Di Elham Makdoum
Le origini e le ragioni profonde della crisi di Ceuta dell’estate 2026 restano un mistero che verrà sciolto soltanto con tempo. Ognuno ha le sue versioni. Ognuno ha le sue motivazioni per credere oppure no alle motivazioni dell’altro.
Non saranno né il casus belli né la ratio della crisi migratoria gli oggetti di discussione di questa disamina. Questa disamina vuole affrontare un altro tema: il ruolo giocato da partiti politici, influencer, pensatori e attivisti della destra di nuova generazione nella diffusione di disinformazione e nell’incitamento alla xenofobia nel corso della due giorni di caos.
Mentre Pedro Sánchez affrontava la crisi di Ceuta, uno sciame approfittava degli sviluppi per gettare discredito sull’esecutivo spagnolo – giudicandolo reo di politiche migratorie troppo morbide –, per diffondere bufale circa l’esplosione di una guerra razziale nella città spagnola, per alimentare xenofobia, in particolare arabofobia e islamofobia.
Pubblicazioni uscite quasi in simultanea, accomunate da formule, immagini e argomenti sorprendentemente simili. Tutte, in misura variabile, sottintendevano con fare derisivo che Sánchez avrebbe dovuto accogliere per coerenza: erano arabi come quei palestinesi che tanto ha sostenuto durante la guerra a Gaza, che è bene ricordare è tutt’altro che finita. Tutte, in ugual modo, caratterizzate da un registro semantico deumanizzante ed esasperante: «orda di marocchini», «invasione di uomini in età da servizio militare», «parassiti».
Senza contare la disinformazione che avrebbe voluto cancellare la presenza di donne, bambini e anziani tra quella marea umana, diffondendo accuratamente soprattutto video ritraenti adolescenti e adulti di sesso maschile, meglio se muscolosi.
Analizzando il registro semantico utilizzato da questi profili, dal piccolo influencer al politico di destra, si intravede una convergenza narrativa: i parolieri della destra ultraradicale sanno bene quanto sia importante l’uso di determinate parole per trasmettere un messaggio che, prima ancora di essere letto con gli occhi, viene letto dalla pancia. In questo senso, non vi è alcuna casualità nell’utilizzo ossessivo della formula «giovani maschi in età da servizio militare», poiché questa sottintende un messaggio assai chiaro: «in arrivo l’esercito dell’Islam, armato di muscoli e Corano per compiere il piano di invasione dell’Europa». Nulla di nuovo sotto il sole, sia per quanto riguarda le tecniche che per quanto riguarda le reazioni.
Come se fosse esistita una cabina di regia, per due giorni, esponenti politici, partiti della destra estrema di nuova generazione – dall’Italia all’Argentina –, influencer, giornalisti e attivisti del mondo MAGA e dei suoi capitoli internazionali hanno inondato la rete di contenuti di quello che potrebbe essere definito «odio ingegnerizzato». Non abbiamo elementi sufficienti per sostenere l’esistenza di un coordinamento centrale; ciò che gli stessi post documentano è però una convergenza impressionante di linguaggio, immagini e cornici interpretative.
Un mix di disinformazione, distorsione della realtà e gestione della narrazione capace di radicalizzare attraverso la paura e, in esteso, portare acqua al mulino dell’Internazionale di destra.
Uno degli esempi più espliciti è quello dell’attivista americana Laura Loomer, che davanti alle immagini provenienti dalla Spagna interpreta apertamente la crisi in chiave accelerazionista: un evento negativo per la società ma utile, nella sua lettura, a far crescere l’ostilità pubblica nei confronti dell’Islam e quindi il consenso intorno a determinate posizioni politiche.
Curiosamente, a questa operazione di odio ingegnerizzato hanno partecipato anche figure scollegate, almeno in apparenza, al mondo della politica, ovvero imprenditori, canali e divulgatori dell’ambiente tecnologico. Non è una coincidenza.
L’industria tech ha giocato un ruolo fondamentale nella nuova stagione politica di Donald Trump. L’accelerazionismo è diventato una delle chiavi attraverso cui studiosi e analisti interpretano una parte della nuova tecno-destra: un universo che guarda alla crisi e alla decadenza non necessariamente come a processi da arrestare, ma, nelle sue declinazioni più radicali, come passaggi capaci di produrre un nuovo ordine.
È un’ideologia che riflette bene lo zeitgeist dell’America contemporanea. L’accelerazionismo è penetrato anche nell’immaginario culturale e cinematografico: «The Purge», «Civil War», «Il Pianeta delle scimmie». Il terrorismo politico, la guerra civile, il controllo della popolazione, la fine della democrazia, la tecno-apocalisse e il tribalismo sono temi ricorrenti di un genere cinematografico che sembra riflettere le paure di una società ossessionata dal proprio possibile collasso.
Solo che questa non è Gotham City, è la realtà.
Ma che cos’è l’accelerazionismo?
