Israele contro sé stesso
Netanyahu piega intelligence e istituzioni mentre la destra messianica avanza nell’ombra dell’arsenale nucleare israeliano
Di Eugenio Cardi
C’è una guerra silenziosa che si combatte dentro Israele, lontana dai fronti di Gaza e del Libano. È la guerra di Benjamin Netanyahu contro le proprie istituzioni. Una guerra che sta producendo un cortocircuito istituzionale senza precedenti nella storia dello Stato sionista e che si consuma mentre Israele detiene, nell’ombra e nel silenzio, un arsenale nucleare che nessuno può nominare ma della cui esistenza tutti sono consapevoli.
La purga dell’intelligence
Negli ultimi anni quasi l’intero vertice dell’apparato di sicurezza israeliano si è dimesso, è stato rimosso o ha esaurito il proprio mandato: il ministro della Difesa, il capo di stato maggiore delle IDF, i direttori dell’intelligence militare e dello Shin Bet. Netanyahu ha approfittato del clima post-7 ottobre per rimpiazzarli con figure a lui fedeli, trasformando un’emergenza nazionale in un’opportunità politica. Il 22 maggio 2025 il premier ha nominato un nuovo capo dello Shin Bet, il generale David Zini, ignorando apertamente il divieto impostogli il giorno prima dalla Procuratrice generale dello Stato, Gali Baharav-Miara. Il risultato è stato un equilibrio fragile e inquietante: lo Shin Bet appare oggi attraversato da una profonda frattura politica e istituzionale, tra una componente percepita come più vicina a Netanyahu e un’altra ancora impegnata a indagare sul premier stesso. La frattura tra Mossad, Shin Bet, esercito e governo, come hanno osservato diversi analisti, è molto più di un dissenso operativo: è il segnale che la coesione dello Stato israeliano è sotto pressione.
Ora tocca al Mossad. Netanyahu ha scelto come prossimo direttore del Mossad il generale Roman Gofman, attuale segretario militare del premier — un uomo di sua assoluta fiducia — scavalcando i due candidati interni indicati dall’uscente David Barnea. La scelta di un generale militare senza esperienza specifica nell’intelligence è insolita; analisti veterani come Amir Oren hanno avvertito che si tratta di competenze che richiedono anni, se non decenni, per essere acquisite prima di poter comandare altri. Netanyahu ha risposto alle critiche con una dichiarazione martellante: “Solo il primo ministro nomina il capo del Mossad. Il Mossad e lo Shin Bet sono direttamente subordinati al primo ministro per legge, non al procuratore generale, non alla Corte Suprema e non ai media”. Una frase che vale come un manifesto politico. Ex funzionari dei servizi accusano apertamente Netanyahu di voler trasformare le due principali agenzie di intelligence del Paese in strumenti di fedeltà personale.
L’estrema destra al governo: kahanismo e messianesimo
Il quadro non si esaurisce nell’intelligence. Fin dal suo insediamento nel 2022, il governo di Netanyahu è stato tra i più autoritari della storia del Paese. Ha promosso una riforma della giustizia che i critici giudicano capace di svuotare la democrazia israeliana. Agli ordini del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, estremista religioso di destra più volte al centro di polemiche internazionali, la polizia è stata impiegata contro dissidenti, attivisti per i diritti umani e cittadini arabo-israeliani. Ben Gvir -oggi anche all’attenzione internazionale per le polemiche legate alla Global Sumud Flotilla - proviene da una lunga militanza nell’estrema destra religiosa israeliana, legata agli ambienti del rabbino Meir Kahane, fondatore del movimento Kach, bandito in Israele e classificato come organizzazione terroristica negli Stati Uniti. Da giovane teneva nel salotto di casa la fotografia di Baruch Goldstein, il colono autore del massacro di Hebron del 1994, in cui vennero uccisi 29 fedeli musulmani in preghiera. Oggi quest’uomo controlla la polizia israeliana. Il che dice molto della situazione politico-sociale dello Stato israeliano.
Accanto a lui, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, anch’egli esponente della destra messianica e del movimento dei coloni, ha colto ogni occasione per rilanciare la storica rivendicazione dell’estrema destra: l’annessione integrale della Cisgiordania, definendo “non c’è momento più opportuno” di quello attuale, con i palestinesi indeboliti e l’attenzione globale concentrata su Gaza. Nel 2025 Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia hanno sanzionato sia Ben Gvir che Smotrich per il sostegno alla violenza dei coloni, con congelamento dei beni e divieto d’ingresso.
L’elefante nella stanza: le bombe che non si possono nominare
E poi c’è il non detto che pesa su tutto. Israele non ha mai confermato né smentito il possesso di armi nucleari, applicando da decenni la politica dell’“amimut”, l’ambiguità deliberata. Ma gli esperti di tutto il mondo non hanno dubbi. Il SIPRI stima che Israele disponga di circa 80 testate nucleari, mentre l’Arms Control Association indica circa 90 ordigni, con materiale fissile sufficiente per costruirne potenzialmente fino a 200. Le stime complessive oscillano tra 80 e 400 testate, con sistemi di lancio via terra, sottomarini e aerei.
La dottrina sionista che regola questi arsenali ha un nome biblico e brutale: l’Opzione Sansone. Coniata negli anni Sessanta da leader come Ben-Gurion e Shimon Peres, si fonda sull’idea che Israele, di fronte a una minaccia esistenziale, possa scatenare una rappresaglia nucleare totale, proprio come il Sansone biblico abbatté il tempio dei Filistei, uccidendo se stesso insieme ai nemici. Non è, sottolineano gli analisti del Modern War Institute di West Point, un atto disperato: è un deterrente calcolato.
Il problema però è che questo deterrente esiste in un Paese che si sta frammentando al suo interno. Un Paese in cui il primo ministro è sotto processo per corruzione, in cui i servizi segreti vengono divisi e riassemblati secondo logiche di fedeltà personale, in cui figure centrali del governo continuano a governare mentre aumentano le pressioni e le contestazioni internazionali, in cui la destra messianica sogna l’annessione della Cisgiordania e la “redenzione” d’Israele attraverso la forza.
In conclusione, va detto che nessuna democrazia è sopravvissuta a lungo alla militarizzazione della propria intelligence e alla colonizzazione istituzionale da parte di forze che la democrazia la disprezzano. Israele sta percorrendo quella strada con una velocità che sorprende anche chi lo osserva da vicino. E lo fa mentre custodisce, nel deserto del Negev, bombe che potrebbero radere al suolo un intero continente. Il problema non è solo israeliano: è di tutti noi.



