Il trattore e il “grand remplacement”
Come il Remigration Summit di Milano racconta una nuova fase della destra europea
Di Tahar Lamri
La notte prima del grande raduno, qualcuno ha proiettato delle scritte luminose sul Pirellone e sui palazzi di piazza Duomo. Due in particolare meritano di essere lette insieme, come un dittico involontario. La prima: “Milano è migrante e antifascista”. La seconda: “Abbiamo 49 milioni di motivi per le dimissioni di Salvini, Ministro delle Barriere”: architettoniche, economiche, mentali e culturali. I 49 milioni sono quelli che la Lega deve restituire allo Stato per la truffa sui rimborsi elettorali, uno dei debiti più silenziosi che un partito di governo abbia mai contratto con i cittadini che governa, e che governa proclamando di difendere “casa nostra”.
Il mattino dopo è arrivato il trattore.
C’è un trattore in testa al corteo. Dietro il trattore, duemila persone, numero certificato dalla Digos, non dalla fantasia degli organizzatori, che ne avevano annunciati dieci volte tanti. Davanti alle duemila persone, uno striscione: “Padroni a casa nostra”. Dalle casse del camion attrezzato a palco mobile: Raffaella Carrà, Pupo, Heather Parisi. Poi, quando il serpentone svolta verso piazza Duomo, «Oh mia bella Madunina».
Questo era il Remigration Summit europeo. Questo era l’evento che doveva segnare la nascita di una nuova Internazionale identitaria sul suolo italiano, con Bardella sul palco, Wilders in presenza e Martin Sellner sullo sfondo come ispiratore teorico. Questo era il momento in cui la destra etno-nazionalista europea avrebbe mostrato i muscoli nel cuore di Milano, a una settimana esatta dal 25 aprile, lungo il percorso stesso della marcia della Liberazione da Porta Venezia a piazza Duomo, la provocazione era nel DNA dell’evento, non accessoria.
È finita con il trattore. Con Pupo. Con una piazza che per i tre quarti era occupata dal palco, e per il resto dai turisti che si facevano selfie davanti al Duomo pensando a un concerto.
Prima di capire il perché del flop, vale la pena capire cos’era davvero quello che si voleva evocare e perché il nome «remigrazione» ha bruciato così in fretta da dover essere sostituito, alla vigilia, con il più rassicurante “pace, lavoro e sicurezza”.
La parola e il suo pedigree
«Remigrazione» non è una parola nata in seno alla Lega. Ha una genealogia precisa, e quella genealogia dice molto su ciò che si voleva importare in Italia.
Il concetto affonda le radici nel pensiero di Renaud Camus, scrittore francese che nel 2011 pubblica Le grand remplacement (“La grande sostituzione”), tesi secondo la quale le popolazioni europee “originarie” vengono sistematicamente rimpiazzate da popolazioni di origine africana e mediorientale attraverso l’immigrazione e la differenza nei tassi di natalità. Non è una tesi demografica: è una cosmogonia del complotto. Camus non dice che gli europei stanno cambiando: dice che vengono sostituiti, come in un piano deliberato.
La parola chiave è quella: non migrazione, non cambiamento, ma sostituzione. Il passivo è fondamentale: qualcuno lo sta facendo.
La “remigrazione” è la risposta operativa a questo quadro. Se c’è stata una sostituzione, bisogna invertirla. Rimandare indietro non solo i clandestini - questo sarebbe banalmente la politica dei rimpatri che qualsiasi governo di centrodestra già pratica - ma chiunque venga giudicato “non assimilato”, a prescindere dal titolo di soggiorno, dalla nazionalità acquisita, dagli anni trascorsi in Europa. È questo il salto qualitativo rispetto alla normale retorica sull’immigrazione: la revoca retroattiva dell’appartenenza.
