Da Mamdani a El-Sayed, nuove figure musulmane conquistano responsabilità politiche negli Stati Uniti mentre i democratici riconquistano il Congresso. Una storia che parla di islamofobia, Palestina, giovani e disinformazione. E che interroga anche l’Italia, dove l’Islam continua a essere al centro di campagne politiche costruite attorno alla paura.
di Karima Moual
Donald Trump lo aveva chiamato jihadista. Non un avversario politico, non un candidato con idee discutibili, non un progressista troppo radicale. Un jihadista. Una parola pesante, soprattutto negli Stati Uniti, dove dopo l’11 settembre è bastato essere musulmani, portare un nome arabo o avere un’origine mediorientale per ritrovarsi addosso il sospetto di rappresentare una minaccia.
Eppure Abdul El-Sayed, il presunto jihadista secondo il presidente degli Stati Uniti, ha appena vinto le elezioni in Michigan e diventerà il primo musulmano nella storia americana a sedere al Senato.
E sapete qual è la cosa più interessante? Che gli americani non hanno eletto un jihadista, naturalmente. Hanno eletto un medico, un epidemiologo, un uomo di 42 anni che ha diretto strutture della sanità pubblica e che parla di cure accessibili, salari, affitti, disuguaglianze e del peso delle grandi imprese sulla politica.
Insomma, un candidato che ha parlato agli elettori dei loro problemi. Problemi assai meno esotici della sharia e decisamente più concreti delle fantasie sull’islamizzazione dell’America.
Peccato per Trump, che aveva provato a trasformare la fede musulmana di El-Sayed in una minaccia per la sicurezza nazionale.
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno consegnato ai democratici, secondo le prime proiezioni, la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. E tra i protagonisti di questa tornata ci sono anche diversi candidati musulmani, alcuni eletti per la prima volta, altri confermati.
Non è la fine dell’islamofobia americana, sia chiaro. Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma è accaduto qualcosa che merita di essere studiato, soprattutto perché riguarda da vicino anche noi italiani: la politica che trasforma un’intera minoranza religiosa in un nemico non è riuscita, in questi casi, a impedire a cittadini musulmani di conquistare la fiducia degli elettori.
Prima Mamdani, poi El-Sayed. Cambia il candidato, non il nemico
D’altra parte, la storia di El-Sayed non nasce dal nulla. Soltanto un anno fa avevamo assistito allo stesso spettacolo, con lo stesso copione e perfino con le stesse parole.
Ricordate Zohran Mamdani?
Il giovane musulmano, figlio di immigrati, che nel novembre 2025 ha conquistato il municipio di New York, diventando il primo sindaco di fede islamica della città simbolo dell’11 settembre.
Anche lui doveva essere un jihadista. Anche lui rappresentava, secondo alcuni esponenti della destra americana, una minaccia alla civiltà occidentale. C’era chi chiedeva addirittura di deportarlo, nonostante fosse cittadino americano. Chi evocava le Torri Gemelle. Chi pubblicava la Statua della Libertà avvolta in un burqa.
Il deputato repubblicano Andy Ogles lo aveva chiamato sprezzantemente «Little Muhammad», chiedendone la deportazione. Nancy Mace aveva evocato l’11 settembre, Marjorie Taylor Greene aveva diffuso un’immagine della Statua della Libertà con il burqa ed Elise Stefanik era arrivata a definirlo un candidato jihadista e comunista.
Non erano commenti anonimi di qualche frequentatore particolarmente agitato dei social. Erano dichiarazioni e iniziative di rappresentanti eletti nelle istituzioni americane.
Intorno a quelle dichiarazioni si era sviluppata una campagna digitale impressionante. Il Center for the Study of Organized Hate ha identificato oltre 35 mila post originali riconducibili a narrazioni islamofobe e xenofobe sulla candidatura di Mamdani, pubblicati da più di 17 mila account su X tra giugno e ottobre 2025.
La macchina della paura lavorava a pieno regime.
La colpa di Mamdani? Essere musulmano, socialista democratico e sostenitore dei diritti dei palestinesi. Tre caratteristiche che, mescolate opportunamente, servivano a confezionare l’immagine del candidato perfetto da demonizzare.
Eppure Mamdani parlava di affitti troppo alti, trasporti pubblici, asili nido, salari e costo della vita. Parlava, insomma, dei problemi quotidiani di milioni di newyorkesi. E ha vinto.
