Libia, il bilancio dell’unità sotto pressione Tra guerra nel Golfo ed equilibri energetici globali
Dopo oltre dieci anni di divisione, Tripoli e Bengasi trovano un accordo storico. Ma il vero test non è firmarlo: è farlo funzionare, mentre la crisi energetica globale ridisegna interessi e alleanze.
Di Hatim Betioui
Per la prima volta da oltre un decennio, la Libia prova a parlare con una sola voce - almeno sul piano economico.
Il nuovo bilancio unificato, stimato intorno ai 30 miliardi di dollari, rappresenta un passaggio cruciale: mette insieme salari pubblici, sussidi e investimenti, ma soprattutto tenta di superare la frammentazione che dal 2014 divide il Paese tra Est e Ovest.
È un passaggio storico, ma non è ancora una svolta. Perché in Libia il problema non è mai stato scrivere accordi ma riuscire a rispettarli.
Un’intesa fragile
L’accordo arriva dopo anni di duplicazioni amministrative, spesa fuori controllo e competizione tra governi paralleli. È la prima volta che le istituzioni rivali si mettono d’accordo su un quadro unico di spesa pubblica.
Sulla carta, è un segnale potente: significa coordinare risorse, stabilizzare la moneta, e soprattutto ricostruire una minima fiducia tra le parti.
Ma la realtà libica resta segnata da milizie, interessi locali e un sistema politico che fatica a trasformare gli impegni in decisioni operative.
Il rischio è evidente: un bilancio unificato senza un potere davvero unificato.
Il fattore energetico: la vera partita
Questa volta però c’è un elemento nuovo che cambia tutto: il contesto internazionale.
La crisi energetica globale - aggravata dalle tensioni nel Golfo - ha riportato la Libia al centro del gioco. Il suo petrolio leggero è tra i più richiesti dalle raffinerie europee, proprio mentre altre forniture diventano instabili.
E qui il bilancio smette di essere solo una questione interna. Diventa uno strumento geopolitico.
Un sistema finanziario unificato è infatti la condizione necessaria per aumentare la produzione di petrolio, che in Libia oscilla da anni proprio a causa delle divisioni politiche. Tradotto: senza stabilità fiscale, non c’è stabilità energetica.
Pressioni internazionali e interessi convergenti
Non è un caso che l’accordo sia stato sostenuto apertamente da una larga coalizione internazionale - dagli Stati Uniti all’Europa, passando per i Paesi del Golfo.
Per tutti, la Libia oggi ha un valore strategico preciso: non solo come Paese da stabilizzare, ma come fornitore alternativo di energia.
E questo spiega anche la tempistica. Il bilancio unificato non nasce solo da una volontà interna di riconciliazione. Nasce anche da una pressione esterna che spinge verso una Libia più “funzionante”.
Il vero test deve ancora arrivare
Il punto, però, resta sempre lo stesso. Firmare un accordo è relativamente facile. Applicarlo è tutta un’altra storia.
Il bilancio unificato dovrà superare prove concrete:
la distribuzione reale delle risorse; il controllo sulla spesa; la gestione dei proventi petroliferi; e soprattutto la reazione degli attori armati sul territorio. Se anche uno solo di questi elementi salta, l’equilibrio rischia di rompersi.
Una finestra che può richiudersi
La Libia si trova davanti a una possibilità rara.
Per la prima volta da anni, gli interessi interni ed esterni sembrano convergere: stabilità politica e produzione energetica vanno nella stessa direzione. Ma è una finestra fragile.
Perché se il bilancio unificato fallisce, non sarà solo un problema libico. Sarà un segnale che nemmeno la pressione della crisi globale riesce più a tenere insieme un Paese diviso.
E a quel punto, il ritorno alla frammentazione non sarebbe un’eccezione. Sarebbe la regola.



