Il Piano Mattei esiste davvero? Tra annunci, progetti e realtà
Di Karima Moual
C’è una domanda semplice che basterebbe fare per capire davvero cos’è oggi il Piano Mattei: funziona?
E non diciamo in teoria. Non nei vertici. Non nelle conferenze stampa. Ci si chiede se Funziona nella realtà.
Il Piano Mattei è stato annunciato dalla Presidente Giorgia Meloni all’inizio del suo mandato, nell’ottobre 2022. Da allora sono passati quasi tre anni.
Ma tra l’annuncio e l’attuazione reale c’è uno scarto evidente. Il Piano è entrato nella sua fase operativa solo tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024. Ed è proprio qui che emergono le prime crepe.
A più di un anno dall’avvio concreto, la risposta è meno lineare di quanto il racconto politico suggerisca.
Il Piano Mattei è stato presentato come una svolta storica: una nuova relazione tra Italia e Africa, fondata sulla cooperazione, sugli investimenti e su una logica di partnership. Una promessa ambiziosa, che ha avuto il merito di riportare l’Africa al centro del discorso strategico italiano.
Ma quando si passa dal piano delle intenzioni a quello dei fatti, il quadro cambia.
I progetti individuati sono poco più di venti, distribuiti in alcuni Paesi chiave. I settori sono quelli classici: energia, agricoltura, infrastrutture, formazione. Tuttavia, solo una parte di questi progetti ha ricevuto finanziamenti concreti, e ancora meno è effettivamente partita.
Non solo. Alcuni degli interventi presentati come parte del Piano Mattei erano già esistenti, avviati prima del suo lancio e successivamente inglobati nella nuova narrazione.
Questo non significa che il Piano non esista. Significa però che, ad oggi, esiste soprattutto come cornice politica.
Una cornice dentro cui vengono collocati progetti diversi, con livelli di avanzamento differenti, senza che emerga con chiarezza una visione operativa coerente e, soprattutto, verificabile.
Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo. Mancano dati chiari e accessibili sullo stato di avanzamento. Non è semplice capire quali fondi siano stati realmente spesi, quali progetti siano operativi, quali risultati siano stati raggiunti. Anche osservatori indipendenti segnalano una difficoltà crescente nel ricostruire un quadro trasparente e aggiornato.
In altre parole: il Piano si racconta molto meglio di quanto si misuri. Ed è qui che emerge il nodo politico.
Perché un progetto che ambisce a ridefinire le relazioni tra Italia e Africa non può vivere solo di annunci e di rappresentazione. Ha bisogno di risultati, di impatto, di accountability.
Altrimenti rischia di trasformarsi in ciò che l’Italia ha già conosciuto troppe volte: una grande idea che resta sospesa tra diplomazia e comunicazione.
A tutto questo si aggiunge oggi un fatto politico dirompente. Gli eredi di Enrico Mattei hanno formalmente diffidato il governo dall’utilizzare il suo nome per il Piano Africa, parlando apertamente di un progetto “in totale antitesi” con la sua eredità e denunciandone un uso “propagandistico”.
Non è una polemica simbolica. È un colpo al cuore della narrazione stessa del Piano.
Perché il Piano Mattei si regge su un riferimento preciso: l’idea di una cooperazione autonoma, paritaria, capace di rompere le logiche di subordinazione. Se perfino gli eredi di Mattei contestano questo impianto, significa che non è in discussione solo l’efficacia del Piano, ma la sua stessa coerenza.
E a quel punto la domanda diventa ancora più scomoda: se non è Mattei, cos’è davvero questo Piano?
Nel frattempo, il contesto globale non aspetta. Altri attori – dalla Cina all’Unione Europea, fino ai Paesi del Golfo – stanno investendo in modo strutturale e continuo nel continente africano, con strategie chiare e strumenti consolidati.
In questo scenario, il rischio per l’Italia è duplice: arrivare tardi e arrivare senza una vera capacità di incidere.
Per evitarlo, serve un salto di qualità. Serve passare dalla narrazione alla politica pubblica. Dalla lista dei progetti alla loro realizzazione. Dalla retorica della partnership alla sua pratica concreta.
E soprattutto serve una cosa molto semplice, ma decisiva: trasparenza.
Perché senza dati, senza monitoraggio e senza valutazione, non esiste politica. Esiste solo racconto.
E un Piano che resta racconto, per quanto ambizioso, è un Piano che non cambia nulla.



