La tregua instabile e l'instabilità di Trump
Sebbene sia stata già violata, è arrivata una tregua di venti giorni tra Usa ed Iran. Una vittoria diplomatica per Teheran, una disastro strategico soprattutto per Tel aviv. Ma quanto durerà?
di Lorenzo Forlani
Non si fa in tempo a registrare dei progressi che la realtà sul campo li fagocita. Questa mattina, a poche ore dalla notizia del cessate il fuoco tra Usa e Iran, una raffineria iraniana sull’isola di Lavan è stata bombardata, e secondo i primi resoconti si tratterebbe di uno strike realizzato dagli Emirati Arabi Uniti.
Ad ogni modo, superati per il momento i rischi della “cancellazione della civiltà iraniana” paventati dal presidente americano Donald Trump poche ore prima di cambiare idea, è arrivata appunto l’ufficialità di una tregua di due settimane tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan (e probabilmente della Cina).
Israele, il grande scontento
Non si tratta di un accordo, che è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, ma di una pausa, una interruzione delle ostilità tra attori che mantengono le loro capacità belliche, i loro dispiegamenti e, nel caso di Israele, anche la volontà di non rispettare il cessate il fuoco, se è vero che Tel aviv in mattinata, dopo l’annuncio della tregua, ha bombardato nuovamente (circa cento strikes in dieci minuti, secondo l’Orient le Jour) la città libanese di Tiro, la valle della Beqaa ed i quartieri meridionali di Beirut, che negli ultimi due anni ha più volte - in Iran come in Libano e a Gaza - siglato una tregua che poi ha infranto in modo deliberato, e che ha già fatto sapere, appunto, di rifiutare l’estensione della suddetta tregua alle sue operazioni militari nel sud del Libano.
Proprio da Israele - che ricordiamolo, solo ieri mattina ha bombardato con gli Usa una sinagoga Rafi-Nia a Teheran, distruggendola, un fatto cui si è a malapena fatto cenno sui media italiani - arrivano i commenti più stizziti. E non da Netanyahu - che non immaginiamo in ogni caso raggiante - ma dal leader dell’opposizione Yair Lapid.
“Non abbiamo mai assistito nella nostra storia ad un disastro politico di questo tipo. Israele non era nemmeno presente al tavolo negoziale quando sono state prese decisioni che riguardano l’essenza della nostra sicurezza nazionale (..). Netanyahu ha fallito politicamente, strategicamente, e non è riuscito a raggiungere alcun obiettivo prefissato. Ci vorranno anni per porre rimedio ai danni che Netanyahu ha provocato a causa della sua arroganza, negligenza e mancanza di visione strategica”.
Le premesse e i dettagli della tregua
La tregua siglata, viste le premesse, appare come una sostanziale vittoria diplomatica per l’Iran, il cui obiettivo era anzitutto resistere all’aggressione ed il cui ministro degli Esteri, Seyyed Abbas Aragchi, ha pubblicato una nota nella quale afferma la disponibilità iraniana a “cessare le operazioni difensive a condizione che si fermino gli attacchi”, salutando con favore la “accettazione da parte di Trump della struttura generale delle nostre dieci proposte come base negoziale”, e annunciando la “riapertura sicura dello Stretto di Hormuz, in coordinamento con le nostre Forze armate con le opportune considerazioni sulle limitazioni di carattere tecnico”.
Poco prima, era stato appunto lo stesso Trump a commentare il cessate il fuoco, mantenendosi al solito sopra le righe. “Abbiamo siglato questa tregua di due settimane perché abbiamo raggiunto ed ecceduto i nostri obiettivi militari, e siamo a buon punto per il raggiungimento di una pace con l’Iran e in tutto il medioriente”, si legge nella dichiarazione del Potus, che conclude citando i dieci punti proposti dall’Iran come base su cui lavorare.
Le dieci richieste dell’Iran, tuttavia, hanno tecnicamente rimpiazzato i precedenti quindici punti recapitati da Washington circa dieci giorni fa a Teheran, che rigettandoli si era a quel punto detto pronto a fronteggiare un’operazione via terra. Come paese aggredito l’Iran ha poi finito, col blocco dello Stretto di Hormuz, per utilizzare in modo tempestivo l’unica vera leva che aveva a disposizione, vista anche l’inferiorità militare convenzionale.
Sembra aver funzionato, visti i platealmente falliti obiettivi massimalisti - il regime change - annunciati da Washington e Tel aviv prima della guerra (quando lo stesso Mossad, forse certo di un imminente crollo del regime, arrivò persino ad ammettere candidamente di avere “centinaia di agenti sul campo in Iran”), e vista la (sostanzialmente inutile) potenza di fuoco messa in campo - a caro prezzo, visti i rispettivi costi bellici - dal duo israelo-americano.
