Non stanno manipolando solo le notizie. Stanno manipolando le persone
Dalle fake news alle fake identities: la fabbricazione delle identità nell’era dell’intelligenza artificiale
Di Karima Moual
Per anni abbiamo parlato di fake news. Ci siamo interrogati su come riconoscerle, su come limitarne gli effetti, su quanto abbiano inciso sulle nostre democrazie.
Oggi, però, siamo già oltre.
Nell’era dell’intelligenza artificiale non vengono manipolate soltanto le notizie.
Vengono manipolate le persone.
Siamo entrati nell’epoca delle fake identities, della fabbricazione delle identità.
Non si falsifica più soltanto un fatto.
Si costruisce una versione artificiale di una persona, una caricatura credibile, destinata a sostituire quella reale agli occhi dell’opinione pubblica.
È una trasformazione profonda che riguarda tutti noi, ma che investe in modo particolare chi, per professione, vive nello spazio pubblico: giornalisti, magistrati, ricercatori, medici, insegnanti, amministratori, attivisti. Chiunque prenda la parola può diventare il bersaglio di una macchina capace di riscriverne l’identità.
Lo dico anche per esperienza personale.
Da anni sono oggetto di campagne che non cercano di contestare ciò che scrivo o ciò che dico. Sarebbe un confronto legittimo. Il dissenso è il cuore della democrazia.
Accade qualcosa di diverso.
Sul web esiste una Karima che non sono io. Una Karima che odia gli italiani. Una Karima che vorrebbe spalancare indiscriminatamente le frontiere. Una Karima che difende i delinquenti.
Quella persona, però, non esiste.
Le mie parole vengono estrapolate, i miei interventi tagliati, le mie argomentazioni semplificate fino a diventare il contrario di ciò che sostengo. Oggi, con l’intelligenza artificiale, questo processo è ancora più semplice: immagini, video, montaggi e contenuti sintetici possono essere prodotti in pochi minuti e diffusi a una velocità impressionante.
Non riescono ad attaccare il merito delle mie idee.
Allora costruiscono qualcuno che sia più facile odiare. E il problema non riguarda me.
Riguarda tutti.
Perché ciò che oggi accade a un giornalista, domani può accadere a un magistrato, a un professore, a un medico, a uno scienziato, a un amministratore locale o a un semplice cittadino. L’intelligenza artificiale ha abbassato drasticamente il costo della manipolazione. Prima servivano grandi mezzi. Oggi bastano pochi strumenti e qualche minuto.
Per anni abbiamo parlato di fake news. Oggi dovremmo iniziare a parlare di fake identities.
Perché il bersaglio non è più soltanto la verità dei fatti. È la reputazione delle persone.
La domanda che dovremmo porci è semplice: quali strumenti ha oggi un normale cittadino per difendersi quando la propria identità pubblica viene sistematicamente deformata?
Una smentita raggiunge poche persone. Una querela richiede anni.
Nel frattempo la manipolazione continua a circolare, viene condivisa, rilanciata, trasformata in memoria collettiva.
Ed è qui che entrano in gioco gli algoritmi. Siamo abituati a pensare che il problema siano soltanto i bugiardi. Ma la realtà è molto più complessa.
Le piattaforme digitali premiano ciò che genera reazioni. La rabbia. L’indignazione. La paura. Il conflitto.
Non premiano necessariamente ciò che è vero. Premiano ciò che trattiene la nostra attenzione. È il modello economico dell’economia dell’attenzione.
In questo contesto cresce anche un altro problema, forse ancora più silenzioso: la fragilità culturale con cui affrontiamo l’informazione.
Secondo il Digital News Report 2025, oltre la metà degli italiani si dichiara preoccupata dalla disinformazione online e la fiducia nei confronti dell’informazione resta tra le più basse d’Europa. Sempre più persone rinunciano perfino a informarsi perché si sentono sopraffatte dalla quantità di contenuti o non sanno più distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è.
È il terreno ideale perché prosperino la manipolazione e le narrazioni costruite ad arte.
Per questo oggi parlare di alfabetizzazione digitale non significa insegnare a usare uno smartphone.
Significa insegnare a riconoscere una manipolazione. A verificare una fonte. A distinguere un fatto da una propaganda. Ad esercitare il dubbio.
Perché una cittadinanza incapace di orientarsi nell’informazione è una cittadinanza più facilmente manipolabile.
In questo scenario anche il giornalismo si trova davanti a una sfida enorme.
Oggi la libertà di stampa non è minacciata soltanto dalle censure esplicite, dalle intimidazioni o dalle querele temerarie. Esiste una forma più sottile di pressione. Campagne coordinate di odio. Delegittimazione sistematica. Manipolazione della reputazione. Violenza digitale.
Ma esiste anche un’altra forma di censura, meno evidente e forse per questo ancora più pericolosa.
È quella che si insinua dentro gli stessi luoghi dell’informazione.
Non sempre la censura arriva con un divieto esplicito. A volte si manifesta attraverso il silenzio, l’esclusione, l’autocensura, la paura di affrontare temi scomodi perché non allineati al clima dominante. È una pressione che molti giornalisti conoscono bene. Non lascia tracce evidenti, ma finisce per restringere lo spazio del dibattito pubblico.
Non sempre si impedisce a un giornalista di parlare.
Molto più spesso lo si lascia parlare, mentre contemporaneamente si costruisce una versione falsa di lui che parlerà al suo posto. È una nuova forma di censura.Più sofisticata. Più efficace. Perché non silenzia la voce. Ne altera la credibilità.
Se ogni articolo pubblicato comporta settimane di aggressioni personali, se ogni intervento televisivo viene trasformato in una caricatura, se ogni parola pronunciata viene estrapolata e rimontata, il rischio è che molti rinuncino a porre domande scomode.
E una democrazia in cui i giornalisti hanno paura di fare domande è una democrazia inevitabilmente più fragile.
Per questo voglio essere molto chiara. La risposta non può essere la censura. Non voglio un’autorità che decida quali opinioni possano essere espresse e quali no.
La libertà di espressione è uno dei pilastri della democrazia e va difesa anche quando ascoltiamo idee che ci indignano.
Ma libertà di espressione non può significare libertà di manipolare deliberatamente la realtà.
Esiste una differenza profonda tra criticare una persona e inventarne una. Tra contestare un’idea e attribuire a qualcuno idee che non ha mai espresso. Tra confrontarsi con un avversario e costruirne artificialmente una caricatura.
La vera sfida del nostro tempo non è scegliere tra libertà e verità. È riuscire a difendere entrambe.
Per farlo serviranno giornalismo di qualità, educazione digitale, cittadini capaci di verificare le fonti e piattaforme più trasparenti nel funzionamento dei loro algoritmi.
Ma servirà soprattutto una nuova consapevolezza collettiva: comprendere che la manipolazione dell’identità di una persona non è un semplice effetto collaterale del dibattito pubblico. È un attacco alla qualità stessa della nostra democrazia.
Per anni ci siamo battuti per difendere il diritto di parlare. Forse è arrivato il momento di difendere anche un altro diritto.
Quello di non essere trasformati artificialmente in qualcuno che non siamo.
Perché la vera sfida della nostra epoca non è scegliere tra libertà e verità. È impedire che la libertà venga usata come strumento per distruggere la verità.
E forse il compito più importante del giornalismo, oggi, non è soltanto raccontare i fatti.
È difendere la possibilità stessa che i fatti, le idee e le persone possano continuare a essere riconosciuti per ciò che sono realmente, e non per la caricatura che altri hanno costruito di loro.





