Il Marocco alla Biennale di Venezia: il filo invisibile che unisce le due sponde del Mediterraneo
Di Karima Moual
Ci sono luoghi che sembrano destinati a incontrarsi. Venezia e il Marocco sono tra questi.
La città sospesa sull’acqua e il regno sospeso tra Africa, Mediterraneo e Atlantico si osservano da secoli attraverso commerci, viaggi, racconti, tessuti, spezie, lingue e immaginari. Prima ancora delle frontiere moderne, prima delle paure identitarie, prima dei muri mentali del nostro tempo.
Per questo vedere oggi il Marocco entrare nel cuore della Biennale di Venezia ha qualcosa di più profondo di una semplice presenza artistica. È quasi un ritorno simbolico. Un dialogo che riprende.
Alla 61ª Biennale Arte, il Regno del Marocco inaugura il suo padiglione ufficiale all’Arsenale, uno degli spazi più prestigiosi della manifestazione. Non come presenza decorativa o folklore da cartolina, ma come paese che rivendica una propria voce dentro il grande racconto del contemporaneo. Una voce che non rinnega le sue radici per sembrare moderna. E forse è proprio questo il punto più interessante.
Perché il Marocco contemporaneo sembra aver compreso una cosa essenziale: la cultura non è un lusso da esibire nei momenti di pace. È una forma di presenza nel mondo. Una diplomazia silenziosa. Un modo di raccontarsi senza dover chiedere il permesso allo sguardo occidentale.
A inaugurare il padiglione è stato direttamente il capo del governo Aziz Akhannouch, su impulso di Re Mohammed VI. Un gesto che dice molto. Perché dietro quella presenza istituzionale c’è la consapevolezza che oggi la battaglia più importante non si gioca soltanto sull’economia o sulla geopolitica, ma anche sulla capacità di produrre immaginario. Di costruire narrazione. E il padiglione marocchino sembra voler fare proprio questo.
La memoria cucita a mano
L’opera scelta porta la firma dell’artista Amina Agueznay, con la curatela di Meriem Berrada. Il progetto si intitola “Asǝṭṭa”, parola amazigh che richiama la tessitura rituale. Ma ridurlo a una semplice installazione artistica sarebbe un errore. Perché entrando in quello spazio si ha quasi la sensazione di entrare dentro una memoria collettiva.
Una memoria fatta di lana, mani, silenzi, deserti, montagne, villaggi, madri e gesti tramandati senza clamore.
Centinaia di elementi tessili intrecciati insieme da oltre 160 artigiani provenienti da diverse regioni marocchine compongono l’opera.
E improvvisamente capisci che il centro del lavoro non è soltanto l’estetica. È il tempo. Il tempo lento della trasmissione. Il tempo delle cose fatte a mano. Il tempo di chi custodisce un sapere senza necessariamente scriverlo nei libri.
In un’epoca che consuma tutto rapidamente - immagini, identità, culture - il Marocco porta a Venezia qualcosa di radicale: la lentezza della memoria. E forse anche una domanda implicita al mondo contemporaneo: cosa resta di noi quando perdiamo il filo che ci lega alle nostre storie?
Il Mediterraneo oltre la paura
C’è poi un altro aspetto che rende questo padiglione potente.
Negli ultimi anni il Mediterraneo è stato raccontato quasi soltanto come spazio di crisi. Guerre, migrazioni, naufragi, frontiere, paure. Come se le sue rive avessero smesso di parlarsi.
E invece il padiglione marocchino sembra ricordarci il contrario. Ricorda che il Mediterraneo è stato per secoli uno spazio di contaminazione continua.
Che Venezia e il Maghreb si sono attraversati molto prima che qualcuno decidesse di trasformare le identità in fortezze. Per questo la presenza marocchina alla Biennale assume un valore che va oltre il mondo dell’arte.
È una forma di resistenza culturale alla semplificazione del nostro tempo. Perché mentre ovunque avanzano discorsi identitari rigidi e aggressivi, il Marocco sceglie di presentarsi attraverso la complessità delle sue stratificazioni: africano e mediterraneo, amazigh e arabo, tradizionale e contemporaneo, locale e globale.
Senza sentirsi obbligato a scegliere una sola appartenenza. Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva da Venezia. Che le identità più forti non sono quelle che si chiudono. Sono quelle che riescono ad attraversare il tempo senza smettere di mescolarsi.
E mentre fuori il mondo continua a costruire muri, dentro il padiglione marocchino si intrecciano ancora fili.
Fili di lana, certo. Ma anche fili invisibili tra passato e futuro, tra Africa ed Europa, tra memoria e desiderio.
Come se il Marocco, nel cuore della Biennale, stesse provando a dirci una cosa semplice e dimenticata: che la cultura serve ancora a questo.
A impedire che il mondo diventi un luogo senza relazione.







