di Karima Moual e Leone Bulgari
Il 24 settembre 2026, in diverse città italiane, Carabinieri del ROS e agenti della Digos hanno perquisito 17 persone. Quattordici erano minorenni.
Alcuni partecipavano alla “Chat del Nuovo Ordine Europeo”, altri al gruppo “F.F.I. – Fronte Fascista Italiano”. Dentro quelle comunità virtuali circolavano propaganda nazista e suprematista, antisemitismo, negazione della Shoah, video di esecuzioni e massacri, manifesti pubblicati da attentatori suprematisti e materiale riconducibile a The Base, organizzazione neonazista e suprematista internazionale. Ma soprattutto circolavano manuali: istruzioni per fabbricare ordigni esplosivi artigianali e aumentarne l’effetto letale, materiale per l’autoaddestramento, indicazioni sull’uso di armi bianche e da fuoco e sulle tecniche per compiere azioni violente.
Secondo gli investigatori, alcuni ragazzi giocavano online simulando l’uccisione di persone appartenenti a minoranze etniche. Nelle conversazioni si parlava di possibili attacchi a moschee, sinagoghe e persino a una scuola. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati coltelli, vessilli e oggetti con simbologia nazista.
Naturalmente siamo nel campo delle indagini e vale per tutti la presunzione di innocenza fino a un definitivo accertamento giudiziario. Ma ciò che emerge dalle carte investigative resta impressionante.
La fotografia è quella di ragazzi giovanissimi che si incontrano senza incontrarsi. Vivono magari a centinaia di chilometri di distanza, forse non si sono mai stretti la mano, eppure condividono lo stesso spazio, lo stesso linguaggio e soprattutto la stessa fascinazione per la violenza. È facile guardarli e pensare semplicemente a degli adolescenti arrabbiati, isolati, più simili ai protagonisti di Elephant, il film di Gus Van Sant ispirato al massacro della Columbine High School, che a militanti politici formati. Ed è probabilmente vero per alcuni di loro. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché quelli del 24 settembre non sono i primi.
Non è cominciato il 24 settembre
Da qualche anno le operazioni delle forze dell’ordine raccontano una storia che, se osservata nel suo insieme, assume un significato diverso. Il 31 luglio 2025 la Polizia di Stato esegue in tutta Italia 22 perquisizioni nei confronti di ragazzi tra i 13 e i 17 anni, emersi in contesti estremisti di matrice suprematista, accelerazionista, antagonista e jihadista.
Tredici anni. È forse questo il numero che dovrebbe costringerci a fermarci.
In uno dei filoni investigativi compare un quattordicenne di Oristano che aveva pubblicato sui social fotografie con il volto coperto mentre impugnava armi da taglio e da sparo. Quando viene perquisito consegna anche una bandiera con la croce celtica e un fucile a pompa giocattolo sul quale compaiono simboli suprematisti e i nomi di alcuni autori di stragi, tra cui Anders Breivik.
Ma l’operazione del luglio 2025 non nasce dal nulla. I dati diffusi allora dalla Polizia raccontano che da gennaio 2023 alla prima metà del 2025 dodici minorenni erano già stati sottoposti a misure cautelari o precautelari nell’ambito di indagini sull’estremismo e altri 107 erano stati oggetto di approfondimenti investigativi, tra perquisizioni personali, domiciliari e informatiche: nove nel 2023, quarantasei nel 2024, cinquantadue soltanto nei primi sei mesi del 2025.
È la stessa Polizia a parlare di un «progressivo innalzamento del coinvolgimento di minorenni» negli ambiti dell’eversione e del terrorismo interno e internazionale. Quindi no: non possiamo più dire di non sapere. E soprattutto non possiamo continuare a raccontare ogni operazione come se non avesse alcun rapporto con quella precedente.
Nel 2026 la sequenza continua. Ad agosto, ad Arezzo, si conclude un’indagine della Digos che coinvolge cinque minorenni, alcuni di poco più di quattordici anni. Tutto era cominciato da alcune scritte comparse nel Valdarno: “WHITE POWER”, “ITALIA AGLI ITALIANI”, “NUOVA ITALIA”, “ANTIANTIFA”. Potrebbero sembrare le solite scritte di qualche ragazzino sui muri. Ma gli investigatori, entrando nei dispositivi elettronici e nelle conversazioni, ricostruiscono qualcosa di più complesso: modalità di reclutamento, organizzazione e coordinamento del gruppo, produzione di materiale propagandistico, ruoli interni e collegamenti con altri ambienti estremisti attivi sul territorio nazionale.
