di Karima Moual
A Padova è nato un tribunale islamico. La Sharia arriva in Italia, le nostre leggi rischiano di essere sostituite e Matteo Salvini annuncia che andrà personalmente a verificare. Bastano pochi titoli, una parola capace di evocare paure profonde e la polemica è servita. Nel giro di quarantotto ore una vicenda locale diventa un caso nazionale, arrivano gli esposti, le interrogazioni parlamentari e l’immancabile richiamo all’Islam politico.
Peccato che il tribunale di cui si parla non sia un tribunale dello Stato.
Il 3 marzo scorso, a Padova, è stata costituita la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione privata che si propone di risolvere controversie civili e commerciali attraverso l’arbitrato, facendo riferimento anche ai principi della Sharia. L’arbitrato è uno strumento previsto dal nostro ordinamento, attraverso il quale due parti possono affidare la soluzione di determinate controversie a soggetti diversi dai giudici ordinari.
Questo non significa che tutto sia automaticamente legittimo. Il regolamento della Camera utilizza l’espressione «Tribunale Sciaraitico» e contiene disposizioni sull’applicazione della legge islamica che sollevano interrogativi giuridici seri. Il fondatore, l’avvocato Omar Vanin, sostiene che l’organismo non intenda sostituirsi alla giustizia italiana e che la sua attività riguardi controversie commerciali e patrimoniali. Sarà necessario verificare se le regole adottate rispettino effettivamente i limiti previsti dalla legge.
La Procura di Padova ha aperto un fascicolo a modello 45, senza indagati e senza ipotesi di reato. Un accertamento, dunque, non una contestazione di responsabilità già accertate.
Eppure, nel racconto politico, queste distinzioni sono rapidamente scomparse.
Salvini ha invocato lo stop all’Islam politico. Esponenti della Lega, di Fratelli d’Italia e di Futuro Nazionale hanno chiesto interventi e verifiche. La domanda che attraversa molte dichiarazioni sembra essere una sola: come impedire che la Sharia entri nel nostro ordinamento?
Una domanda che presuppone già una conclusione.
Eppure l’Italia conosce da tempo organismi che applicano norme religiose. La Chiesa cattolica dispone di tribunali ecclesiastici che giudicano secondo il diritto canonico. Le loro sentenze di nullità matrimoniale possono, a determinate condizioni, ottenere effetti civili attraverso il riconoscimento della Corte d’appello. Nell’ebraismo esistono i Beth Din, tribunali rabbinici che operano secondo la Halakhah e intervengono in questioni religiose e, in determinati contesti, patrimoniali.
Le differenze giuridiche sono importanti. I tribunali ecclesiastici godono di una disciplina concordataria specifica, mentre quelli rabbinici non dispongono di una giurisdizione civile generale riconosciuta dallo Stato. La Camera arbitrale di Padova, dal canto suo, è un’iniziativa privata, priva di un analogo riconoscimento confessionale.
Ma il confronto rimane necessario. Se l’ordinamento ammette, entro determinati limiti, che principi religiosi intervengano nella risoluzione delle controversie, il problema non può essere semplicemente il nome della religione. Deve riguardare la natura delle controversie, la libertà delle persone coinvolte, le garanzie procedurali e il rispetto dei diritti fondamentali.
La Costituzione italiana non consente giustizie parallele sottratte alla legge dello Stato. Ma tutela la libertà religiosa e non vieta, per questo solo motivo, ogni forma di arbitrato ispirata a principi confessionali.
C’è poi un altro fatto, quasi scomparso dietro il clamore: l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia ha preso nettamente le distanze dall’iniziativa padovana. L’UCOII ha dichiarato di non conoscere i promotori, di non aver conferito loro alcun mandato e ha ribadito che la giustizia italiana è amministrata dai tribunali della Repubblica.
Dunque, mentre una parte della politica denuncia il rischio di una giustizia islamica parallela, una delle principali organizzazioni musulmane italiane respinge proprio quell’iniziativa.
Non è un dettaglio. È un fatto che dovrebbe avere un peso nella ricostruzione giornalistica.
Il problema è che la parola Islam continua a funzionare, in una parte del dibattito politico italiano, come un acceleratore dell’allarme. Una moschea diventa un possibile centro di radicalizzazione. Un’associazione religiosa viene interrogata sulle proprie intenzioni politiche. Un organismo arbitrale privato viene presentato come l’arrivo della Sharia nel sistema giudiziario italiano.
Questo meccanismo merita di essere osservato e contestato quando altera la comprensione dei fatti. La verifica della legalità di un’iniziativa è doverosa. Trasformarla preventivamente in una minaccia collettiva è un’operazione diversa.
Anche i promotori della Camera arbitrale hanno responsabilità precise. Chi utilizza espressioni come «Tribunale Sciaraitico» e presenta la propria attività come una via alla giustizia islamica in Italia deve sapere che quelle parole hanno conseguenze giuridiche e pubbliche. La trasparenza sul regolamento, sulle competenze e sulle garanzie offerte alle parti non può essere facoltativa. Tanto meno quando entrano in gioco possibili pressioni familiari o comunitarie, la condizione delle donne e la tutela dei soggetti più vulnerabili.
Ma proprio perché queste questioni sono serie, non dovrebbero essere consegnate agli slogan.
C’è una differenza enorme tra chiedere che un organismo rispetti la Costituzione e utilizzare la sua esistenza per alimentare il sospetto verso milioni di cittadini e residenti musulmani.
La prima è una richiesta legittima, che riguarda lo Stato di diritto. La seconda rischia di trasformare ogni iniziativa che contenga la parola Islam in un nuovo capitolo dell’emergenza permanente.
A Padova bisogna verificare la legittimità di una Camera arbitrale. Nel resto d’Italia bisognerebbe forse interrogarsi su quanto sia diventato difficile discutere di Islam senza che la discussione venga immediatamente trascinata sul terreno della paura.


