Islam in Italia, tre milioni senza intesa: “Il problema non siamo noi, è la politica”
Dopo l’approfondimento di Medpost sull’intesa mai raggiunta tra Stato e Islam, il confronto con Yassine Lafram: tra diritti bloccati, narrazioni distorte e responsabilità politiche.
Di Karima Moual
Dopo anni di rinvii, ambiguità e alibi politici, la questione dell’intesa tra Stato e Islam in Italia resta una delle grandi rimozioni della democrazia italiana. Su Medpost abbiamo ricostruito perché quell’intesa non c’è ancora. Non per assenza di interlocutori, ma per una scelta politica mai davvero affrontata fino in fondo. Nel frattempo, il dibattito pubblico scivola altrove: dalla Costituzione alla paura, dai diritti alla propaganda. E mentre si avvicinano nuove mobilitazioni della Lega, tre milioni di musulmani in Italia restano sospesi tra realtà e riconoscimento. È dentro questa frattura che si inserisce questa intervista a Yassine Lafram, già presidente dell’UCOII per due mandati e oggi Presidente della Comunità islamica di Bologna.
1. Yassine Lafram, i musulmani in Italia sono tre milioni, con nessuna intesa con lo Stato italiano e un dibattito pubblico sempre più tossico, spesso schiacciato tra islamofobia e strumentalizzazione politica. Alla vigilia di nuove mobilitazioni della Lega, i musulmani tornano nel mirino. Come si è arrivati a questo punto?
Ci siamo arrivati perché per troppi anni l’Islam in Italia è stato trattato più come un problema da sorvegliare che come una realtà religiosa, sociale e civile da riconoscere. Quando si parla di musulmani si parte quasi sempre dalla paura. Raramente si parte dalla Costituzione, dai diritti, dai doveri, dalla vita reale delle famiglie, dei giovani, dei lavoratori, degli studenti. E così una comunità composta da milioni di persone diventa invisibile nella quotidianità e visibilissima solo quando qualcuno la vuole usare come bersaglio politico. Ogni volta che si avvicina una stagione elettorale, qualcuno tira fuori le moschee, il velo, l’Islam, come se i musulmani fossero un’emergenza stagionale. Ma noi non siamo un’emergenza. Siamo parte stabile di questo Paese.
Noi non siamo comunità straniere ospitate in Italia. Siamo cittadini italiani, ci sentiamo italiani, viviamo qui, cresciamo qui i nostri figli, lavoriamo qui, votiamo qui, paghiamo le tasse qui e vogliamo contribuire al futuro di questo Paese.
Il punto è semplice. L’Islam italiano esiste già. Esiste nelle città, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie. Quello che manca è il coraggio politico di riconoscerlo pienamente.
“L’Islam italiano esiste già. Quello che manca è il coraggio politico di riconoscerlo.”
2. Nel dibattito pubblico si sta facendo strada l’idea che siano stati i musulmani a non voler firmare un’intesa con lo Stato. È una ricostruzione falsa? E a chi conviene?
Sì, è una ricostruzione falsa. Ed è anche molto comoda. È falsa perché diverse realtà islamiche hanno lavorato per anni al riconoscimento giuridico e al percorso verso l’intesa. L’UCOII lo ha fatto in modo pubblico, costante, assumendosi anche responsabilità non semplici.
È comoda perché permette alla politica di scaricare tutto sulle comunità musulmane. Si dice che siamo divisi, che non siamo pronti, che non abbiamo un solo rappresentante. Ma la pluralità non può diventare un alibi eterno.
La cosa paradossale è che la stessa pluralità che per altre confessioni viene considerata normale, per l’Islam diventa improvvisamente un problema insormontabile. La verità è semplice. Non è l’Islam italiano che rifiuta l’intesa. È una parte della politica italiana che non ha mai voluto pagare il prezzo politico del riconoscimento dell’Islam.
“Non è l’Islam italiano che rifiuta l’intesa. È una parte della politica che non ha mai voluto pagarne il prezzo.”
