L’Islam in Italia senza intesa: storia di un riconoscimento mancato
Tra vuoti normativi, frammentazione e discontinuità politica: perché oltre 3 milioni di musulmani restano senza accordo con lo Stato
Di Fabrizio Ciocca
Sebbene per qualcuno possa risultare sorprendente, o persino inaccettabile, oggi la popolazione musulmana rappresenta la seconda confessione religiosa del nostro Paese per numero di fedeli, dopo quella cattolica. I musulmani in Italia, sia con cittadinanza straniera sia italiana, costituiscono circa il 5% della popolazione complessiva e si attestano intorno ai 3 milioni di residenti, distribuiti soprattutto nelle regioni del Nord.
Una presenza che, a partire dagli anni Settanta con i primi flussi di cittadini tunisini e marocchini, è progressivamente cresciuta, fino a rendere il rapporto tra Islam e società italiana uno dei temi più dibattuti nell’opinione pubblica, nei media e anche in ambito accademico. Tra le questioni più rilevanti emerge l’assenza di un accordo vincolante tra l’ordinamento giuridico italiano e la confessione islamica, una mancanza che viene talvolta interpretata – in modo pretestuoso – come segno di una scarsa volontà di integrazione da parte dei musulmani.
Per comprendere l’evoluzione dei rapporti tra istituzioni e comunità islamica è necessario partire dal quadro costituzionale. In Italia, infatti, i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose diverse da quella cattolica sono regolati dall’articolo 8 della Costituzione, secondo cui tutte le confessioni sono egualmente libere davanti alla legge e hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, purché non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
Il nodo della rappresentanza
Proprio su questo punto si innesta una delle principali difficoltà. L’Islam, infatti, non prevede una gerarchia ecclesiastica né un’autorità centrale paragonabile a quella della Chiesa cattolica. Questa peculiarità rende complesso individuare un’unica rappresentanza capace di parlare a nome dell’intera comunità musulmana in Italia e, di conseguenza, di stipulare un’intesa con lo Stato.
L’intesa, oltre a garantire un riconoscimento formale dell’ente che la sottoscrive, comporterebbe una serie di benefici rilevanti: l’accesso al finanziamento pubblico del culto tramite l’otto per mille, agevolazioni fiscali sui luoghi di culto e il riconoscimento ufficiale dei ministri religiosi. In assenza di tale accordo, i rapporti tra lo Stato e le confessioni prive di intesa restano disciplinati da una legge del 1929, risalente all’epoca fascista, relativa agli “enti di culto ammessi”.
Questa normativa consente alle associazioni religiose di ottenere la personalità giuridica e di beneficiare di alcune agevolazioni fiscali, equiparando le finalità religiose ad attività senza scopo di lucro come l’educazione e la carità. La procedura di riconoscimento prevede un’istruttoria del Ministero dell’Interno, il parere del Consiglio di Stato e l’approvazione finale del Consiglio dei ministri. Ad oggi, l’unico ente islamico formalmente riconosciuto dallo Stato italiano è il Centro Islamico Culturale d’Italia, che gestisce la Grande Moschea di Roma ed è guidato da un consiglio di amministrazione composto anche da rappresentanti di Paesi a maggioranza sunnita.
Tentativi, interruzioni e occasioni mancate
Il primo tentativo significativo di giungere a un’intesa risale al 1992, quando l’UCOII presentò una richiesta formale allo Stato italiano. Tra le principali proposte figuravano l’istituzione di aree cimiteriali dedicate, l’insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche, il riconoscimento civile del matrimonio religioso, l’introduzione delle festività islamiche, l’assistenza spirituale in ospedali, carceri e caserme e la possibilità, per le donne che lo richiedessero, di indossare il velo nei documenti ufficiali.
Una richiesta analoga fu avanzata nel 1996 dalla COREIS, ma nessuna delle due iniziative riuscì ad avviare un vero negoziato con le istituzioni né a incidere significativamente nel dibattito pubblico.
Negli anni successivi, il percorso verso una regolamentazione dei rapporti tra Stato e Islam si è sviluppato attraverso una serie di tentativi. Nel 1998 venne istituito il Consiglio islamico d’Italia, con l’obiettivo di creare una rappresentanza unitaria, ma l’iniziativa si arenò a causa di divisioni interne tra le diverse componenti.
Nel 2005 fu poi creata una Consulta islamica presso il Ministero dell’Interno, con l’intento di avviare un dialogo strutturato. Tuttavia, la caduta del governo ne limitò fortemente l’operatività. L’anno successivo, con l’arrivo di Giuliano Amato al Viminale, si tentò un rilancio della Consulta, coinvolgendo anche il giurista Carlo Cardia per elaborare un testo condiviso.
