Le mire israeliane in un Libano da sottomettere
Mentre Israele talvolta nemmeno nasconde la natura dell'immensa distruzione provocata in Libano, e procede in modo distopico sul campo, il governo di Beirut è in un vicolo cieco concettuale
“Amici, questo era il villaggio di Aita al Shaab, oggi invece è il nuovo insediamento della Brigata Asmonea. Guardate che incredibile successo! Questa è la fine che farà ogni terrorista, ogni villaggio, ogni città: arriviamo noi per distruggere tutto”. Un video di pochi secondi, girato a bordo di un blindato israeliano che corre tra le rovine del villaggio di Aita Al Shaab, nel profondo sud del Libano, a pochissimi km da quello che ormai era il confine tra Israele e Libano, in corrispondenza della Linea blu, vede un sergente israeliano rivendicare le “conquiste” militari di Israele in territorio libanese, nonché i piani su una loro possibile futura annessione.
E non è casuale, la sua appartenenza operativa: la Brigata Asmonea, composta da circa 4000 effettivi e guidata dal Colonnello Avinoam Emunah, è stata istituita dall’Esercito israeliano nel 2024 per gli Haredim, un segmento degli ebrei ortodossi che fino a pochi anni fa erano esentati dalla leva obbligatoria vigente in Israele. Una buona parte di essi, come è noto, vede nel Libano, o perlomeno nella porzione meridionale del paese dei cedri, fino al fiume Litani - fondamentale per l’ampliamento del precario approvvigionamento idrico israeliano - un pezzo della Grande Israele.
Come a Gaza
Lo si nota anche dal fatto che Esercito israeliano ormai non nasconde più la sua postura, che a molti osservatori ricorda quella adottata nella Striscia di Gaza: come nel caso di Rafah, Beit Lahia, Beit Hanoun, Khan Younis, le cittadine a ridosso del confine israelo-libanese sono state cancellate dalle mappe. Letteralmente: villaggi di migliaia di abitanti - un milione e duecentomila il totale degli sfollati dal sud - che oggi sono ridotti ad un cumulo di macerie, devastati, spariti. Maroun al ras, Aita al shaab, Yaroun, Marwahin, Mays el jabal, Markaba, Alma al shaab, Bint jbeil - nota come “la sposa della liberazione”, per il suo valore simbolico durante la ritirata israeliana del 2000 - fino alla città di Nabatieh, la quinta più popolosa del paese, irriconoscibile a causa di decine di raid aerei.
L’obiettivo di Israele è chiaro: depopolare il sud del Libano su base confessionale, impedire cioè che le comunità sciite che lo abitano vi facciano ritorno (il contrario di quanto in realtà già sta avvenendo dall’annuncio del cessate il fuoco, con code di automobili da Beirut in direzione meridionale). Si tratta del tentativo di completare una pulizia etnica, rafforzata anche dalle “regole di ingaggio” di Israele, che si riserva il diritto di aprire il fuoco su chiunque sorpassi la “linea gialla” (di cui gli abitanti del sud del Libano non sanno nulla), ovviamente una costruzione unilaterale di Tel aviv, non riconosciuta dalle Nazioni Unite, entro la quale si applicherebbero le “eccezioni” di cui sopra.
Bombardare i soldi (e i palazzi in cui si nascondono)
Queste eccezioni sono calibrate su alcuni impliciti: chiunque si ritrovi banalmente nei pressi di casa sua o di quel che ne è rimasto, e in una delle 55 località a sud della linea gialla in cui è proibito fare ritorno, può essere colpito, perché automaticamente ritenuto affiliato di Hezbollah. Che poi, andrebbe ricordato, cosa significa “affiliato”: basta prestare servizio in una delle decine di istituzioni civili legate al Partito di Dio, come l’impresa di costruzioni Jihad Al Binaa, o l’Organizzazione sanitaria Al Hay’a al Sihhiyya al Islamiya (almeno novanta i paramedici uccisi da Israele nell’ultimo mese), emittenti televisive e radiofoniche come Al Manar e Al Nur, o la rete di microfinanza Al Qard Al Hassan, con decine di filiali in tutto il Libano, che fornisce sostegno a centinaia di migliaia di persone - non solo della comunità sciita - che si sono ritrovate escluse dal sistema bancario, fondamentale per gli indigenti, specie a partire dal collasso economico del paese nel 2019.
Le sue filiali sono state colpite diverse volte da Israele ma a differenza degli omicidi dei cronisti di Al Manar, o dei raid sui paramedici, nel loro caso vi è sempre stata una rivendicazione. “Abbiamo colpito un deposito di 500 milioni di dollari in contanti”, dichiaravano le Idf il 20 ottobre 2024, ed in modo simile si esprimevano lo scorso 9 marzo, dopo l’ennesimo strike sulla “infrastruttura finanziaria di Hezbollah”.
A quale logica risponde bombardare - distruggendo un intero palazzo, in cui abitano decine di civili - dei soldi, una banca, un istituto di microcredito? Che mondo è quello che accetta questo tipo di consequenzialità, di proporzionalità, per cui non conta più se un luogo o un soggetto pone o meno una minaccia diretta ma solo se, pur svolgendo attività unicamente di natura civile, è legato in qualunque modo al nemico?