Il teorico che ha trasformato questa idea da provocazione intellettuale in agenda politica è l’austriaco Martin Sellner, fondatore del movimento Identitario austriaco, espulso dagli Stati Uniti, bandito dal Regno Unito, con legami documentati con la rete transnazionale della destra etno-nazionalista europea. Nel suo libro Remigration. Ein Vorschlag(“Remigrazione. Una proposta”), pubblicato nel 2024 e tradotto in Italia nel 2025 da una casa editrice vicina all’ambiente di CasaPound, Sellner trasforma la parola d’ordine in proposta di legge. La “remigrazione consensuale”, la chiama. Ma quando si spoglia l’aggettivo dal sostantivo, ciò che rimane è questo: deportazione su base identitaria. La revoca della cittadinanza per chi non passa un test di “assimilazione”, la cui definizione appartiene, naturalmente, a chi governa.
Sellner non è un marginalizzato. È il punto di raccordo tra gli ambienti identitari europei - AfD, Fratelli d’Italia, i Patrioti per l’Europa - e la destra radicale anglosassone e americana. Ha visitato l’Italia, ha tenuto conferenze, ha rapporti con militanti vicini sia a FdI che alla Lega. È lui il vero convitato di pietra del summit di Milano, non nel senso che era presente, ma nel senso che era l’assente più significativo della giornata.
Il precedente: Gallarate, maggio 2025
Prima di Milano, c’era stato Gallarate. Il vero Remigration Summit europeo si era tenuto lì, a maggio 2025, in un teatro messo a disposizione dal sindaco leghista. Tra i relatori: persone condannate per negazionismo dell’Olocausto, esponenti di movimenti che avevano organizzato roghi pubblici del Corano. Non erano ospiti scomodi all’interno di un evento rispettabile: erano il cuore dell’evento, la sua ragion d’essere.
A poche centinaia di metri, Milano aveva risposto con una contromanifestazione di massa, con Schlein sul palco, e scontri tra polizia e antagonisti.
Gallarate era stato un test. Aveva dimostrato due cose: che il network europeo della remigrazione poteva mobilitarsi in Italia, e che la risposta di piazza sarebbe stata proporzionalmente più grande e più visibile.
A Milano, il 18 aprile 2026, si voleva fare il bis, ma in grande, in piazza Duomo, con la benedizione esplicita del vicepremier in carica.
Il momento del panico
Qualcosa è andato storto nel percorso da Gallarate a Milano. Non è successo il giorno del summit, è successo nelle settimane precedenti, quando l’edificio ha cominciato a sgretolarsi dall’interno.
Prima defezione significativa: Viktor Orbán. Il leader ungherese, che avrebbe dovuto essere la figura di riferimento simbolico dell’evento, aveva perso le elezioni in Ungheria - sconfitta storica, dopo quindici anni di governo - e si era trovato improvvisamente trasformato da modello vincente a memento mori della stagione sovranista. Il “grande uomo” che Salvini avrebbe abbracciato idealmente dal palco di piazza Duomo era diventato un perdente. Imbarazzo.
Seconda defezione: Roberto Vannacci. Il generale europarlamentare, che della remigrazione aveva fatto la sua bandiera personale, ha rifiutato di partecipare precisamente perché la remigrazione era stata “passata in secondo piano se non addirittura cancellata dall’agenda”. La sua dichiarazione è uno dei documenti più gustosi dell’intera vicenda: accusava la Lega di non avere il coraggio di fare la destra. “Una destra seria, pura, orgogliosa, che non ha timore né si vergogna di fare la destra: questa la differenza tra noi… e gli altri”. Vannacci criticava Salvini da destra. Il generale era rimasto più identitario del partito che lo aveva eletto.
Terza defezione: Forza Italia. Non si è limitata ad astenersi, ha organizzato una contromanifestazione in contemporanea. All’Arco della Pace, mentre Salvini sfilava verso il Duomo, Amir Atrous - responsabile del dipartimento immigrazione di FI Milano - riuniva le seconde generazioni di immigrati per dire che l’integrazione è la strada. Con Stefania Craxi, Letizia Moratti e Marcello Dell’Utri. Con la benedizione dei figli Berlusconi, che guidano il riposizionamento centrista del partito dopo la sconfitta al referendum. “Silvio avrebbe apprezzato”, ha detto Dell’Utri. Forse. Di certo, Mediaset stava pensando al dopo.
Quarta defezione: Fratelli d’Italia. Ha scelto la via più italiana possibile: né con né contro. Al voto in Consiglio comunale sulla mozione di condanna, i consiglieri di FdI sono usciti dall’aula. Non hanno votato contro la condanna, non hanno votato a favore. Sono spariti. Un’astensione che non si chiama astensione.
