La propaganda come metodo di governo
Tra crisi internazionale e caro energia, l’esecutivo risponde con misure temporanee e annunci elettorali. Il segno di una politica senza visione.
Di Karima Moual
C’è un momento preciso in cui la politica smette di governare e inizia a fare propaganda.
Il problema è che, per questo governo, quel momento non è un’eccezione. È la regola. Per quasi tutta questa legislatura targata Meloni l’Italia vive dentro una campagna elettorale permanente, dove ogni scelta viene piegata alla comunicazione e ogni misura sembra pensata più per il consenso immediato che per la tenuta del Paese.
Dentro questo schema si inserisce anche l’ultimo intervento sui carburanti.
Mentre una crisi internazionale sempre più ampia — alimentata anche dalle scelte e dalle strategie degli alleati occidentali, dagli Stati Uniti di Donald Trump all’Israele di Benjamin Netanyahu contro l’Iran — produce effetti diretti sulle economie europee, l’Italia si ritrova ancora una volta senza una visione.
L’aumento dei prezzi dell’energia, delle bollette e dei carburanti non è un incidente. È la conseguenza di un equilibrio globale fragile, che si sta incrinando sotto i colpi di una nuova stagione di conflitti.
Eppure, di fronte a tutto questo, la risposta è sempre la stessa: un annuncio.
Il taglio delle accise - 2,5 centesimi al litro per venti giorni - non è una politica economica.
È una misura temporanea, calibrata nei tempi più sul calendario politico che sulle esigenze reali del Paese.
Non si tratta solo di insufficienza. Si tratta di un metodo. Un metodo che confonde l’urgenza con la comunicazione, la complessità con lo slogan, la strategia con la gestione dell’immediato.
In un contesto globale che richiederebbe scelte strutturali sull’energia, sugli approvvigionamenti e sulla collocazione internazionale dell’Italia, la risposta resta una misura a scadenza. Come se la crisi avesse una data di fine. Come se bastasse attraversare un referendum per archiviare il problema. Ma la realtà è un’altra.
La realtà è che l’Italia continua a pagare il prezzo delle tensioni geopolitiche senza dotarsi degli strumenti per affrontarle. E mentre il governo rivendica la propria linea, resta irrisolto il nodo centrale: quale strategia per un Paese esposto, dipendente, e oggi più che mai vulnerabile?
In assenza di questa risposta, ogni intervento rischia di essere ciò che appare: una parentesi. O peggio, una distrazione.

