La sporca dozzina di Vannacci istituzionalizza il razzismo alla Camera
Di Karima Moual
Il razzismo istituzionalizzato è sbarcato alla Camera dei deputati.
L’onda di Vannacci è arrivata fin dentro il Parlamento e ormai non usa più nemmeno il linguaggio delle allusioni.
Lo avete sentito il soldatino di pezza del generale Vannacci, Rossano Sasso, vero?
Adesso ascoltatemi molto bene.
Questi signori hanno un progetto politico molto preciso. E purtroppo anche molto antico.
Non vogliono risolvere i problemi degli italiani. Non vogliono combattere la povertà. Non vogliono costruire un welfare più giusto.
Fanno quello che da sempre fanno i politici più vigliacchi: cercano un colpevole.
Provano a scatenare una guerra tra i poveri.
Individuano un’altra categoria di persone, anch’esse colpite dalla povertà e dalla precarietà che stanno attraversando il nostro Paese, e le trasformano in un bersaglio.
Gli immigrati. I cittadini regolari.
I cittadini italiani figli dell’immigrazione.
Persone che, esattamente come tanti italiani, fanno i conti con stipendi insufficienti, con lavori precari e con la difficoltà di costruirsi una vita dignitosa.
Ieri alla Camera si stava discutendo di edilizia popolare e del diritto alla casa.
E l’occasione è sembrata troppo ghiotta per esibire senza alcun pudore il proprio razzismo.
E così, invece di discutere di come affrontare questa emergenza reale, si è deciso di individuare dei nomi. Mohamed. Omar. Abdul.
Nomi non scelti a caso.
Nomi che evocano una precisa appartenenza religiosa e culturale. Nomi di persone musulmane.
Accusate, di fatto, di sottrarre le case agli italiani, in nome dell’ennesimo slogan: «Prima gli italiani».
Ecco il salto che è avvenuto ieri. Perfino la povertà viene etnicizzata. Non conta più il bisogno. Non conta la fragilità. Non conta la giustizia sociale. Conta il nome che porti. Conta la tua origine. Conta la tua religione.
Secondo questa ideologia, ci sono nomi che meritano protezione e nomi che meritano esclusione.
E questo ha un nome preciso: razzismo.
Perché le persone di origine straniera, nella loro visione del Paese, non sono cittadini, non sono persone, non sono parte della comunità nazionale.
Sono uno scarto. Sono una presenza tollerata finché lavorano in silenzio.
Finché occupano i gradini più bassi della società.
Ma se cadono nella povertà, se perdono il lavoro, se hanno bisogno della protezione dello Stato, allora diventano improvvisamente un problema.
Ecco come immaginano di risollevare il Paese.
Attraverso l’esclusione etnica.
E ieri lo hanno fatto nel luogo più alto della nostra democrazia.
Li hanno chiamati per nome e li hanno indicati nella pubblica piazza del Parlamento italiano.
E mentre ascoltavo Rossano Sasso non potevo non pensare alle nostre periferie.
Alle case popolari fatiscenti. Ai quartieri abbandonati. Ai luoghi dove gli ultimi vivono insieme. Tutti.
Italiani, nuovi italiani, cittadini di origine straniera.
Persone lasciate per anni nel degrado e poi usate come carburante per una propaganda vecchia, xenofoba e pericolosa.
Una propaganda che la storia ci ha già insegnato a riconoscere.
Perché non ha mai risolto nessun problema. Ha soltanto prodotto più rabbia, più divisione, più violenza e altra povertà. Ha sempre messo gli ultimi contro gli ultimi.
E mentre il soldatino di pezza Sasso sbraita quel «prima gli italiani», io chiudo gli occhi.
E vedo il volto di un ragazzo che si chiama Mohamed. Omar. Abdul. Nato insieme a Maria e Giuseppe.
Magari nello stesso reparto di maternità.
E immagino tutti loro ascoltare insieme quel discorso. È uno sfregio violentissimo. Un veleno che si insinua tra loro. Perché il razzismo funziona così. Prima divide i nomi. Poi divide le persone. Poi divide la società.
Ma non vincerete.
Perché l’Italia migliore, quella davvero futura, quella fatta anche di nuovi italiani, sta crescendo ogni giorno, nonostante le difficoltà.
E non sarà mai rappresentata da una « sporca dozzina » che ha deciso di trasformare il Parlamento della Repubblica in una tribuna del razzismo.
Perché l’Italia non è una questione di nomi. E non appartiene a chi semina odio.
Appartiene a chi, ogni giorno, continua ostinatamente a costruire una comunità più giusta, più libera e più umana.