C’è un particolare politicamente significativo: secondo gli exit poll, circa un terzo degli elettori ebrei di New York ha votato per lui. Un dato che racconta una società assai più complessa delle contrapposizioni religiose alimentate durante la campagna elettorale.
Un anno dopo è arrivato El-Sayed. E il repertorio della paura si è ripresentato quasi intatto.
Trump ha evocato il terrorismo e l’11 settembre. Il candidato repubblicano Mike Rogers ha insistito su presunti legami di El-Sayed con la Fratellanza musulmana, accuse respinte dall’interessato e non sostenute da prove pubbliche.
Naturalmente El-Sayed aveva anche posizioni politiche controverse, soprattutto sulla guerra a Gaza, che ha definito un genocidio, e sulla sua opposizione agli aiuti militari americani a Israele. Ha inoltre dovuto rispondere alle critiche per un commento successivo all’attacco contro una sinagoga del Michigan, del quale si è poi scusato.
Sono questioni che possono e devono essere discusse nel merito. Ma criticare una posizione politica è una cosa, trasformarla nella prova di una presunta appartenenza jihadista è un’altra.
È qui che l’identità religiosa diventa un’accusa. Il musulmano non viene più presentato come un avversario con idee diverse, ma come un possibile nemico interno.
Ed è proprio questo meccanismo che dovremmo imparare a riconoscere.
I musulmani americani conquistano spazio nelle istituzioni.
La vittoria di El-Sayed non è un episodio isolato. In New Jersey è stato eletto alla Camera dei rappresentanti Adam Hamawy, chirurgo, veterano dell’esercito americano, già impegnato nelle missioni militari in Iraq e successivamente come medico volontario a Gaza.
Una biografia che sembra costruita apposta per mettere in crisi gli stereotipi: un musulmano che ha servito nell’esercito americano, curato i feriti di guerra e che ora rappresenterà cittadini di ogni appartenenza religiosa.
Hamawy è il primo musulmano eletto al Congresso dal New Jersey. Ha portato in campagna elettorale la sua esperienza di medico, la critica alla guerra di Gaza e l’impegno sul diritto alla salute.
E poi ci sono Ilhan Omar e Rashida Tlaib, figure ormai consolidate della politica federale, che hanno contribuito a rendere la presenza musulmana nelle istituzioni americane una realtà visibile, discussa, spesso contestata, ma non più eccezionale.
Non sono tutte uguali, naturalmente. Non hanno le stesse biografie né le medesime idee politiche.
Ed è questo il punto. Perché il primo errore consiste proprio nel raccontare i musulmani come un blocco uniforme, nel quale ogni individuo dovrebbe rappresentare tutti gli altri.
Esistono musulmani conservatori, progressisti, liberali, socialisti, credenti praticanti e persone che vivono la propria fede esclusivamente nella sfera privata. Esattamente come accade nel resto della società.
La novità non è soltanto che alcuni musulmani siano stati eletti. È che possano presentarsi agli elettori con una propria visione politica, senza dover ridurre tutta la loro esistenza alla questione religiosa.
La generazione che non ha votato come Trump sperava
I primi numeri sul voto giovanile americano sono particolarmente interessanti.
Secondo le rilevazioni preliminari del centro CIRCLE della Tufts University, il 71 per cento degli elettori tra i 18 e i 29 anni ha scelto candidati democratici alla Camera, contro il 25 per cento che ha votato repubblicano. Un vantaggio di 46 punti percentuali, il più ampio registrato nelle serie storiche considerate dal centro di ricerca.
Ma c’è un dettaglio ancora più significativo. L’avanzata democratica tra i giovani non riguarda soltanto gli universitari o le grandi città. Ha coinvolto anche giovani uomini, elettori bianchi e ragazzi senza una laurea, alcuni dei segmenti nei quali Trump aveva trovato consensi importanti nel 2024.
Le prime analisi indicano che il 73 per cento dei giovani laureati ha scelto i democratici, ma anche il 69 per cento di quelli con il solo diploma di scuola superiore.
Numeri che raccontano una realtà più articolata della consueta contrapposizione tra progressisti istruiti e cittadini meno scolarizzati conquistati dalla destra.
Questo non significa che i giovani siano immuni alla propaganda. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Significa però che le loro preoccupazioni non possono essere ridotte alle guerre culturali.
