Di Karima Moual
Il PAM arriva primo, l’RNI crolla e l’Istiqlal arretra. Ma i tre partiti della coalizione uscente conservano insieme la maggioranza assoluta. Le vere novità sono altrove: quasi il 62% degli iscritti non vota e il PJD, dato per morto cinque anni fa, torna con 54 deputati. Sullo sfondo una generazione che continua a faticare a trovare nella politica il luogo della propria voce.
Le elezioni marocchine hanno un vincitore ufficiale, il PAM. Ma raccontarle soltanto attraverso la classifica dei partiti rischia di farci perdere ciò che davvero è accaduto il 23 settembre.
Perché, a guardare bene i risultati, il Marocco non ha cambiato maggioranza. Ha cambiato gli equilibri dentro la stessa maggioranza.
PAM, RNI e Istiqlal, i tre partiti che hanno governato insieme negli ultimi cinque anni, restano le tre principali forze del Parlamento e insieme conservano i numeri per governare. A cambiare è la gerarchia: il PAM sale a 97 seggi e diventa il primo partito; l’RNI, che aveva dominato le elezioni del 2021 con 102 deputati, precipita a 66; Istiqlal si ferma a 65.
È dunque una bocciatura degli equilibri precedenti più che un’alternanza.
Ma ci sono altri due risultati che meritano forse ancora più attenzione.
Il primo è quello di chi non c’è.
Solo il 38% circa degli iscritti alle liste elettorali è andato a votare. Quasi sei elettori su dieci sono rimasti fuori dalle urne.
E dietro quella percentuale c’è una questione ancora più profonda: il rapporto sempre più fragile tra una parte della società marocchina - soprattutto i giovani - e la rappresentanza politica.
Sono giovani che parlano, protestano, si mobilitano, discutono sui social, qualche volta cercano altrove il proprio futuro. Ceuta, questa estate, ne ha mostrato uno dei sintomi più drammatici. Ma sarebbe semplicistico ridurre tutto a quell’episodio.
Il problema viene da più lontano.
È la sensazione che il gioco politico sia conosciuto in anticipo, che cambino gli uomini e gli equilibri ma molto meno i meccanismi. E quando la politica smette di apparire come il luogo nel quale la propria voce può produrre conseguenze, l’astensione rischia di diventare essa stessa un linguaggio.
Non necessariamente disinteresse. Talvolta distanza. Talvolta sfiducia. Talvolta rifiuto.
Ed è qui che emerge il secondo risultato politicamente interessante di queste elezioni: il ritorno del PJD.
Il partito islamista passa dai 13 deputati della disfatta del 2021 a 54. Non torna ai 125 seggi del 2016, ma torna ad essere una forza parlamentare importante e, soprattutto, la principale forza di opposizione rispetto ai tre partiti della maggioranza uscente.
È probabilmente questa la novità politica più significativa dentro le urne.
Perché mentre una parte enorme del Paese sceglie di non partecipare, un partito dato quasi per morto cinque anni fa riesce invece a rimobilitare il proprio elettorato.
Perché? La risposta richiederà analisi più approfondite. Pesano certamente il radicamento organizzativo e militante del PJD, il malcontento economico e il suo ruolo di opposizione durante questa legislatura.
Ma c’è anche una domanda che non può essere ignorata: quanto ha pesato la Palestina?
È una domanda, non una conclusione.
Il PJD porta con sé una contraddizione storica evidente. Fu proprio Saad-Eddine El Othmani, allora capo del governo e dirigente del PJD, a firmare nel dicembre 2020 la dichiarazione tripartita che accompagnò la normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele, nel contesto del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.
Era però un altro tempo politico. Prima del 7 ottobre 2023. Prima di Gaza. Prima che la questione palestinese tornasse con questa forza nelle piazze marocchine.
Negli ultimi anni il PJD ha assunto una posizione durissima contro la normalizzazione e ha riportato la Palestina al centro della propria mobilitazione politica. Stabilire quanto questo abbia inciso sul voto richiederà dati che oggi non abbiamo. Ma ignorarlo significherebbe ignorare una delle questioni che più hanno attraversato la società marocchina negli ultimi tre anni.
Resta allora il grande paradosso del 23 settembre.
Dentro le urne non c’è stata un’alternanza: gli stessi tre partiti della maggioranza uscente conservano i numeri per governare, se decideranno di farlo ancora insieme. Cambiano i rapporti di forza.
Fuori dalle urne, invece, c’è un Paese enorme che la politica continua a non raggiungere.
E in mezzo alle due cose torna il PJD.
Forse è proprio da questi tre elementi - continuità del potere, ritorno dell’opposizione e crescita della distanza dalla politica - che bisogna cominciare a leggere il Marocco uscito dalle elezioni del 23 settembre.