In questo contesto, nel 2006 scoppiò una polemica a seguito della pubblicazione, da parte dell’UCOII, di un annuncio sui quotidiani del gruppo QN che metteva a confronto le stragi naziste con quelle israeliane. L’episodio provocò forti tensioni politiche e contribuì a rallentare ulteriormente il processo di dialogo, nonostante le successive precisazioni dell’organizzazione.
Sempre nel 2006, il Ministero promosse la sottoscrizione di una “Carta dei valori”, pensata come base comune per un Islam italiano. Anche in questo caso, tuttavia, le divisioni e i tempi della politica impedirono di arrivare a risultati concreti.
Un nuovo tentativo fu avviato nel 2010 con l’istituzione del Comitato per l’Islam italiano da parte del ministro Roberto Maroni. L’organismo era composto da esperti e aveva il compito di formulare proposte su temi sensibili come i luoghi di culto, la formazione degli imam e l’uso del velo nei luoghi pubblici. I pareri espressi sottolineavano l’importanza della trasparenza delle sale di preghiera, della formazione civica dei ministri di culto e del rispetto delle norme sulla riconoscibilità del volto negli spazi pubblici, pur confermando la legittimità dell’hijab.
Anche questa esperienza ebbe però durata limitata. Nel 2011, sotto il governo Monti, il ministro Andrea Riccardi istituì una Conferenza permanente per il dialogo interreligioso, che segnò il rientro dell’UCOII nei tavoli istituzionali, ma la caduta del governo ne interruppe il percorso.
Nel 2015, con il governo Renzi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano riformò la Consulta islamica e istituì un Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, composto prevalentemente da studiosi ed esperti. Su questa base, nel 2017 il ministro Marco Minniti promosse il “Patto nazionale per un Islam italiano”, un documento volto a favorire integrazione, trasparenza e formazione.
Il Patto prevedeva, tra le altre cose, l’uso della lingua italiana nei sermoni, la formazione degli imam in collaborazione con le università, la trasparenza nei finanziamenti e la promozione del dialogo interreligioso. Tuttavia, si trattò di una dichiarazione d’intenti, sottoscritta da alcune associazioni, ma priva di valore vincolante.
Con il cambio di scenario politico nel 2018, il tema assunse una diversa impostazione. Nel contratto di governo tra Movimento 5 Stelle e Lega, l’attenzione si concentrava soprattutto su sicurezza, controlli e prevenzione del radicalismo, prevedendo strumenti come il registro degli imam e la tracciabilità dei finanziamenti ai luoghi di culto.
Lo stallo degli ultimi anni
Negli anni più recenti, nonostante alcuni accordi pratici – in particolare durante la pandemia – non si sono registrati progressi significativi verso una vera intesa. Al contrario, il quadro sembra essersi progressivamente irrigidito.
Nell’ottobre 2024, i membri del Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano hanno rassegnato le dimissioni in blocco, denunciando una sostanziale paralisi del confronto con il Ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi. Secondo quanto emerso, l’organismo non veniva più convocato da mesi e le attività avviate negli anni precedenti si erano progressivamente fermate, fino a interrompersi del tutto.
A essere colpiti sono stati in particolare alcuni progetti considerati strategici: i percorsi di formazione degli imam, pensati anche in chiave di prevenzione del radicalismo, e il lavoro avviato con le amministrazioni locali su temi sensibili come la gestione dei cimiteri islamici. Più in generale, si è arrestato quel tentativo di costruire una forma stabile di interlocuzione tra istituzioni e rappresentanze musulmane.
Un elemento particolarmente significativo riguarda anche l’interruzione del lavoro, già in fase avanzata, per il riconoscimento giuridico di alcune organizzazioni islamiche, passaggio che avrebbe potuto rappresentare una base concreta per riaprire il percorso verso un’intesa.
Le dimissioni segnano così una frattura evidente tra il livello tecnico e quello politico e rappresentano uno dei momenti più critici degli ultimi anni nel rapporto tra Stato e comunità islamiche.
Ad oggi, dunque, la seconda confessione religiosa del Paese non dispone ancora di un accordo ufficiale con lo Stato italiano. Una condizione che incide non solo sul piano giuridico, ma anche sulla piena partecipazione allo spazio pubblico di oltre 3 milioni di musulmani residenti in Italia.
La storia degli ultimi decenni mostra come questa mancanza non sia il risultato di un rifiuto dell’integrazione, ma piuttosto l’esito di un percorso complesso, segnato da frammentazioni interne, discontinuità politica e occasioni mancate.