3. Dopo anni di confronto, con il governo guidato da Giorgia Meloni il dialogo sembra essersi fermato. Quanto pesa oggi questa paralisi?
Pesa molto, perché quando un canale istituzionale rallenta o si svuota, non è mai una buona notizia. Non parlerei necessariamente di rottura definitiva, ma è evidente che negli ultimi anni il confronto ha perso continuità, metodo e prospettiva.
E questo pesa sulla vita concreta delle comunità. Pesa sui luoghi di culto, sui cimiteri, sulla formazione, sul riconoscimento giuridico. Quando lo Stato smette di coltivare il dialogo con una realtà così numerosa, il vuoto non resta vuoto. Lo riempiono propaganda, sfiducia e sospetto.
4. Oggi esiste davvero un interlocutore unico e credibile dell’Islam in Italia?
Un interlocutore unico che rappresenti tutti i musulmani, no. E sinceramente non credo che sarebbe nemmeno sano. L’Islam italiano è plurale. Ci sono provenienze diverse, scuole diverse, sensibilità diverse, generazioni diverse, territori diversi. Pretendere una voce unica per tutti significa non capire la realtà. Però esistono interlocutori credibili. L’UCOII è certamente uno di questi, per storia, presenza territoriale, numero di comunità aderenti, lavoro istituzionale e continuità nel tempo. Ma non è l’unico, e non deve essere l’unico.
La domanda vera non è se esista un solo rappresentante dell’Islam. La domanda vera è se lo Stato voglia davvero sedersi con gli interlocutori reali dell’Islam italiano, senza usare la pluralità come scusa per non decidere mai.
5. L’UCOII può parlare a nome della maggioranza dei musulmani italiani?
L’UCOII può parlare a nome di una parte molto significativa dell’Islam organizzato in Italia. Non direi mai che parla a nome di ogni singolo musulmano. Sarebbe scorretto e anche poco credibile.
Ma l’UCOII rappresenta una rete ampia di comunità, associazioni e luoghi di culto. Quando parla di libertà religiosa, moschee, cimiteri, riconoscimento giuridico, non parla solo per una sigla. Parla di problemi concreti che riguardano anche tanti musulmani che non sono iscritti a nessuna organizzazione. Quindi sì, l’UCOII è un interlocutore centrale. Ma la rappresentanza dell’Islam italiano deve restare plurale, trasparente e responsabile. Nessuno deve chiedere all’UCOII di essere tutto l’Islam italiano. Ma nessuno può fingere che l’UCOII non sia uno degli interlocutori principali dell’Islam italiano.
6. Chi resta fuori da questa rappresentanza e perché?
Restano fuori tante persone che vivono la fede in modo più individuale, famiglie che frequentano la moschea solo in alcune occasioni, giovani che non si riconoscono nelle strutture tradizionali, comunità indipendenti, realtà locali non affiliate a grandi organizzazioni. Questo non è per forza uno scandalo. È la realtà delle comunità religiose moderne. Anche in altre confessioni ci sono livelli diversi di appartenenza, pratica e rappresentanza.
Il punto è che le organizzazioni islamiche devono fare un passo avanti. Non basta rappresentare le moschee. Bisogna parlare anche ai giovani, alle donne, ai professionisti, agli studenti, alle seconde e terze generazioni.
Se non lo facciamo, altri parleranno al posto nostro. E spesso lo faranno peggio di noi.
7. C’è il rischio che si crei, di fatto, un monopolio religioso?
Il rischio esiste se lo Stato cerca un solo interlocutore comodo o se una realtà religiosa pretende di assorbire tutte le altre. Io non credo nel monopolio religioso. Non fa bene a nessuno. Ma non credo nemmeno nella frammentazione permanente, dove tutti parlano e nessuno decide. Serve una rappresentanza plurale, con regole chiare, responsabilità, trasparenza e capacità di lavorare insieme sui temi comuni. Luoghi di culto, cimiteri, formazione, cittadinanza, giovani, contrasto alle discriminazioni.
Su questi temi non serve il monopolio. Serve maturità.
