Incendio nella moschea di Rimini
Un incendio in una moschea è una notizia di cronaca. Come lo sarebbe in una scuola, in una casa, in un teatro.
Ma la vera notizia non è il fuoco. Sono i commenti sotto la notizia, apparsi sui social del sito che l’ha divulgata.
Ve ne elenco alcuni:
Cristian: “Importante che la Romagna ed i suoi cittadini stiano bene. La volta buona e giusta che tornino a casa a fare sto Ramadan.”
Stefano: “Peccato non sia stato nessuno dentro a pregare.”
Elisabetta, con tanto di emoji: “OOOh, ma veramente? Una cosa di cui non mi spiace affatto.”
Mario: “Ogni tanto una buona notizia.”
Flavio: “Ma peccato che a quell’ora era vuota.”
Antonio: “Ne rimangono sempre troppe.”
Un altro: “Che sia l’inizio dei grandi falò.”
Salvatore: “E fuoco sia.”
Paola: “Ottimo, da nord a sud.”
Lorenzo: “Peccato, volevo partecipare.”
Queste non sono battute. Non è ironia. È gente che si dispiace che non ci fosse nessuno dentro. È gente che brinda davanti al fuoco.
E quando centinaia di persone reagiscono così, dobbiamo avere il coraggio di dirlo: questo clima non nasce dal nulla.
Nasce da anni di propaganda identitaria, che continua ancora oggi. Nasce da partiti di destra che hanno scelto di costruire consenso alimentando la paura verso l’Islam, e continuano a marciare indisturbati.
Non sono episodi isolati. Non sono scivoloni. È una strategia comunicativa e politica continua. Ogni giorno si parla di invasione. Ogni giorno si insinua che esista una sostituzione. Ogni giorno si descrive una religione come incompatibile, pericolosa, minacciosa.
E questa narrazione non resta confinata nei comizi. Viene ripresa, rilanciata, semplificata dai giornali e dai programmi schierati, trasformata in titoli allarmistici, ripetuta fino a diventare normalità.
Quando costruisci un “noi contro loro”, quando trasformi milioni di persone in un problema, quando fai della paura un carburante politico, stai preparando l’inferno.
E poi non puoi stupirti se qualcuno applaude al fuoco. Perché il piromane non è solo chi accende l’incendio. A volte il fiammifero sono le parole. E quando quelle parole vengono pronunciate ogni giorno da chi ha potere, diventano benzina.
Io non riesco a ridere davanti a un luogo di culto che brucia. Non riesco a sentirmi più sicura perché qualcun altro ha paura.
Oggi è una moschea. Domani può essere qualunque minoranza. Qualunque differenza. Qualunque voce scomoda.
Se iniziamo a festeggiare il fuoco, non stiamo difendendo niente. Stiamo solo imparando a convivere con l’odio.
E quando l’odio diventa normale… brucia tutto. Anche noi.