Non si tratta di una dottrina unica e compatta. Nella sua declinazione politica più radicale, l’idea di fondo è che la crisi dell’ordine esistente possa essere accelerata per favorirne il superamento. È una corrente che ha trovato punti di contatto con alcuni ambienti della nuova destra tecnologica e con quel mondo di miliardari e imprenditori della Silicon Valley – compresi esponenti della cosiddetta PayPal Mafia – che negli ultimi anni ha assunto un peso politico crescente.
In questo universo si inserisce anche il dibattito sul cosiddetto TESCREAL, acronimo di Transhumanism, Extropianism, Singularitarianism, Cosmism, Rationalism, Effective Altruism, Longtermism. Il termine è stato elaborato da Timnit Gebru ed Émile P. Torres per descrivere un insieme di correnti che i due studiosi considerano «interconnesse e sovrapposte» e influenti in determinati ambienti dell’intelligenza artificiale e della cultura tecnologica.
Nel «tescrealismo» troviamo un mix di correnti, dal transumanesimo al lungotermismo, dove il desiderio di trascendere i limiti biologici si unisce alla centralità attribuita alle generazioni future e all’eventuale sviluppo di una futura super-intelligenza. Nella lettura fortemente critica di Gebru e Torres, dietro la promessa utopica dell’AGI sopravvivono inoltre genealogie e concezioni discriminatorie che rischiano di concentrare ulteriormente il potere nelle mani di una ristretta élite tecnologica.
L’accelerazionismo può diventare così, in alcune delle sue declinazioni, l’arma operativa di una visione che immagina la crisi presente come passaggio verso una nuova fase della civiltà occidentale.
Nel dibattito sul futuro dell’America, gli accelerazionisti radicali riconoscono l’esistenza di una fase di decadenza, ma credono che possa essere seguita da un nuovo rinascimento della civiltà occidentale. È qui che una parte di questo universo incontra l’«Illuminismo oscuro», la corrente neoreazionaria associata alla critica della democrazia liberale e a concezioni elitiste e illiberali della società.
Per questo motivo vogliono «accelerare» l’arrivo della mezzanotte.
Un po’ come Charles Manson che coi suoi omicidi nella California bene sognava di scatenare l’Helter Skelter, ovvero una tremenda guerra razziale tra bianchi e neri, alcune correnti dell’accelerazionismo razziale contemporaneo considerano la violenza e lo scontro con le minoranze strumenti capaci di accelerare il collasso dell’ordine esistente. Non è una caratteristica attribuibile indistintamente a tutto l’accelerazionismo, ma è una componente documentata dell’universo estremista e suprematista bianco che ne ha adottato il linguaggio.
Sarebbe follia, se non fosse che queste idee esistono e che alcuni concetti un tempo relegati alle periferie ideologiche hanno trovato crescente visibilità. Parallelamente, figure incredibilmente influenti della Silicon Valley hanno assunto un peso senza precedenti nella politica americana: da Elon Musk a Peter Thiel, da Palmer Luckey a Marc Andreessen.
Silicon Valley rischia così, secondo i suoi critici, di trasformarsi sempre più in Surveillance Valley.
Mentre l’ICE rappresenta oggi il volto più muscolare della stretta americana sull’immigrazione, Palantir è diventata una delle principali infrastrutture tecnologiche utilizzate dagli apparati statunitensi per integrare e analizzare enormi quantità di dati. Il rapporto tra Palantir e ICE è documentato da anni e riguarda strumenti utilizzati nelle attività investigative e nell’applicazione delle politiche migratorie.
Palantir, un’azienda dal nome che è tutto un programma, è specializzata in raccolta, analisi e trasformazione dei big data. Le sue piattaforme sono utilizzate in ambiti militari, di intelligence, sicurezza e investigazione. Gotham, uno dei suoi prodotti principali, permette di integrare enormi quantità di informazioni e individuare relazioni, soggetti e schemi all’interno dei dati.
Tecnologie di questo tipo hanno alimentato anche il dibattito sulla predictive policing: la possibilità di utilizzare dati e modelli per anticipare luoghi, circostanze o soggetti associati a un rischio criminale. Non siamo letteralmente al «precrimine» di Minority Report, con persone arrestate mentre dormono per un reato non ancora commesso. Ma proprio il confine tra previsione, sorveglianza e libertà individuale rappresenta uno dei problemi politici aperti dall’espansione di queste tecnologie.
Attorno a Palantir e soprattutto alla figura del suo cofondatore Peter Thiel si muove inoltre un universo culturale in cui tecnologia, futuro della democrazia, crisi della civiltà e persino Apocalisse e venuta dell’Anticristo si intrecciano.
Quest’ultimo elemento non appartiene alla caricatura dei suoi avversari. Thiel ha dedicato incontri e conferenze proprio alla figura dell’Anticristo, interrogandosi sul rapporto tra tecnologia, potere globale e grandi minacce esistenziali.