Un ragazzo che non riesce a pagare l’affitto, una laureata che teme di non trovare lavoro, un giovane costretto a indebitarsi per studiare o curarsi possono avere idee differenti sull’immigrazione e sulla religione. Ma condividono problemi materiali che nessuna campagna contro i musulmani è in grado, da sola, di risolvere.
La politica della paura può mobilitare, dividere e orientare il consenso. Ma prima o poi deve fare i conti anche con la vita reale delle persone.
La fabbrica della paura e il nemico perfetto
C’è poi una questione sulla quale credo sia necessario essere chiari: la disinformazione politica non è distribuita uniformemente tra gli schieramenti. E fingere il contrario, in nome di una presunta equidistanza, rischia di produrre un racconto inesatto della realtà.
Uno studio pubblicato su Nature nell’ottobre 2024, analizzando diversi campioni di utenti e piattaforme, ha riscontrato una maggiore diffusione di contenuti informativi di bassa qualità tra gli utenti conservatori e vicini ai repubblicani rispetto a quelli liberali.
Un’altra ricerca, pubblicata su Nature Human Behaviour, ha esaminato oltre 35 milioni di post Facebook tra il 2017 e il 2020. Nel campione di link falsi analizzato, il 76,94 per cento delle condivisioni proveniva da utenti conservatori, contro il 14,25 per cento degli utenti liberali. Una differenza che gli stessi ricercatori collegano anche alla maggiore presenza, nel campione, di link falsi originati da siti conservatori.
Sono risultati riferiti a periodi e contesti precisi, non giudizi generalizzabili a tutti gli elettori. Ma documentano un’asimmetria che sarebbe scorretto ignorare. E il problema, a mio avviso, va persino oltre la notizia falsa.
Perché una parte della propaganda identitaria non ha bisogno di inventare completamente i fatti. Le basta prenderne uno vero, isolarlo dal contesto, ingigantirlo e trasformarlo nella rappresentazione di un’intera categoria di persone.
Basta un musulmano che commette un reato perché sul banco degli imputati finisca l’intero Islam. Se poi un giovane di origine marocchina partecipa a una protesta violenta, la colpa si allarga a tutti i figli degli immigrati. Se un imam esprime posizioni conservatrici, ecco pronta la prova della presunta incompatibilità tra Islam e Occidente. E quando un musulmano decide persino di candidarsi alle elezioni, il sospetto cambia forma: quali fedeltà nasconde? Quali interessi rappresenta davvero? Cambiano gli episodi, cambiano le accuse, ma il bersaglio resta sempre lo stesso. Il comportamento di uno diventa la colpa di tutti, il sospetto prende il posto dei fatti e il pregiudizio si traveste da verità.
È un procedimento semplice, ripetitivo e terribilmente efficace, soprattutto sui social, dove l’indignazione corre più velocemente delle verifiche.
La stessa ricerca su Facebook ha rilevato che circa tre quarti dei link condivisi nel campione non erano stati aperti prima della condivisione.
Si condivide un titolo, una suggestione, un’immagine. Spesso non si legge nemmeno la notizia.
Ed è qui che entra in gioco anche l’analfabetismo funzionale, insieme a un sistema comunicativo che premia la reazione immediata e trasforma un pregiudizio in una convinzione apparentemente confermata dai fatti.
Perché proprio i musulmani?
Perché rappresentano una minoranza sufficientemente visibile da poter essere indicata come una minaccia, ma ancora relativamente poco rappresentata nei luoghi del potere politico e mediatico.
Ed è questa la contraddizione sulla quale si regge una parte della politica della paura.
Il musulmano viene raccontato come onnipresente, potente, capace di influenzare governi e istituzioni. Eppure moltissimi musulmani continuano a incontrare ostacoli nell’accesso al lavoro, alla rappresentanza e al riconoscimento sociale.
Il nemico deve apparire abbastanza forte da spaventare, ma il bersaglio deve essere abbastanza vulnerabile da poter essere colpito.
È una costruzione politica che merita di essere riconosciuta per quello che è, senza confonderla con la critica legittima all’estremismo religioso, che naturalmente esiste e deve essere contrastato.
La Palestina non è affatto scomparsa dalle urne
Sarebbe però un errore raccontare il successo di Mamdani ed El-Sayed senza affrontare il ruolo della questione palestinese.
Nel 2024 una parte importante dell’elettorato araboamericano e musulmano del Michigan aveva preso le distanze dal Partito democratico, contestando il sostegno dell’amministrazione Biden alla guerra israeliana a Gaza.