8. Perché l’Italia non ha ancora un’intesa con l’Islam?
Perché con l’Islam la politica italiana ha avuto paura. L’articolo 8 della Costituzione dice che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge e che i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese. Non dice che alcune confessioni meritano il riconoscimento e altre devono restare in sala d’attesa per sempre. Con l’Islam, invece, si è creata una sospensione permanente. Tavoli, consulte, patti, incontri, dichiarazioni, poi tutto resta fermo.
Il punto è che l’Italia continua a chiedere all’Islam una condizione preliminare quasi impossibile. Prima si pretende che l’Islam italiano sia perfettamente unito, perfettamente organizzato, perfettamente rappresentato. Solo dopo, forse, lo Stato riconoscerà qualcosa.
Ma il riconoscimento non è il premio finale per chi è già perfetto. È anche lo strumento che aiuta una comunità a diventare più ordinata, più trasparente, più responsabile. Lasciare tutto nell’informalità e poi lamentarsi dell’informalità è una contraddizione evidente. È come chiudere una persona fuori casa e poi accusarla di stare per strada. Nel frattempo le comunità continuano a pregare in garage, capannoni, locali adattati, spesso perché non esiste un percorso chiaro e dignitoso per avere luoghi di culto riconosciuti. Questo non è normale. E non è degno di una democrazia matura.
“Lasciare tutto nell’informalità e poi lamentarsi dell’informalità è una contraddizione evidente.”
9. È un problema dell’Islam italiano o della politica italiana?
È soprattutto un problema della politica italiana. Questo non significa che l’Islam italiano non debba fare la sua parte, ma bisogna evitare un gioco molto comodo, quello di trasformare ogni limite interno alle comunità in un alibi per bloccare tutto.
Perché altrimenti il messaggio diventa questo. Prima vi lasciamo senza riconoscimento, senza intesa, senza una cornice giuridica chiara, con luoghi di culto spesso precari. Poi vi accusiamo di non essere abbastanza strutturati. No. Così non funziona. L’Islam italiano deve continuare a crescere, certamente. Ma la politica non può continuare a nascondersi dietro le difficoltà dell’Islam italiano. Il nodo è politico. E prima lo diciamo con chiarezza, prima possiamo affrontarlo seriamente.
I musulmani sono abbastanza italiani per pagare le tasse, lavorare, votare, rispettare le leggi, mandare i figli a scuola, servire questo Paese ogni giorno. Ma troppo spesso non vengono considerati abbastanza italiani quando chiedono di vedere riconosciuti pienamente i loro diritti religiosi. Questo non è accettabile.
Noi siamo cittadini italiani e ci sentiamo italiani. La nostra fede non ci rende meno italiani. Semmai ci chiede di essere cittadini migliori, più responsabili, più attenti al bene comune.
10. Quanto pesa il legame con Paesi stranieri?
Il legame con i Paesi d’origine esiste, soprattutto nelle prime generazioni. Sarebbe ipocrita negarlo. Molte comunità sono nate grazie all’impegno di immigrati che hanno portato con sé lingua, cultura, memoria, relazioni e anche sostegni economici.
Il punto è capire se quel legame diventa dipendenza. Perché una comunità religiosa in Italia deve essere libera, trasparente e radicata nel Paese in cui vive.
Io credo che la strada sia chiara. Mantenere il rispetto per le origini, ma costruire un Islam pienamente italiano. Non nel senso di inventare una religione nuova, ma nel senso di vivere l’Islam dentro la lingua, le istituzioni, la cultura civica e la responsabilità pubblica di questo Paese. Un Islam italiano non deve rinnegare le origini. Deve però scegliere con chiarezza il suo presente e il suo futuro. E quel futuro è qui.