I quindici punti degli Usa, a questo punto cestinati, erano:
- Stop al sostegno ad Hamas, milizie irachene, Houthi ed Hezbollah
- Assistenza americana nello sviluppo di un programma nucleare civile, con ispezioni intrusive e senza limiti
- Rimozione della minaccia della reimposizione di sanzioni
- Congelamento del programma nucleare iraniano
- Limitazione e supervisione dell’arricchimento dell’uranio
- Programma missilistico da discutere in un secondo momento ma soggetto a limitazione quantitativa (numero di missili) e qualitativa (range)
- Utilizzo esclusivamente civile del programma nucleare
- Interruzione nello sviluppo delle esistenti capacità nucleari
- Divieto di produzione di materiale nucleare compatibile con sistemi d’arma su suolo iraniano
- Uranio arricchito iraniano da consegnare all’AIEA entro dei tempi prestabiliti
- Chiusura o non ripristino delle centrali di Natanz, Isfahan e Fordow
- Rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio e verifica
- Implementazione graduale vincolata alla compliance iraniana
- Valutazioni aggiuntive delle parti sulla sicurezza regionale
I dieci punti dell’Iran, adottati in principio dalle parti, sono:
- Garanzie che l’Iran non venga più attaccato
- Fine della guerra, non solo cessate il fuoco
- Fine dei bombardamenti israeliani in Libano
- Rimozione di tutte le sanzioni all’Iran
- Fine delle ostilità con tutti gli alleati regionali dell’Iran
- Riapertura dello Stretto di Hormuz
- Imposizione di un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto
- Spartizione di questo pedaggio con l’Oman
- L’Iran stabilirà le regole per il passaggio sicuro delle navi nello Stretto
- L’Iran utilizzerà i proventi del pedaggio come fondi per la ricostruzione (in sostituzione delle riparazioni di guerra inizialmente richieste)
Come si può vedere, si tratta di cambiamenti rilevanti, che rischiano - sulla carta, perché gli attori in campo ci hanno abituati a stravolgimenti - di spostare il baricentro geopolitico regionale.
Un aspetto balza subito all’occhio: la consapevolezza iraniana sulla indisponibilità americana e israeliana a risarcire Teheran per i danni procurati si potrebbe tradurre in una esternalizzazione de facto di quei costi sul mondo intero, le cui navi prima di questa guerra non pagavano alcun pedaggio, e che ora si ritrova a sostenere delle spese che potevano essere evitate: non aggredendo l’Iran, oppure pagando all’Iran delle riparazioni.
Ci sono da registrare anche una serie di mutue, nonché momentanee, rinunce: l’Iran, rispetto alle condizioni per la fine della guerra poste alcuni giorni fa, sembra aver rinunciato a pretendere il “ritiro delle truppe americane dalla regione” (o meglio, dai paesi del Golfo); gli Stati Uniti, invece, sembrano aver rinunciato per il momento sia al programma missilistico iraniano - uno dei suoi pilastri di deterrenza - che a chiedere, all’interno di questa prima base negoziale, delle garanzie specifiche sul nucleare.
Se il primo aspetto appare comprensibile, in virtù del suo massimalismo nei confronti della prima potenza mondiale, così come in parte il secondo (l’Iran è irremovibile sui missili), il terzo appare surreale: Trump è il presidente che aveva deliberatamente abbandonato l’accordo sul nucleare del 2015, in base a cui l’Iran limitava esplicitamente l’arricchimento dell’uranio e forniva chiare garanzie - in aggiunta alla fatwa contro le armi atomiche di Khamenei, poi assassinato - sui fini civili del suo programma. Undici anni dopo quel faticoso accordo, l’Iran torna a non avere al momento alcuna limitazione al suo programma nucleare, al netto della distruzione di una parte dei suoi impianti da parte degli Usa e di Israele, e può imporre un pedaggio su Hormuz che prima non imponeva.
La disfatta statunitense
Secondo Andreas Krieg del King’s College di Londra, siamo di fronte alla peggiore disfatta strategica americana dai tempi del Vietnam, e alla peggiore in assoluto per Israele, che contava sull’allineamento senza precedenti tra Trump e Netanyahu, e si ritrova invece a dover subire questa “intesa” siglata proprio dal presidente americano a cui è stato addirittura intitolato un insediamento coloniale nella West bank: tutto questo nell’anno in cui il pubblico americano, secondo sondaggi Gallup, per la prima volta è più orientato a favore dei palestinesi che non di Tel aviv.
