letteralmente intrisa di sangue straniero.
Non in senso metaforico. Fisicamente.
Se lo ius sanguinis ha un senso, allora questa terra appartiene anche a loro. Ai nipoti dei pracinhas, ai discendenti dei goumiers nordafricani, ai figli dei soldati sikh. E appartiene, per una continuità non genealogica ma morale e storica, ai ragazzi nati a Ravenna da genitori marocchini, ai bambini cresciuti a Bologna da famiglie senegalesi, agli adolescenti di Forlì che parlano il dialetto romagnolo e non hanno ancora il passaporto italiano.
Come può una nazione invocare il sangue come fondamento dell’appartenenza e poi ignorare il sangue straniero versato sul suo suolo? Non può. Non logicamente. Può farlo solo politicamente.
Piangipane, un mattino di aprile
Torno al cimitero di Piangipane.
Ci andiamo ogni anno, io e altri come me: immigrati che vivono in questa terra da decenni, che hanno costruito qui la loro vita, che hanno mandato qui i loro figli a scuola, che pagano qui le tasse e camminano qui per le strade.
Leggiamo i nomi. Nomi inglesi, nomi indiani, nomi che non sappiamo pronunciare. Vediamo le croci, la stella di Davide, la mezzaluna. Vediamo le date: 1944, 1944, 1944. Ragazzi di vent’anni morti in un paese che non era il loro.
In quel momento sento qualcosa che non riesco a sentire nelle cerimonie ufficiali.
Sento che questa terra mi appartiene.
Non perché qualcuno me lo abbia concesso, ma perché chi mi somiglia era già qui.
I figli che non sono ancora figli
Ci sono ragazzi nati a Ravenna da genitori immigrati. Hanno studiato qui, hanno amici qui, cantano l’inno di Mameli.
Eppure non sono cittadini italiani.
Devono aspettare i diciotto anni. Devono fare domanda. Devono superare ostacoli burocratici che spesso li escludono.
Molti non ce la fanno. L’Italia è l’unica patria che conoscono. Ma l’Italia non li riconosce.
Un 25 aprile per tutti
Il 25 aprile non dovrebbe essere la festa di una parte.
Dovrebbe essere la festa di una scelta: stare dalla parte della dignità umana.
E quella scelta, ottant’anni fa, la fecero anche i brasiliani, i nordafricani, gli indiani, gli ebrei. Quando vado a Piangipane non rivendico.
Ricordo.
E mi sento parte di quella Babele. E penso che l’Italia sarebbe un paese più giusto se imparasse a sentirsi parte di quella Babele anche lei.
La Babele era anche nelle montagne
Anche la Resistenza era una Babele.
Tra 15.000 e 20.000 partigiani non erano nativi italiani: russi, jugoslavi, polacchi, cechi, inglesi, disertori tedeschi.
In Emilia-Romagna, i partigiani stranieri censiti furono 1.401: 1.284 sovietici, 70 jugoslavi, 49 polacchi, 23 cecoslovacchi, 122 tedeschi, 33 austriaci, 23 francesi, 8 greci, e perfino 2 turchi, 1 danese, 2 neozelandesi, 1 australiano.
E c’era anche un sikh. Un partigiano indiano con il turbante si aggregò alla brigata “Stella Rossa” del comandante Lupo. Un altro, Bakhtiar Rana, nome di battaglia “Nobile”, fu torturato e fucilato a Ponte di Corva.
Giorgio Marincola
Giorgio Marincola, nato in Somalia nel 1923 da un sottufficiale italiano e una donna somala, arrivò in Italia da bambino. Studiò a Roma. Divenne partigiano.
Dopo la liberazione di Roma si offrì volontario per l’intelligence britannica. Fu arrestato, deportato, sopravvisse.
Quando uscì dal campo, nel 1945, rifiutò di mettersi in salvo. Tornò a combattere.
I nazisti lo uccisero il 4 maggio 1945. La guerra era finita. Lui aveva scelto l’Italia fino in fondo.
Alessandro Sinigaglia
Alessandro Sinigaglia era nato a Fiesole nel 1902, figlio di un ebreo mantovano e di una donna nera americana, figlia di ex schiavi.
Fu il direttore militare delle bande armate a Firenze, coordinando la Resistenza in tutta la Toscana.
Fu ucciso nel 1944. Sua madre era venuta in Italia a servire. Lui morì in Italia combattendo per la sua libertà.
Anche loro
Anche i rom e i sinti combatterono nella Resistenza. Uomini che il nazifascismo voleva sterminare e che scelsero di combatterlo.
La Resistenza non era bianca. Non era pura. Era una mescolanza. Era esattamente ciò che il fascismo odiava.
La stessa frattura
Non è una coincidenza che chi in Italia nega il valore del 25 aprile sia spesso lo stesso che nega la cittadinanza ai figli degli immigrati.
È la stessa domanda: chi appartiene a questa nazione?
Chi risponde: solo chi nasce italiano, nega il 25 aprile.
Chi risponde: appartiene chi sceglie, chi vive, chi ama questa terra, continua quella storia.
Quella Babele non è una minaccia. È l’Italia migliore.
A cobra fumou. Il serpente fumò.
Forse può succedere ancora.
Un’Italia che riconosce come suoi figli tutti i figli che ha cresciuto.