11. Un Islam italiano è davvero possibile?
È possibile. Anzi, esiste già. Lo vedo nei ragazzi e nelle ragazze nati qui, che parlano italiano, studiano nelle nostre scuole, tifano squadre italiane, lavorano qui, votano qui, costruiscono famiglie qui. Sono musulmani e italiani senza vivere questa doppia appartenenza come una contraddizione. E lo vedo anche nelle prime generazioni, che magari sono arrivate da lontano, ma hanno costruito qui la propria vita, hanno cresciuto qui i propri figli, hanno contribuito con il lavoro, con il sacrificio, con la responsabilità. Molti di loro si sentono profondamente parte di questo Paese, anche quando il Paese fatica a riconoscerli fino in fondo.
Il problema è che spesso l’Italia ufficiale arriva in ritardo rispetto all’Italia reale. L’Islam italiano è già nelle città, nelle università, negli ospedali, nelle imprese, nelle scuole, nei quartieri. Manca il riconoscimento politico e giuridico di una realtà che nei fatti esiste da decenni.
Quindi non è uno slogan. È una responsabilità.
“L’Italia ufficiale arriva in ritardo rispetto all’Italia reale.”
12. Siete pronti a una piena autonomia?
Dobbiamo esserlo. E molti passi sono già stati fatti, spesso in condizioni difficili e senza un riconoscimento pieno.
Autonomia finanziaria significa comunità più libere e più radicate nel territorio. Autonomia culturale significa imam, educatori, dirigenti e giovani capaci di parlare la lingua di questo Paese, di conoscere la Costituzione, di capire la società italiana, senza perdere la propria identità religiosa.
Però attenzione. L’autonomia non si costruisce lasciando le comunità sole. Si costruisce anche con regole chiare, riconoscimento giuridico, percorsi formativi, luoghi dignitosi, responsabilità condivisa. Lo Stato non può dire ai musulmani di essere autonomi e poi negar loro gli strumenti per esserlo davvero.
Non si può lasciare l’Islam italiano in una condizione di precarietà giuridica e poi usare quella stessa precarietà come prova della sua inadeguatezza. È un cortocircuito politico.
13. Sicurezza e Islam: pregiudizio o problema reale?
Sarebbe sbagliato ridurre tutto a pregiudizio. Il pregiudizio esiste, eccome. L’islamofobia esiste, e pesa nella vita quotidiana di tante persone. Ma dire che non esista nessun problema sarebbe ingenuo.
Ci possono essere situazioni minoritarie di chiusura, marginalità, ignoranza religiosa, linguaggi estremisti o letture distorte. Il punto è che queste situazioni si affrontano meglio con comunità riconosciute, responsabili e inserite in un rapporto sano con le istituzioni. Se si tiene l’Islam ai margini, non si aumenta la sicurezza. Si aumenta l’opacità.
La risposta più seria non è sospettare di tutti. È distinguere. Colpire con fermezza chi viola la legge, certo. Ma nello stesso tempo rafforzare le comunità sane, la formazione, il dialogo, la cittadinanza, il lavoro educativo. La sicurezza vera nasce anche dal riconoscimento, non solo dal controllo.
“La sicurezza vera nasce anche dal riconoscimento, non solo dal controllo.”
14. Quali proposte concrete mettete sul tavolo?
Le proposte ci sono e sono molto concrete. Riconoscere giuridicamente le comunità islamiche che hanno requisiti chiari di statuto, responsabilità e radicamento.
Aprire un percorso serio verso una o più intese, senza usare la pluralità islamica come alibi per bloccare tutto. Approvare una legge nazionale sulla libertà religiosa, perché l’Italia non può continuare a gestire il pluralismo religioso con strumenti vecchi e disomogenei. Definire linee guida chiare sui luoghi di culto, perché oggi troppi Comuni usano l’urbanistica come arma politica.
Garantire cimiteri e spazi di sepoltura dignitosi. Non è una richiesta ideologica. È una questione umana. Investire sui giovani musulmani italiani. Non come problema, ma come risorsa civile del Paese. Queste sono proposte concrete. Non chiediamo privilegi. Chiediamo regole uguali, chiare e applicabili.