Secondo Krieg, se questo cessate il fuoco si tradurrà in un accordo, l’Iran potrà tra le altre cose ricostruire le proprie capacità belliche (e magari quelle dei suoi alleati) entro un anno - anche considerando la rimozione delle sanzioni e, appunto, i proventi dei pedaggi su Hormuz -, al netto del fatto che gli Stati Uniti e Israele hanno comunque un notevole controllo dei suoi cieli; approfitterà verosimilmente anche per rafforzare i meccanismi di repressione interna, mantenendo dei tratti militaristi tipici di un Paese che teme un rinnovo delle operazioni delle agenzie intelligence straniere; le nuove classi dirigenti, le nuove generazioni di Pasdaran, saranno verosimilmente meno messianiche ma anche meno pragmatiche, e forse più bellicose, avendo vissuto questo “battesimo di fuoco” sotto forma di reiterata aggressione israelo-americana (ricordiamolo: mentre erano in corso dei negoziati); forti della lezione imparata, e non costretti da esplicite limitazioni, le classi dirigenti iraniane potrebbero definitivamente seppellire la fatwa di Khamenei insieme al suo autore, e perseguire un ordigno atomico in ottica di deterrenza, magari con l’aiuto estero, ed occultando il processo; aggiungerà la facoltà di interrompere il commercio mondiale alle sue capacità asimmetriche di risposta agli attacchi subiti.
Il quadro giuridico sullo Stretto di Hormuz
E’ forse utile, a questo proposito, fare luce sul quadro giuridico che regolava lo Stretto di Hormuz, ed in base a cui l’Iran ha scelto di attivare la sua nuova leva. Come noto, il diritto di passaggio per lo Stretto di Hormuz è regolato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare (Unclos), che introdusse il libero “passaggio di transito” come un nuovo strumento giuridico in mari privi di fatto di “acque internazionali” (nello Stretto di Hormuz le acque territoriali iraniane ed omanite si sovrappongono), concedendo diritti estensivi (come il sorvolo e la navigazione subacquea) anche a mezzi militari stranieri.
Come ricorda l’esperto di Diritto internazionale, Reza Nasri, tuttavia, l’Iran non ha mai ratificato la Unclos (così come gli stessi Stati Uniti, che tuttavia ne invocano a piacimento le disposizioni) , premurandosi nei tempi e nei modi opportuni - cioè al momento della firma - di esprimere le proprie riserve sul citato strumento in essa contenuto, che permetteva appunto il transito di mezzi militari potenzialmente ostili davanti alle proprie coste. E nessuno Stato, secondo la Convenzione di Vienna del 1969 sul Diritto dei Trattati, può essere vincolato dalle disposizioni di un trattato che non ha ratificato.
Questa posizione, spiega Nasri, è ulteriormente rafforzata dalla dottrina dell’Obiettore persistente, secondo cui uno Stato che si oppone in modo costante e chiaro - manifestandolo chiaramente agli altri Stati - alla formazione di una nuova norma di diritto consuetudinario durante la sua fase di elaborazione, non è vincolato ad essa una volta che questa norma si è consolidata. In aggiunta a questa premessa, e in assenza di un regime di transito universalmente vincolante, la legge applicabile si deve basare sui precedenti trattati e principi consuetudinari, in particolare la Convenzione di Ginevra del 1958 sulle acque territoriali e zone contigue. In questo senso, il diritto di passaggio attraverso acque territoriali - come è il caso nello Stretto di Hormuz, appunto - non è mai illimitato in sè stesso ma condizionato al “passaggio inoffensivo”, che esclude operazioni militari ma anche attività potenzialmente ostili, come la raccolta di informazioni.
Lo Stretto di Hormuz, poi, ha una conformazione geografica che finisce per rafforzare la posizione giuridica iraniana, perché i canali navigabili si trovano interamente all’interno delle acque territoriali sovrapposte di Iran ed Oman, e sono spazi marittimi soggetti alla sovranità costiera, pur limitati dai diritti di navigazione. E’ proprio questa sovranità a lasciare agli stati costieri il diritto di adottare misure atte a salvaguardare la propria sicurezza nazionale. Il regime del “passaggio inoffensivo” è inoltre più restrittivo di quello di transito, attribuendo la facoltà di adottare misure per garantirlo, motivo per cui quella iraniana è una posizione giuridica discutibile ma legittima, ancorata al diritto vigente.