Se vale l’estrema estensività dell’interpretazione di Israele sui bombardamenti di istituti finanziari, che al contrario della maggioranza dei giuristi ritiene quelli di Al Qard Al Hassan dei “contributi alle ostilità”, e non - ammesso e non concesso che finanzino le attività militari della milizia - un “sopporto generale allo sforzo bellico”, che non può bastare a giustificare un’azione militare, meno che mai in un palazzo con civili, in un’area urbana densamente abitata come Dahieh, la periferia sud di Beirut.
D’altronde, anche volendo adottare le categorie e le giustificazioni israeliane, per cui gli ospedali e le infrastrutture civili verrebbero colpite quando ospitano “basi militari” o miliziani (ammesso che la sola presenza di miliziani armati di armi leggere, senza ad esempio lanciatori in grado di sparare razzi verso Israele, costituisca una “minaccia imminente”, criterio dirimente per poter colpire una infrastruttura), rendendo necessario estinguere una minaccia, nel caso di un istituto di credito questa minaccia viene dichiaratamente esclusa. Sì, ma distruggiamo i soldi che vi finanziano. E con essi, l’intero isolato. Può essere accettabile? A quanto pare, sì.
La sciatteria di Trump e i capricci di Netanyahu
A corollario di questo scenario sul campo, c’è il teatrino nelle stanze del potere, che impone la sua attitudine coloniale. All’indomani dell’annuncio di un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato sul suo profilo Truth qualcosa di ovvio: “Israele non bombarderà più il Libano, gli è proibito dagli Stati Uniti”. Questa banale affermazione ha però generato, secondo quanto riferito da Axios, indignazione in Netanyahu, che avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca, non prima di violare ripetutamente la tregua stessa, con una serie di demolizioni di abitazioni nel sud del Libano da parte delle unità ingegneristiche delle IDF e alcuni strikes aerei.
Tra questi c’è stato anche il distopico - e tuttavia protocollare - assassinio di un uomo che si trovava in auto con la sua famiglia, al quale le IDF hanno chiesto per telefono se preferisse essere ucciso in loro compagnia o in solitudine, per poi eliminarlo tramite un drone, di fronte ad essa, non appena quest’ultimo è uscito di corsa dall’auto.
E’ una situazione di per sé paradossale, che tra le altre cose getta una ulteriore luce sulla sciatteria politica e comunicativa con cui gli Stati Uniti stanno gestendo la vicenda. Da un lato, infatti, un cessate il fuoco implica per definizione il silenzio delle armi, per cui le affermazioni di Trump sono persino ridondanti (e forse funzionali ad ingraziarsi scenograficamente i libanesi) e quello di Netanyahu appare come - e per molti versi è - il capriccio di un bambino irrequieto, abituato all’impunità permanente dai propri genitori. Surreale, a questo proposito, la formulazione delle perplessità israeliane sui media locali: “Israele ha chiesto chiarimenti alla Casa Bianca in merito al post in cui Trump vieta ad Israele di bombardare il Libano dopo la firma del cessate il fuoco”.
Dall’altro, tuttavia, Netanyahu sembra potersi appellare a delle ambigue promesse di Trump: secondo i dettagli dell’accordo di cessate il fuoco, citato sempre da Barak Ravid su Axios, gli Stati Uniti avrebbero infatti garantito ad Israele la possibilità di alcune eccezioni, e cioè di condurre operazioni militari in Libano “come misura di autodifesa, in qualunque momento, per sventare attacchi imminenti o in fase di pianificazione”, a patto che “Israele si impegni a non condurre azioni militari offensive contro obiettivi libanesi, militari o civili”. Se nelle prossime ore capiremo verosimilmente qualcosa in più sulla relazione tra Trump e Netanyahu, si fa comunque molta fatica a capire il senso di tutto ciò.
La fragilità strutturale del “cessate il fuoco”
Forse, al contrario, è tutto sin troppo semplice. Stabilire delle eccezioni di questo tipo, per un Esercito che ha bombardato il Libano - privo di difese aeree e nei fatti anche di un Esercito in grado di fronteggiare minacce esterne - senza sosta sia prima dell’ultimo cessate il fuoco di novembre 2024, sia durante (sono oltre 10000 le violazioni israeliane e 300 le vittime libanesi tra l’inizio di quella “tregua” di fine 2024 e la sua fine, lo scorso 3 marzo, dopo che Hezbollah ha deciso di rispondere dopo più di un anno e mezzo agli attacchi israeliani), sia dopo (oltre 2200 le vittime nell’ultimo mese), equivale a svuotare di senso lo stesso cessate il fuoco, trasferendo l’intera gestione dello stesso all’ampia discrezionalità israeliana, che ha già dato prova di non concepire nemmeno la necessità di rispettare le tregue.