Alcuni avevano votato Trump, altri candidati alternativi, altri ancora si erano astenuti.
A Dearborn, città simbolo dell’America arabo-musulmana, Trump aveva ottenuto un risultato significativo.
Due anni dopo, una parte di quell’elettorato ha guardato con interesse alla candidatura di El-Sayed, anche per la sua opposizione agli aiuti militari a Israele.
Ma sarebbe riduttivo immaginare che lo abbia fatto esclusivamente per la Palestina.
Un reportage di Reuters realizzato nel Michigan alla vigilia del voto racconta una realtà più articolata. Elettori musulmani, ebrei e afroamericani, pur attraversati da profonde divergenze sulla guerra, indicavano nel costo della vita una delle loro principali preoccupazioni.
Una giovane studentessa araboamericana, favorevole a El-Sayed anche per la sua posizione su Gaza, spiegava di essere soprattutto preoccupata per ciò che l’aspettava dopo la laurea: trovare un lavoro e riuscire a pagare affitto e spese quotidiane.
È un passaggio politicamente significativo.
La Palestina non è scomparsa. È entrata in una visione più ampia dei diritti, della politica estera e della giustizia sociale.
Per molti elettori la questione riguarda anche la coerenza dei principi democratici: perché il diritto internazionale viene invocato con tanta forza in alcune circostanze e applicato con tanta difficoltà in altre?
È una domanda che attraversa università, organizzazioni umanitarie, movimenti per i diritti civili, settori ebraici critici verso il governo israeliano e cittadini di appartenenze religiose differenti.
Anche la vittoria di Mamdani aveva raccontato questa complessità. Il suo sostegno alla causa palestinese era stato uno degli elementi più controversi della campagna, ma non aveva impedito a una parte dell’elettorato ebraico di votarlo.
Ridurre tutto questo a una presunta mobilitazione islamista significa confondere fenomeni profondamente diversi.
In Italia il copione ci è fin troppo familiare
Se dall’America spostiamo lo sguardo sull’Italia, alcune somiglianze diventano difficili da ignorare.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una successione quasi incessante di polemiche attorno all’Islam: il velo integrale, le moschee, gli imam, i giovani di origine straniera, le associazioni musulmane, le manifestazioni per la Palestina.
Ogni volta cambia l’episodio, ma spesso la cornice narrativa resta la stessa.
Il musulmano come problema. Il musulmano come sospetto. Il musulmano come qualcuno che deve continuamente dimostrare la propria compatibilità con l’Italia.
Non si tratta soltanto delle dichiarazioni di qualche esponente politico particolarmente aggressivo.
A settembre Fratelli d’Italia ha lanciato una campagna nazionale contro quella che definisce la diffusione dell’integralismo islamico, con iniziative nelle regioni e una raccolta firme sul velo integrale.
La tutela della libertà individuale, il contrasto alle coercizioni religiose, la trasparenza dei finanziamenti e il rispetto delle leggi sono questioni legittime. Ma proprio perché lo sono, richiedono fatti, prove e distinzioni precise.
Il problema nasce quando la discussione oltrepassa le singole condotte e finisce per investire indistintamente la presenza musulmana.
Una parte della destra italiana è arrivata a sostenere l’esistenza di una saldatura tra sinistra e islamismo politico, mescolando appartenenza religiosa, associazionismo, protesta sociale, radicalizzazione e mobilitazione per la Palestina. Ma sono fenomeni diversi.
L’islamismo politico non coincide con l’Islam. La difesa dei diritti dei cittadini musulmani non costituisce automaticamente un’alleanza con organizzazioni islamiste. E manifestare per i palestinesi non significa sostenere Hamas, così come criticare il governo israeliano non equivale di per sé ad antisemitismo.
L’antisemitismo è un problema reale, da contrastare senza ambiguità, esattamente come l’odio antimusulmano.
Confondere sistematicamente questi piani rischia di trasformare il dissenso politico e l’appartenenza religiosa in elementi di sospetto.
Lo abbiamo osservato anche nel modo in cui una parte della politica e dell’informazione ha raccontato il caso di Youssef Siher, facendo scivolare il dibattito dalle accuse giudiziarie, da verificare nelle sedi competenti, a un racconto più ampio sull’Islam, sulla radicalizzazione e sui giovani di origine immigrata.
È un salto logico che merita di essere contestato.