Il rebranding in diretta
Di fronte a questo scenario, la Lega ha tentato l’operazione più difficile: vendere lo stesso prodotto con un’etichetta diversa. “Remigration Summit” è diventato “Senza paura - In Europa padroni a casa nostra”. “Rimpatri degli indesiderabili” è diventato “pace, lavoro e sicurezza”. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, prima ancora che partisse il corteo, aveva dichiarato che “Remigration è un’invenzione giornalistica”.
Il problema è che il palco raccontava un’altra storia. L’intervento d’apertura - affidato al giornalista Mario Giordano, non certo un moderato - rivendicava apertamente la remigrazione e citava come modelli di civiltà cristiana la battaglia di Lepanto del 1571 e quella di Poitiers del 732. Nel corteo, mentre Salvini preparava il suo discorso sulla pace, i manifestanti intonavano “Europa cristiana, mai musulmana”. Sul palco saliva Geert Wilders, il politico olandese che ha costruito tutta la sua carriera sull’islamofobia come programma di governo.
E Salvini, nella stessa chiusura in cui invocava Leone XIV come “grande uomo di pace”, definiva la bandiera della pace “bandiera della pace dei delinquenti”, e inviava “un abbraccio a Orbán” per la sua battaglia sui confini, e chiedeva di sospendere le sanzioni sul petrolio russo.
La deputata Simonetta Matone, il giorno prima, aveva dichiarato alla radio: “Quella bandiera io la brucerei”.
La bandiera arcobaleno della pace è nata ad Assisi nel 1961 con Aldo Capitini, filosofo, antifascista, padre del nonviolento italiano. Era stata portata da Italo Calvino e Arturo Carlo Jemolo. Don Renato Sacco di Pax Christi, che nel 1992 aveva marciato verso Sarajevo con don Tonino Bello, ha risposto con una semplicità che non lasciava spazio a equivoci: “Come si permette?”. E ha aggiunto il colpo più efficace: il segretario del suo partito, ha ricordato il sacerdote, “quante volte ha ostentato il rosario e qualche statuetta della Madonna, in netto contrasto col messaggio” di quella stessa religione.
Il conto finale
Duemila persone certificate dalla Digos in una piazza che ne contiene ottantamila. Tre cortei antagonisti con quindicimila presenti secondo gli organizzatori. Un palco che occupava tre quarti della superficie disponibile: una precauzione logistica rivelatrice. I bus prenotati per ripartire entro le diciotto, perché nessuno voleva che la piazza si svuotasse mentre Salvini parlava.
La notte prima, sul Pirellone, qualcuno aveva ricordato i 49 milioni. Il giorno dopo, in piazza, il trattore.
Il trattore in testa al corteo era il simbolo involontario di tutta la giornata. Non quello della terra da difendere, non quello del popolo produttivo contro le élite di Bruxelles che era la narrazione dichiarata. Era il simbolo di un evento che aveva dovuto rinunciare alla sua ambizione originaria per sopravvivere, e che, sopravvivendo, si era ridotto a qualcosa di irriconoscibile rispetto a ciò che voleva essere.
Sellner aveva progettato un’Internazionale. È arrivato Pupo.
La vera notizia del 18 aprile non è che la Lega ha organizzato una manifestazione di piazza. È che il Remigration Summit europeo, nel momento in cui ha dovuto scegliere tra l’identità ideologica e la presentabilità politica, ha scelto la seconda e ha perso entrambe.
Vannacci lo ha abbandonato perché troppo morbido. FI lo ha sabotato perché troppo estremo. FdI è uscita dall’aula perché non voleva scegliere.
E Milano ha risposto con tre cortei, una proiezione luminosa sul Pirellone, e quarantanove milioni di ragioni scritte a caratteri cubitali sulla facciata del palazzo che ospita il Consiglio regionale della Lombardia, governata, per ironia della storia, proprio dalla Lega.
La remigrazione, come il rosario di Salvini, si dimostra un’arma potente finché non deve fare i conti con la realtà. Poi arriva Pupo, e tutto torna al suo posto.