Ed è, d’altronde, tutto già contenuto nella volutamente vaga differenza tra “operazioni difensive” ed “offensive”, se è vero che secondo la teoria - americana - degli “strikes preventivi”, qualunque operazione militare in territorio nemico può esser fatta ricadere nell’ambito delle prime, anche se per definizione designerebbe le seconde.
Al momento dell’annuncio del cessate il fuoco, le truppe israeliane occupano una fascia di territorio libanese che va dal mar mediterraneo alla piana di Khiam, nel sud est del Paese dei cedri, quasi a costituire una “cappuccio” sulla porzione di perimetro orientale e sull’intero confine meridionale del Libano. Alle prese con le continue imboscate dei miliziani di Hezbollah - che avrebbero ucciso una quindicina e ferito circa 650 soldati nell’ultimo mese secondo le Idf stesse, oltre ad aver messo fuori uso un certo numero di carri armati -, Tsahal non riesce ad avanzare senza sostenere alti costi umani e materiali, motivo per cui ciclicamente intensifica i bombardamenti aerei, come quelli, senza precedenti, dello scorso 8 aprile. Quasi come una misura punitiva, o volta a generare terrore nell’ambiente sociale di un nemico poco arrendevole.
Il disarmo di Hezbollah?
Su un piano teorico, è persino troppo ovvio concludere che lo Stato debba detenere il monopolio della forza armata. L’idea di “disarmare una milizia al di fuori del controllo dello Stato” sarebbe quindi la sua naturale conseguenza, ed è questa la giustificazione formale che sottosta al processo di riaffermazione istituzionale iniziato dal governo di Beirut ma interrotto bruscamente dal recente ripristino delle ostilità, dal quale è anche emerso un Hezbollah redivivo, persino rivitalizzato.
La ormai nota debolezza delle Forze armate libanesi non è, però, rilevante solo in relazione al teorico progetto di disarmo di Hezbollah - al momento avversato proprio dal Capo dell’Esercito, Rudolph Haykal, in odore di rimozione per questo - ma proprio in relazione alla spesso invocata sovranità libanese, alla sua capacità di difendersi da minacce esterne, e alla sua indipendenza. Sono tutte condizioni che allo Stato libanese mancano, al momento.
Sia il Libano che Israele hanno tecnicamente negli Stati Uniti il loro principale alleato, nonché oggettivamente il loro principale investitore estero e fornitore di armamenti. Tuttavia, non parliamo di alleanze di matrice e natura analoga: le Forze armate libanesi ricevono dagli Stati Uniti perlopiù equipaggiamenti ed attrezzature per la sicurezza interna, per attività come la gestione di una rivolta o le operazioni antiterrorismo - come mostrato dalle operazioni contro l’Isis nel 2017 (tuttavia con la collaborazione della stessa Hezbollah) , o quella contro Fatah al Islam dieci anni prima. Parliamo di mitragliatrici, giubbotti antiproiettile, visori notturni, nel migliore dei casi obici, mezzi blindati. Il Libano non ha di fatto una Marina, e ancor meno una aviazione. E non ha difese aeree, come si vede dai raid israeliani.
Non può averle: per la dottrina del “vantaggio qualitativo” - che gli Usa garantiscono al loro “gendarme” rispetto a tutti gli altri suoi clients regionali -, il Libano per il governo americano non solo non può (nemmeno se attaccata, come evidente) dirigere i suoi sforzi militari contro Israele ma nemmeno possedere i mezzi per difendersi da esso, e tantomeno per esercitare la benché minima deterrenza. E’ un po’ la storia delle “linee rosse” securitarie israeliane.
Limitatamente a quelle per “uso interno”, quindi, le Forze armate libanesi hanno ricevuto armi per un totale di circa 3 miliardi negli ultimi venti anni dagli Stati Uniti: si tratta della cifra annuale di aiuti militari verso Israele prima del 2023 (dopo il memorandum decennale del 2019), e meno di un sesto rispetto ai 20 miliardi in armamenti pesanti che Washington ha fornito a Tel aviv tra il 2023 e il 2025. Venti miliardi di armi altamente tecnologiche in due anni, tre miliardi di attrezzature per la sicurezza interna in venti anni. E come ampiamente previsto l’Esercito libanese, irrimediabilmente dipendente dai fondi, dalle disposizioni e dalle decisioni politiche degli Stati Uniti, due settimane fa si è ritirato dalle proprie postazioni nel sud del Libano, in vista dell’avanzata israeliana, proprio mentre il governo di Nawaf Salam riaffermava il primato dell’Esercito su Hezbollah, e la necessità di disarmarlo.
Un altro classico, archetipale esempio del perché, oggi, le affermazioni circa la “neutralità” delle Forze armate libanesi, nonché quelle sulla necessità che esse mantengano un immaginario “monopolio della forza” che non possono per risorse e per mandato avere, non hanno molto senso concreto; così come non ha molto senso considerare fruttuoso o addirittura “storico” un incontro - quello tra gli ambasciatori libanese e israeliano a Washington - che viene “mediato” dallo sponsor, dal “padrino” di una delle due parti. Ma sopratutto, è l’ennesima, plastica spiegazione del perché Hezbollah esisteva, esiste e credo esisterà.