Ossessioni e interrogativi che riecheggiano anche attorno a Dialog, la rete privata co-fondata dallo stesso Peter Thiel.
Dialog è un club esclusivo, paragonato a una sorta di Bilderberg della tecnologia, dove si discute – nella discrezione di incontri off the record – di tecnologia, politica, intelligenza artificiale, longevità, sicurezza e conflitti.
Un’inchiesta di Wired pubblicata nel giugno 2026, basata su documenti interni rimasti esposti online, ha permesso per la prima volta di osservare con maggiore precisione questo mondo. Per il retreat 2026 risultavano registrate 222 persone: esponenti dell’amministrazione Trump, senatori, figure della Silicon Valley e della PayPal Mafia, dirigenti di aziende tecnologiche e della sorveglianza, oltre ad alti vertici militari e della sicurezza. Tra le sessioni previste figuravano titoli come Navigating WWIII, Battlefield Technologies e Bring Back Nuclear.
Il dettaglio è tutt’altro che irrilevante: mostra un luogo di incontro riservato nel quale tecnologia, politica, finanza e apparati militari entrano materialmente in contatto. Non abbiamo elementi per affermare che sia qui che «vengono decise» strategie di lobbying o un’agenda politica comune. Dialog stesso si presenta come un’organizzazione non partitica. Ma è difficile ignorare la densità di potere concentrata intorno allo stesso tavolo.
È in questo contesto più ampio che l’accelerazionismo smette di apparire soltanto come speculazione ideologica e incontra un mondo nel quale tecnologia e potere politico sono sempre più intrecciati.
Anche X è diventato uno dei terreni decisivi di questo rapporto. Uno studio pubblicato su Nature nel febbraio 2026, basato su un esperimento condotto su utenti americani della piattaforma, ha rilevato che il feed algoritmico promuoveva maggiormente contenuti conservatori rispetto a quello cronologico e che sette settimane di esposizione al feed algoritmico avevano spostato alcune opinioni politiche degli utenti in direzione più conservatrice. Lo studio non dimostra che Musk utilizzi personalmente l’algoritmo per produrre uno «scontro di civiltà», ma documenta qualcosa di altrettanto importante: l’architettura algoritmica della piattaforma può incidere sull’informazione che raggiunge gli utenti e persino sui loro orientamenti.
L’Europa? Pensa di essere esente dalla deriva tecno-politica che sta trasformando l’America. Solo che non lo è.
Flussi di idee, modelli organizzativi, strategie comunicative e capitali attraversano l’Atlantico, contribuendo alla costruzione di un ecosistema internazionale della nuova destra. Per sostenere che specifici think tank, partiti, divulgatori o influencer europei siano finanziati direttamente da determinati soggetti americani occorre però ricostruire caso per caso i flussi economici. Il fenomeno dell’internazionalizzazione politica e culturale è evidente; la sua infrastruttura finanziaria richiede invece prove puntuali.
Ed è proprio la National Security Strategy dell’amministrazione Trump a mostrare quanto alcune categorie un tempo considerate periferiche siano ormai entrate nel linguaggio ufficiale della politica americana.
Nel documento strategico degli Stati Uniti si parla esplicitamente, a proposito dell’Europa, del rischio di una «civilizational erasure», una cancellazione della civiltà. Tra i problemi del continente vengono indicate le politiche migratorie che starebbero trasformando l’Europa e producendo conflitto, il crollo della natalità, la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessa.
La crisi di Ceuta diventa allora la dimostrazione plastica di come questo nuovo immaginario occidentale possa applicarsi a una crisi reale. Non prova che l’accelerazionismo abbia organizzato o diretto ciò che è accaduto alla frontiera. Mostra però quanto rapidamente quell’evento sia stato assorbito da una grammatica politica transnazionale che ambisce a riunire le due sponde dell’Atlantico intorno a un’idea di Occidente minacciato.
Non facendo leva soltanto su comuni valori – come la democrazia, il liberalismo o lo stato di diritto – ma sempre più spesso sull’individuazione di nemici comuni: lo straniero, il musulmano, il non bianco.
Il tutto con l’aiuto di ogni forza sul mercato, da insospettabili pagine che si occupano di degrado urbano agli emulatori seriali nostrani, i «Wanna-Be-Elon» del mondo della tecnologia e delle criptovalute.
Ceuta mostra così qualcosa di forse ancora più inquietante dell’esistenza di una cabina di regia: la cabina di regia potrebbe non essere necessaria.
Quando davanti allo stesso evento soggetti lontanissimi geograficamente producono quasi istantaneamente le stesse parole – invasione, Islam, uomini in età militare, guerra, civiltà – significa che esiste già un linguaggio condiviso attraverso il quale interpretare la realtà.
È lì che l’«odio ingegnerizzato» diventa più di uno slogan.
Diventa un metodo.