15. I giovani si riconoscono ancora nelle organizzazioni?
Alcuni sì, altri no. Ed è normale. I giovani musulmani italiani non sono tutti uguali. Alcuni vivono le organizzazioni come spazi familiari, comunitari, spirituali. Altri le sentono lontane, troppo legate alle prime generazioni, troppo etniche, poco capaci di parlare il linguaggio di chi è nato e cresciuto qui.
Questo deve farci riflettere. Non possiamo pretendere che i giovani entrino in strutture pensate venti o trent’anni fa senza cambiare nulla.
Le organizzazioni tradizionali hanno ancora un ruolo importante, ma devono ascoltare di più. Meno paternalismo, più fiducia. I giovani non sono solo il futuro. Sono già il presente.
16. C’è uno scollamento tra leadership e nuove generazioni?
Sì, in parte c’è. E va detto con onestà. Le leadership storiche hanno avuto il merito enorme di costruire comunità dal nulla. Hanno aperto sale di preghiera, organizzato scuole, raccolto fondi, difeso diritti quando nessuno ascoltava. Non bisogna dimenticarlo.
Ma oggi serve un salto. Le nuove generazioni chiedono un Islam meno etnico, più italiano, più consapevole, più preparato, più aperto alla società.
In questo senso credo che l’UCOII abbia dato un segnale importante a livello nazionale. È riuscita a realizzare un ricambio generazionale senza fratture, senza lacerazioni, senza guerre interne distruttive. Non è una cosa scontata. In molte realtà associative, quando cambia una generazione, si rompe tutto. Nel nostro caso, invece, c’è stata continuità, passaggio di responsabilità e capacità di tenere insieme esperienza e nuova visione. Questo però non basta. I giovani chiedono spazi veri, non solo inviti simbolici. Chiedono di poter decidere, non solo eseguire.
Se non apriamo questi spazi, rischiamo di perdere proprio le energie migliori.
17. Che Islam vogliono i giovani nati qui?
Vogliono un Islam riconosciuto e riconoscibile per quello che è, non per come viene raccontato dagli altri. Vogliono poter essere musulmani senza dover chiedere scusa, e italiani senza dover dimostrare ogni giorno di esserlo abbastanza.
Perché il punto è questo. Loro non vogliono diventare italiani. Si sentono già italiani. Sono cresciuti qui, parlano questa lingua, vivono questa società, amano questo Paese anche quando il Paese non sempre li guarda con lo stesso amore. Vogliono luoghi di culto belli, trasparenti, accoglienti. Vogliono guide religiose preparate. Vogliono parlare di fede, ma anche di lavoro, scuola, discriminazioni, relazioni, cittadinanza, Palestina, ambiente, futuro. E soprattutto vogliono uscire dalla gabbia del sospetto. Non vogliono essere raccontati solo come rischio, problema o eccezione.
Vogliono essere riconosciuti per quello che sono. Cittadini italiani, musulmani, parte viva di questo Paese.
18. Se l’intesa non arriverà, di chi sarà la responsabilità?
Se l’intesa non arriverà nemmeno nella prossima legislatura, ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. Le comunità islamiche dovranno continuare a fare la loro parte, a crescere, a rafforzare la propria presenza pubblica, a costruire interlocuzioni serie e a parlare sempre di più al Paese.
Ma la responsabilità principale sarà della politica. Perché alla fine l’intesa non la firmano le comunità da sole. La firma lo Stato. E dopo decenni non si potrà più dire che il problema sono sempre i musulmani. A un certo punto bisogna avere il coraggio di dire che il problema è il mancato coraggio della politica italiana. Una democrazia è più forte quando riconosce i suoi cittadini, non quando li lascia ai margini.
E questo vale anche per i cittadini musulmani.
L’Islam italiano non è più una questione da rinviare. È già qui. Da anni. Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle famiglie. Il punto non è capire se esiste un Islam italiano. Il punto è decidere se l’Italia vuole riconoscerlo. Perché una democrazia non si misura da quanto include quando conviene, ma da quanto è disposta a farlo quando costa. E oggi, quel costo, la politica italiana non sembra volerlo pagare.