C’è poi un aspetto contingente, legato al contesto attuale appunto, e al diritto bellico. A seguito dell’utilizzo illegittimo della forza nei suoi confronti, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto non solo di invocare il suo diritto all’autodifesa ma anche di connettere la qualificazione giuridica del passaggio marittimo alla realtà fattuale, ed in questo caso alla guerra subita. Ovviamente, navi o aerei associati a Stati belligeranti - o che agevolano le operazioni militari - non possono rivendicare diritti di navigazione protetti, e nel frattempo contribuire direttamente o indirettamente ad una aggressione militare. Non esiste, nel diritto internazionale, una norma che imponga ad uno Stato di permettere la navigazione delle sue acque territoriali per commettere atti ostili. Vale semmai il contrario, e cioè che il diritto all’autodifesa permette l’adozione di misure proporzionate per prevenire atti ostili. Subordinare, quindi, il passaggio alla “neutralità”, alla non ostilità, non solo è lecito ma anche necessario alla salvaguardia di tale diritto.
La precarietà del cessate il fuoco
Non c’è, in ogni caso, da star sereni. Il recente passato - nonché le violazioni del cessate il fuoco avvenute poche ore dopo la sua firma, così come quelle israeliane in Libano - ha dimostrato che con l’attuale amministrazione americana, le intese, gli accordi, le convergenze di massima possono facilmente tramutarsi in carta straccia. Le conseguenze di una tale eventualità sono anche legate ad una questione di percezioni, che rischiano di polarizzare il quadro: gli Stati uniti si confrontano con l’Iran come soggetto unico ed autonomo, e a partire da queste premesse, eventualmente, valutano come e se mantenere la parola data; l’Iran, invece, sul piano delle relazioni internazionali - a maggior ragione col duo Trump-Netanyahu - considera Israele e gli Stati Uniti di fatto come un unico soggetto. Ciò significa che una qualunque violazione israeliana può riportare, agli occhi di Teheran, la questione al punto di partenza: Teheran risponderebbe, e gli Stati Uniti riterrebbero quella risposta una violazione.
Queste due settimane di tregua, ammesso che reggano, possono tuttavia servire agli Stati Uniti sia per ricaricare gli arsenali - e forse anche gli intercettori israeliani, sempre più carenti - e per provare a ristabilizzare il mercato energetico. Secondo alcuni analisti iraniani - soprattutto quelli vicini alle opposizioni all’estero e al figlio dello Shah - l’Iran avrebbe inoltre accettato questa tregua perché messo alle strette dalle esplicite minacce americane sulla distruzione infrastrutturale (cioè dei crimini di guerra): una versione che non convince molto, data la distruzione tollerata dalla Repubblica islamica per oltre un mese, ma che tuttavia ha permesso ad alcuni di fare dei paralleli con la risoluzione 598 del 1988, quella sul cessate il fuoco con l’Iraq che un esausto Iran accettò - isolato dalla comunità internazionale -, bevendo “il calice di veleno” (nelle parole di Khomeini), nonostante essa non riconoscesse l’esplicito ruolo di aggressore a Saddam Hussein.
I rischi per Teheran
Ci sono inoltre da considerare alcuni aspetti sulla questione energetica nel Golfo Persico, ed in generale sulle relazioni tra Iran e Paesi del Golfo. E’ vero che l’Iran otterrà un successo se davvero riuscirà ad imporre un pedaggio alle navi che passano dallo Stretto di Hormuz, e ancor più se questo pedaggio verrà pagato in valute diverse dal dollaro (come lo Yuan, ma anche mediante criptovalute).
E’ altresì vero, tuttavia, che sebbene risulti chiaro come questo eventuale nuovo assetto sul passaggio a pagamento delle navi sia conseguenza dell’avventurismo americano e della sua indisponibilità a pagare delle riparazioni, nel medio e lungo termine una serie di paesi, soprattutto asiatici ed africani, che non sono mai stati ostili all’Iran, potrebbero anche iniziare a mostrare insofferenza per dei costi che non troverebbero giusto sostenere.
Mutatis mutandis, sul versante del Consiglio di Cooperazione del Golfo, sebbene fosse chiaro alle monarchie arabe che avrebbero subito risposte iraniane sul loro territorio nel caso avessero fornito appoggio alla coalizione israelo-americana, un mese di bombardamenti da parte di Teheran sulle loro infrastrutture energetiche potrebbe aver inasprito in modo considerevole le relazioni con Teheran, ed in parte potrebbe esserne la prova il recente strike emiratino sulla raffineria iraniana di Lavan.
E’ difficile pensare che - finchè le sanzioni rimarranno in piedi - Teheran possa aggirarle anche attraverso Dubai, come fatto in parte in passato, o che i rapporti tra Teheran e Doha tornino quelli di qualche anno fa. Così come è vero che l’Iran rimane altamente isolato nella regione. Sempre in presenza del rischio di venire attaccata di nuovo.



