Il genocidio delle parole
Come la guerra permanente sta svuotando il linguaggio del suo significato
di Lorenzo Forlani
Ieri mattina mi sono alzato dal letto e, passati pochi minuti, ho avuto la sinistra impressione di vivere in un mondo post-cognitivo, post-verbale, o magari all’interno di un Truman Show sull’incomunicabilità, sull’assenza di un linguaggio comune.
Prendo il cellulare e la prima notifica che noto è della BBC:
“Israel strikes southern Lebanon but partial truce with Hezbollah appears to hold.”
Aggrotto la fronte e mentalmente traduco una seconda volta, d’altronde sono sveglio da poco.
“Israele bombarda il sud del Libano ma la tregua parziale con Hezbollah sembra reggere.”
Per la Treccani una tregua è una “sospensione temporanea delle ostilità stabilita da due belligeranti”, una “sospensione temporanea delle azioni belliche”. Insomma, quello che siamo abituati a pensare sia una tregua.
Ripenso al senso delle parole e concludo che le interpretazioni di una proposizione così curiosa non possono essere più di due, seppur ramificate.
Nel primo caso la BBC intende dire, consciamente o meno, che Israele bombarda il sud del Libano per esercizio o intrattenimento, mentre altrove c’è una tregua parziale con Hezbollah che per il momento regge.
O meglio: Israele, quando sigla una tregua, intende dire una tregua con Hezbollah, però si riserva la facoltà di bombardare un po’ il sud del Libano, come attività collaterale. La tregua sarebbe quindi “parziale” nel senso che riguarda Hezbollah, ma non altri soggetti presenti nell’area: i residenti sciiti, i paramedici, i giornalisti, chiunque si trovi nel raggio delle esplosioni.
Nel secondo caso la BBC intende dire, consciamente o meno, che Israele bombarda il sud del Libano ma Hezbollah non risponde, per cui questa tregua parziale continua a reggere.
Laddove quel “parziale” si traduce forse con “da parte di uno solo dei belligeranti”: Hezbollah.
Una circostanza che da un lato presuppone che la tregua abbia in realtà già smesso di essere tale nel momento in cui Israele ha bombardato il Libano. Altrimenti non si chiamerebbe tregua.
Dall’altro, che questa tregua continuerebbe a reggere fino a quando Hezbollah non decidesse di reagire alla sua violazione.
Ne consegue che Hezbollah, rispondendo a un bombardamento israeliano che avrebbe già interrotto la tregua, diventerebbe responsabile della rottura di una tregua che aveva già cessato di esistere.
Anche correggendo il titolo in qualcosa di apparentemente più preciso, ad esempio:
“Israele bombarda ma la tregua regge perché Hezbollah non risponde”
si rimarrebbe comunque nell’assurdo.
Una tregua viene meno quando uno dei due belligeranti la viola.
Mi dirigo verso la cucina a macinare del caffè, per certi versi abituato alla quotidiana constatazione di un mondo impazzito, eppure moderatamente perplesso, spaesato.
Come è possibile un titolo del genere?
La risposta, forse, non riguarda la BBC in quanto tale.
Quel titolo è semplicemente il sintomo di una tendenza più ampia, che attraversa ormai gran parte del linguaggio politico e mediatico occidentale quando racconta determinati conflitti.
Una possibile conferma mi arriva durante la rassegna stampa, quando mi imbatto nell’ennesima conferenza stampa di Donald Trump a margine della rappresaglia iraniana contro installazioni militari statunitensi in Kuwait.
Il presidente americano, oltre ad alludere ancora una volta alla possibilità di cancellare “un’intera civiltà”, ha sostanzialmente lasciato intendere che in quella parte del mondo un cessate il fuoco possa convivere con bombardamenti purché più limitati o più contenuti.
Al di là degli orientalismi da manuale, mi rendo conto di trovarmi davanti a una logica che, per quanto inquietante, almeno rende comprensibili titoli altrimenti incomprensibili.
Se un cessate il fuoco può includere bombardamenti e una tregua può convivere con attacchi armati, allora il titolo della BBC smette di essere un errore e diventa semplicemente la descrizione coerente di un nuovo universo semantico.
Deve essere una tendenza montante.
Chissà che non si stiano rifacendo tutti al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, non più di dieci giorni fa, parlando alla nazione del conflitto con Hezbollah, ha rivendicato come “soltanto durante il cessate il fuoco” le Forze di Difesa israeliane abbiano ucciso oltre 700 miliziani.
Lo stesso Netanyahu che da oltre trent’anni sostiene ciclicamente che l’Iran sia a pochi mesi dall’ottenimento della bomba atomica, accompagnando di volta in volta l’allarme con grafici, cartelli e rappresentazioni ormai entrate nella storia della comunicazione politica contemporanea.
Un mondo nel quale viene progressivamente svuotato il significato delle parole e rivendicata apertamente la possibilità di violare regole, procedure e principi alla luce del sole.
Un mondo nel quale non si tenta più nemmeno di mascherare le contraddizioni.
Nella West Bank, in Libano e in Iran non muoiono soltanto migliaia di persone.
E a Gaza non c’è soltanto ciò che molti giuristi, organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali definiscono un genocidio.
Ciò a cui stiamo assistendo con crescente frequenza, a corollario delle operazioni israelo-americane nella regione, è anche qualcosa di diverso e forse altrettanto inquietante.
La morte delle parole.
La progressiva separazione tra il linguaggio e la realtà.
Perché quando una tregua può includere bombardamenti, un cessate il fuoco può convivere con le uccisioni e la violazione di una regola diventa la prova che la regola continua a esistere, allora non stiamo semplicemente assistendo a una guerra.
Stiamo assistendo al genocidio del significato stesso delle parole.



