Israele, la destra senza fine
La nuova alleanza Bennett-Lapid viene raccontata come alternativa moderata a Netanyahu. Ma sui nodi centrali - occupazione, colonie e Stato palestinese - le differenze appaiono minime.
Di Eugenio Cardi
Il 26 aprile 2026, a Herzliya, nella regione costiera centrale di Israele, a nord di Tel Aviv, davanti a telecamere adoranti e a una stampa internazionale pronta a gridare al miracolo democratico, Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la nascita di Beyachad / Together”- “Insieme” - una lista unificata guidata da Bennett, con l’obiettivo dichiarato di spodestare Benjamin Netanyahu. Ma non è esattamente così.
Due falchi, una sola bandiera
I titoli di mezzo mondo hanno parlato di svolta, di speranza, di alternativa. Peccato che di alternativa non ci sia traccia. Quello che si consuma sulla scena politica israeliana è qualcosa di molto più inquietante: la prova definitiva che l’opposizione a Netanyahu non esiste più, e che l’intero sistema politico israeliano sta scivolando verso una destra sempre più radicale, con o senza di lui in carica a Gerusalemme.
Cominciamo dai fatti, che parlano da soli e non hanno bisogno di trucchi retorici. Bennett, già capo del principale organismo politico che rappresenta i coloni israeliani in Cisgiordania, vuole annettere formalmente il 60% della West Bank dove si trovano la maggior parte degli insediamenti.
Non è una posizione del passato: è il cuore del suo programma. Pochi giorni prima di annunciare la fusione con Lapid, ha scritto che la sua posizione è “non cedere la nostra terra e impedire uno Stato palestinese”. E nell’ottobre 2018, quando gli è stato chiesto se autorizzasse una politica di “sparare per uccidere” contro i palestinesi che tentavano di attraversare il confine per uscire da quel carcere a cielo aperto di Gaza - inclusi i bambini - Bennett ha risposto: “Non sono bambini, sono terroristi”. Quanto a Lapid, il cosiddetto “centrista”, il presunto campione del pragmatismo laico, nel febbraio 2026, rispondendo a una domanda sull’affermazione dell’ambasciatore americano Huckabee secondo cui i sionisti avrebbero diritto a quasi tutto il Medio Oriente, ha dichiarato di sostenere l’espansione dei confini israeliani “il più possibile” così come descritti nella Bibbia. Lapid è arrivato a evocare una visione del sionismo fondata sui confini biblici di Israele, un immaginario politico-religioso che, nelle sue interpretazioni più radicali, si estende ben oltre i confini dello Stato israeliano contemporaneo, includendo territori che oggi appartengono a diversi Paesi arabi della regione. Altro che solo la Palestina.
Ha precisato che “considerazioni pratiche” impediscono per ora di farlo, ma ha chiarito: “La posizione di Yesh Atid è abbastanza chiara — il sionismo si basa sulla Bibbia”. Ecco. Sulla Bibbia. Chi ha ancora voglia di definirlo “centrista” si accomodi.
L’opposizione che esclude un quinto del Paese
C’è poi un dettaglio rivelatore, che da solo vale più di mille analisi. Bennett e Lapid hanno dichiarato che formeranno un governo solo con i partiti sionisti, escludendo categoricamente i partiti arabi. I cittadini arabi di Israele - i cosiddetti arabi israeliani - oltre il 21,1% della popolazione, rappresentando la minoranza etnica più numerosa del Paese. Hassan Jabareen, fondatore dell’organizzazione per i diritti palestinesi, Adalah, ha commentato senza mezzi termini: “Dichiarando che non si alleeranno con nessun partito arabo, hanno delegittimato il voto arabo e legittimato il razzismo che i palestinesi subiscono ogni giorno”. Questa non è opposizione. È la continuazione della stessa politica di esclusione con un volto diverso.
Cambiare tutto per non cambiare nulla
L’opposizione parlamentare israeliana non presenta un progetto politico fondamentalmente diverso da quello del Likud, il partito guidato da Netanyahu (ufficialmente un ricercato internazionale, alla luce dei mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per lui e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant). Né Lapid, né Bennett, né Gantz offrono una proposta sostanzialmente alternativa alle posizioni di Netanyahu sull’occupazione.
Lo scrivono, senza giri di parole, analisti dell’Arab Center Washington DC (think tank indipendente con sede a Washington, fondato nel 2011. Si occupa di analisi politica, economica e sociale del mondo arabo e del Medio Oriente) e lo confermano i fatti: il programma di Beyachad / Together - il nuovo partito-lista fondato da Bennett e Lapid il 26 aprile 2026 - prevede di “proteggere le terre del nostro Paese” senza “cedere un centimetro al nemico”.
Un linguaggio che Smotrich sottoscriverebbe parola per parola. Nel frattempo, l’annessione della Cisgiordania avanza a prescindere da chi governa. Il 15 febbraio 2026 il governo Netanyahu ha stanziato oltre 244 milioni di shekel per istituire un meccanismo statale di registrazione delle terre nell’Area C della Cisgiordania, trasferendo le competenze dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia, una mossa che Amnesty International ha definito equivalente a un’annessione secondo la stessa legislazione israeliana. Oltre 700.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, mentre nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate con la forza, secondo l’ONG israeliana B’Tselem.
Nulla lascia intendere che un governo Bennett-Lapid inverta questa rotta. Anzi.
Una democrazia che erode se stessa
Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui il dibattito politico si è spostato così a destra da rendere invisibile qualsiasi voce critica sull’occupazione. L’elettorato israeliano viene chiamato a scegliere tra opzioni che divergono su governance e istituzioni interne, ma convergono sulla questione centrale: la Palestina. Cambia la faccia del potere, non la politica. Israel’s economic situation heading into the election issevere - annota il Times of Israel - eppure il dibattito resta avvitato su sigle, leadership e slogan nazionalisti.
L’opposizione esclude i partiti arabi, rinnega lo Stato palestinese, e poi si presenta all’Europa come alternativa “moderata” a Netanyahu.
Ci sarebbe davvero da ridere per l’evidente ipocrisia, se la questione non fosse terribilmente drammatica e preoccupante, alla luce della deriva di estrema radicalizzazione intrapresa dall’intero Paese, come mai successo fino ad ora. Un’ipocrisia che, va detto, l’Europa, dal canto suo, si affretta puntualmente ad assorbire, dato che su tutto ciò che comporta lo Stato d’Israele e i suoi efferati crimini - al momento sta completamente distruggendo il sud del Libano - non riesce a pronunciare una sola parola, né tantomeno ad emettere sanzioni e reprimende, cosa ancor più grave e preoccupante.
La vera domanda non è quindi se Bennett e Lapid riusciranno a togliere lo scettro a Netanyahu. La vera domanda è: cosa cambierebbe per i palestinesi in caso di successo della nuova lista? La risposta, documenti alla mano, è: nulla.
O quasi nulla. E questo, al netto di tutte le eventuali simpatie che qualcuno potrebbe nutrire per il cambio di faccia, è l’unica cosa che conta.



