Di Leone Bulgari
L’Italia è un Paese di destra? Guardandosi intorno verrebbe da dire di sì, senza alcuna esitazione. Il governo Meloni è diventato il più longevo della storia dell’Italia repubblicana, superando il governo Berlusconi II. Nel frattempo Futuro Nazionale, il partito dell’ex generale Roberto Vannacci, continua a crescere. Secondo la Supermedia YouTrend del 17 settembre, il partito si attesta al 7,7%, diventando la seconda forza politica della destra, davanti a Forza Italia e Lega.
Due durissimi colpi da digerire per gli intellettuali “de sinistra” che, incapaci di accogliere sportivamente la batosta e di interrogarsi sulle proprie responsabilità, si aggrappano all’imperativo categorico: “L’Italia è un Paese di destra”.
Per dimostrarlo, riesumano le spoglie della dittatura fascista, ricordandone il consenso quasi totale e utilizzandolo, come solo loro sanno fare, per rilanciare periodicamente l’allarme del suo ritorno. Oppure spiegano il consenso alla destra attraverso le caratteristiche sociali, culturali ed economiche del suo elettorato, rischiando però di trasformare un dato da analizzare in un giudizio sugli elettori stessi.
Solo qualche anno fa, al Salone del Libro di Torino del 2023, Michele Serra, rispondendo a una domanda sulle responsabilità degli intellettuali di sinistra rispetto all’avanzata delle destre, rivendicava il lavoro fatto da artisti e intellettuali: film, libri, cultura. E concludeva di non sentirsi in colpa per aver fatto ciò che riteneva giusto.
Più recentemente, a fine agosto 2026, l’europarlamentare e presidente del Pd Stefano Bonaccini, intervenendo all’incontro “Costruiamo l’alternativa” ad Albenga, ha osservato che le destre raccolgono in misura maggioritaria il voto di chi ha studiato meno, vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova in condizioni economiche peggiori. Una frase che ha provocato una dura polemica e che Bonaccini ha poi spiegato come parte di un ragionamento più ampio: proprio quei dati, secondo lui, dovrebbero spingere la sinistra a tornare più popolare e a rappresentare chi vive maggiori difficoltà.
Ed è proprio qui che si apre la questione: descrivere sociologicamente l’elettorato della destra è necessario. Pensare che quella descrizione sia sufficiente a spiegare perché milioni di persone votino a destra, molto meno.
Ad aggravare la situazione ci si è messa pure Meloni, che negli ultimi giorni, a pochi mesi dalle elezioni, ha annunciato l’esenzione per il 2027 dall’odiatissimo bollo per i motocicli e per le auto fino a 80 kW, con l’intenzione dichiarata di rendere successivamente la misura strutturale.
Così sembra essere già tutto scritto. Vincerà la destra perché l’Italia è un Paese di destra, con tendenze tra l’altro fascistoidi, e la colpa è degli elettori, ingenui e ignoranti, non certo della politica e dei suoi rappresentanti.
Ebbene, la realtà potrebbe essere un’altra.
No, l’Italia non è necessariamente un Paese di destra. È innanzitutto un Paese attraversato da una profonda disillusione politica, diviso tra chi continua a cercare qualcuno che gli risolva magicamente tutti i problemi e chi, invece, alla politica non crede quasi più.
Ed è proprio il bacino dei rassegnati, degli indecisi e dei disillusi ad avere assunto dimensioni impressionanti. Secondo una rilevazione Only Numbers dell’11 settembre, ripresa da BiDiMedia, indecisi e astenuti raggiungono il 40,9%. Alle elezioni europee del 2024, poi, più della metà degli aventi diritto non andò a votare.
Dunque una domanda è lecita: possiamo davvero definire l’Italia un Paese di destra guardando esclusivamente ai voti espressi, quando una quota così importante del corpo elettorale rimane fuori dalla scelta?
Da quella parte, del resto, l’offerta non manca: dalla premier Meloni al generale Vannacci, passando per Salvini e Tajani. Certo, solo a pronunciare questi nomi verrebbe voglia di tagliarsi la lingua, per non dire altro. Eppure sono pieni di voti e in perfetta (quasi) forma. Nonostante gli insuccessi che conosciamo, mantengono un elettorato consistente, al massimo contendendoselo tra loro, come mostrano anche gli ultimi sondaggi.
Questo non significa affatto che gli astensionisti siano di sinistra. Sarebbe troppo semplice. Significa però che non possiamo automaticamente sommare chi non vota al racconto di un’Italia ormai strutturalmente conquistata dalla destra.
C’è un altro dato interessante. Nel sondaggio YouTrend del 4 settembre Fratelli d’Italia è al 26,5%, mentre il giudizio sull’operato del governo è negativo per il 59% degli intervistati e positivo per il 36%. E soprattutto, rispetto alle aspettative del 2022, il 39% degli intervistati giudica il lavoro del governo peggiore di quanto si aspettasse, contro appena l’11% che lo considera migliore.
Consenso elettorale, giudizio sul governo e identità politica complessiva del Paese, insomma, non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed è proprio in questa distanza che l’opposizione potrebbe trovare uno spazio politico. Non limitandosi a consolidare il proprio elettorato, ma tornando a combattere sulle questioni che incidono materialmente sulla vita delle persone: scuola e sanità pubbliche, salari, evasione fiscale, diseguaglianze, corruzione, ambiente e pace.
Qualche segnale arriva anche dalle nuove generazioni della sinistra. Alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, ha pronunciato parole durissime contro la guerra e la corsa agli armamenti: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre”, arrivando a dire che i giovani democratici avrebbero “organizzato i disertori”. Parole che hanno sollevato polemiche non soltanto nella destra di governo, ma anche all’interno dello stesso campo progressista.
Ed è proprio questo conflitto a dire qualcosa: la radicalità non è necessariamente un problema da eliminare. Può essere una domanda politica alla quale dare una risposta.
Dunque l’opposizione, invece di limitarsi a consolidare il fedele elettorato che già possiede e di cercare continuamente nuove mediazioni al centro, dovrebbe chiedersi come riconquistare chi dalla politica si è allontanato.
Forse tornando a essere radicale sulle questioni concrete.
La destra non ha avuto paura di spostare il proprio confine. Perché dovrebbe averne la sinistra?