La responsabilità penale è personale. La cittadinanza non è una prova di fedeltà da superare quotidianamente. E la libertà di espressione non può dipendere dalla religione di chi la esercita.
L’Italia ha un problema di rappresentanza, non di presenza musulmana
Ed eccoci alla questione che considero forse più importante.
Negli Stati Uniti un musulmano è diventato sindaco di New York, un altro è stato eletto al Senato, un altro ancora alla Camera dopo aver prestato servizio nell’esercito americano e aver curato i feriti di Gaza.
Non significa che la società americana abbia risolto il problema delle discriminazioni. Significa però che esistono percorsi attraverso i quali cittadini musulmani possono conquistare rappresentanza politica, misurandosi con programmi, competenze e consenso. E in Italia?
Da decenni discutiamo di integrazione, cittadinanza, appartenenza, dialogo interreligioso, sicurezza e radicalizzazione.
Continuiamo a chiederci se i musulmani siano sufficientemente integrati, se rispettino i valori occidentali, se siano abbastanza laici, se condannino il terrorismo.
Molto meno frequentemente ci interroghiamo su come valorizzare le competenze politiche, professionali e intellettuali dei cittadini italiani musulmani nelle istituzioni e nei luoghi decisionali.
Eppure esiste una generazione di italiani cresciuti nelle nostre scuole, formati nelle università, impegnati nelle professioni, nell’associazionismo, nel giornalismo, nella cultura e nell’amministrazione pubblica.
Italiani che conoscono dall’interno sia la società nella quale vivono sia le contraddizioni di un Paese che continua troppo spesso a considerarli stranieri.
Persone che non hanno bisogno di essere trasformate in rappresentanti folcloristici della diversità, né chiamate soltanto quando si deve organizzare un dibattito sull’integrazione.
Anche i partiti italiani dovrebbero interrogarsi su questo limite.
Non basta convocare un cittadino musulmano per parlare di Islam. Non basta invitare una donna con il velo per discutere del velo. Non basta cercare una persona di origine immigrata quando si affronta il tema dell’immigrazione.
La rappresentanza democratica diventa piena quando queste persone possono occuparsi di economia, welfare, politica industriale, ambiente, scuola, giustizia e relazioni internazionali senza essere continuamente ricondotte alle proprie origini.
Mamdani non è diventato sindaco di New York soltanto perché musulmano. Ha presentato un programma sulla città, sulle sue disuguaglianze e sulle difficoltà delle famiglie.
El-Sayed non è stato eletto soltanto perché musulmano. Ha presentato una proposta politica e ottenuto il consenso necessario a rappresentare il Michigan. È questa la differenza.
Non si tratta di sostituire una politica identitaria con un’altra, né di immaginare candidati scelti esclusivamente in base alla religione. Si tratta di riconoscere che l’identità musulmana fa già parte dell’esperienza italiana e non dovrebbe costituire un ostacolo alla partecipazione politica.
Naturalmente non sappiamo ancora quanto le campagne contro i candidati musulmani abbiano inciso sui singoli comportamenti elettorali americani. Serviranno analisi più approfondite.
Sappiamo però che gli attacchi contro Mamdani ed El-Sayed non hanno impedito loro di essere eletti. E che milioni di cittadini hanno scelto sulla base di programmi, bisogni e convinzioni che non possono essere ridotti alla religione dei candidati.
È una lezione che riguarda direttamente la qualità delle nostre democrazie.
Perché il problema non è la presenza dei musulmani nella società italiana. Quella presenza è già una realtà, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nelle università e nelle famiglie.
La domanda è se siamo capaci di riconoscerne pienamente anche la dimensione politica.
Quando smetteremo di considerare eccezionale ciò che dovrebbe essere assolutamente normale?
Un cittadino italiano musulmano che si candida. Che parla di sanità, economia e futuro. Che viene criticato per le sue idee, non sospettato per la sua fede. Che può vincere o perdere le elezioni senza che il risultato diventi un referendum sull’Islam.
Perché una democrazia matura non è quella che si limita a tollerare le differenze, ma quella che permette ai cittadini di partecipare pienamente alla vita collettiva senza dover rinunciare a una parte di sé.
I musulmani non sono una questione da risolvere, una minaccia da agitare o una presenza da amministrare. Sono cittadini, elettori, professionisti, intellettuali, amministratori. E possono essere rappresentanti politici.



