Il Papa contro Trump e il silenzio dell’Europa
Dalla guerra all’Iran all’uso politico di Dio: mentre Washington e Tel Aviv sacralizzano il conflitto, le reazioni arrivano tardi. Anche in Europa.
Di Karima Moual
Non è solo uno scontro tra Papa Leone XIV e Donald Trump.
È qualcosa che riguarda direttamente anche noi. E soprattutto riguarda ciò che non stiamo facendo - o che facciamo troppo tardi.
Negli ultimi giorni, un’immagine ha fatto il giro del mondo prima di essere rimossa. Donald Trump vestito di bianco, raffigurato come una figura simile a Gesù, mentre compie un gesto di guarigione. Un’immagine generata con l’intelligenza artificiale, pubblicata e poi cancellata dopo le polemiche.
Non è un incidente. È un segnale.
Perché arriva mentre lo stesso Trump attacca frontalmente Papa Leone XIV, definendolo “debole e pessimo in politica estera”, fino a dire: “Non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti”.
E arriva mentre, parlando della guerra contro l’Iran, Trump afferma di credere che Dio sia dalla parte degli Stati Uniti. Il suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, si spinge ancora oltre, evocando la crocifissione e la resurrezione di Gesù per descrivere un’operazione militare.
Non è più retorica politica. È un linguaggio che trasforma la politica in religione e la guerra in missione.
Di fronte a questo, Papa Leone XIV sceglie un’altra strada. Non entra nello scontro personale, ma non arretra. “Non ho paura dell’amministrazione Trump”, afferma. E rivendica una linea chiara: continuare a parlare contro la guerra, promuovere il dialogo, denunciare quella che definisce “illusione di onnipotenza”.
Durante la preghiera per la pace in Piazza San Pietro, le sue parole sono ancora più nette: parla di un mondo diventato “un incubo notturno”, in cui “la realtà si popola di nemici”, e denuncia che il “Nome santo di Dio” viene trascinato “nei discorsi di morte”. Fino a un appello che è insieme morale e politico:
“Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro. Basta con l’esibizione della forza. Basta con la guerra.”
Non fa nomi. Ma il riferimento è evidente. Ed è proprio qui che lo scontro cambia natura.
Come è stato osservato anche dal quotidiano Avvenire, quando il potere politico si accanisce contro una voce morale è spesso perché non riesce a contenerla. Trump non discute il Papa: prova a riportarlo dentro un linguaggio che possa controllare, quello della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale. Ma Leone XIV parla un’altra lingua. Una lingua che sfugge alla logica del potere. E proprio per questo diventa difficile da neutralizzare.
L’attacco di Trump - che arriva fino a sostenere che il Papa dovrebbe essergli “grato” per la sua elezione - non è solo uno sfogo politico. È, in un certo senso, una dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma così facendo ne riconosce implicitamente il peso.
Ma la frattura più profonda non è solo tra Vaticano e Casa Bianca. È dentro l’Occidente.
Negli Stati Uniti, le parole e i gesti di Trump non hanno suscitato soltanto critiche nel campo progressista. Anche importanti leader religiosi e figure conservatrici hanno reagito con durezza. L’arcivescovo Paul S. Coakley ha parlato di parole “profondamente denigratorie”, ricordando che il Papa “non è un rivale politico ma il Vicario di Cristo”. A Las Vegas, l’arcivescovo George Leo Thomas ha ringraziato il Papa per essere disposto a “dire la verità al potere”.
Ancora più significativo è ciò che è arrivato dall’area conservatrice. Commentatori e opinionisti vicini al mondo trumpiano hanno definito l’immagine di Trump come Gesù una “blasfemia oltraggiosa”. Altri hanno parlato apertamente di mancanza di umiltà, ricordando che “Dio non si lascia prendere in giro”.
È un passaggio cruciale. Perché segnala che il limite è stato superato persino all’interno dello stesso campo politico.
E l’Europa?
L’Europa, ancora una volta, arriva dopo. La presa di posizione di Giorgia Meloni - che definisce “inaccettabili” le parole di Trump - segna un passaggio politico non banale. Ma proprio per questo è rivelatrice. Perché arriva quando il salto è già avvenuto.
Arriva dopo che la religione è entrata nel linguaggio della guerra. Dopo che il conflitto è stato raccontato come missione. Dopo che il Papa è stato attaccato.
Nel frattempo, l’asse tra Washington e il governo di Benjamin Netanyahu ha progressivamente spostato il conflitto mediorientale su un piano sempre più ideologico.
Negli Stati Uniti, una parte significativa della destra evangelica interpreta il sostegno a Israele come parte di un disegno divino. In Israele, settori del governo richiamano riferimenti biblici per legittimare scelte politiche e militari.
In questo intreccio tra fede, identità e potere prende forma una narrazione pericolosa: la guerra non è solo necessaria. È giusta. In alcuni casi, inevitabile.
Per oltre vent’anni, l’Occidente ha raccontato le guerre in Medio Oriente come risposta al radicalismo islamico. Ha chiesto al mondo musulmano di prendere posizione, di condannare, di dissociarsi. E quel mondo rispose tramite le più alte figure rappresentative di esso.
Oggi però accade qualcosa di diverso.
Quando la religione rientra nella politica occidentale - e lo fa ai livelli più alti - la reazione è lenta, incerta, spesso imbarazzata.
Il rischio è evidente. Quando la guerra assume un significato religioso, lo spazio della diplomazia si restringe. Il compromesso diventa debolezza. Il negoziato tradimento.
Ed è qui che il silenzio — o il ritardo — europeo diventa un problema politico. Non è neutralità. È una scelta.
Perché significa accettare che il linguaggio religioso venga usato per legittimare il potere senza metterne davvero in discussione le conseguenze.
Il punto, allora, non è solo lo scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV.
Il punto è ciò che questo scontro rivela. Un potere che cerca di sacralizzarsi. Una religione che viene usata per giustificare la guerra. E un’ Europa che fatica a riconoscere - e a nominare - questo passaggio.
In un mondo in cui la guerra torna a parlare il linguaggio di Dio, arrivare tardi non è prudenza. È responsabilità.