Non soltanto ragazzi che guardano contenuti estremisti. Ragazzi che cominciano a organizzarsi. Poi arriva settembre.
Neonazista e jihadista allo stesso tempo
Il 2 settembre 2026 un sedicenne italiano della provincia di Monza viene collocato in comunità su disposizione del giudice nell’ambito di un’indagine che comprende, tra le ipotesi di reato, l’autoaddestramento con finalità di terrorismo, l’istigazione a delinquere e l’apologia del fascismo.
Il materiale trovato dagli investigatori racconta qualcosa di apparentemente contraddittorio: neonazismo, suprematismo bianco, accelerazionismo e contemporaneamente propaganda jihadista riconducibile all’ISIS. Come può un ragazzo essere affascinato contemporaneamente da due universi ideologici che si considerano nemici?
È proprio qui che appare uno degli aspetti più inquietanti del fenomeno. Gli investigatori parlano di “radicalizzazione ibrida”. Ideologie differenti e persino incompatibili possono contaminarsi perché ciò che attrae alcuni adolescenti non è necessariamente una dottrina politica coerente. È l’immaginario: le armi, gli esplosivi, le stragi, la morte, il martirio, la trasgressione, la possibilità di rompere violentemente l’ordine esistente.
Questo caso ci obbliga quindi a rovesciare una delle convinzioni con cui abbiamo sempre guardato alla radicalizzazione. Forse per una parte di questi ragazzi l’ideologia non viene prima della violenza. Viene dopo.
Non necessariamente diventano violenti perché prima sono diventati nazisti, suprematisti o jihadisti. Possono entrare in quegli universi perché sono già attratti dalla violenza, perché sono soli, perché cercano un’identità o semplicemente perché il mondo digitale offre loro un luogo nel quale la rabbia non viene respinta ma celebrata. L’ideologia arriva allora a dare un nome al nemico. E uno scopo alla rabbia.
Chi sono questi ragazzi?
Provare a comprenderli non significa giustificarli. Significa capire dove nasce il pericolo.
Il criminologo norvegese Tore Bjørgo, studiando l’estremismo di destra, ha individuato differenti profili. Ci sono gli ideologi, realmente mossi da convinzioni politiche e razziste e spesso destinati ad assumere ruoli di leadership. Ci sono i seguaci, ragazzi segnati talvolta da bullismo, solitudine o difficoltà relazionali che cercano soprattutto protezione, amicizia e appartenenza. Gli avventurieri, attratti dalle armi, dalle uniformi, dall’adrenalina, dalla reputazione violenta del gruppo: per loro l’ideologia può diventare soprattutto una giustificazione della militanza. I misfits, spesso provenienti da contesti problematici e portatori di rabbia e frustrazione, per i quali il gruppo estremista offre una forma di riconoscimento. E infine i tradizionalisti, cresciuti in famiglie o ambienti nei quali determinate idee appartengono già al paesaggio culturale.
Naturalmente nessuna classificazione può contenere completamente una persona. Ma aiuta a comprendere un elemento fondamentale: non tutti arrivano all’estremismo attraverso la politica. Alcuni ci arrivano attraverso la solitudine, altri attraverso la ricerca di un gruppo, altri ancora attraverso il fascino delle armi e della violenza.
Internet fa il resto. Un adolescente isolato entra in una comunità virtuale e improvvisamente non è più solo. Ha amici, un’identità, dei simboli, dei nemici, degli eroi. E trova finalmente una comunità pronta ad accoglierlo a braccia aperte. O meglio, a braccia tese.
Gli eroi della strage
Tra gli eroi che ricorrono nell’universo suprematista contemporaneo c’è Brenton Tarrant. Il 15 marzo 2019 Tarrant entra in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, e uccide 51 persone. Trasmette parte dell’attacco in diretta su Facebook.
L’attentatore diventa successivamente un riferimento nell’ecosistema suprematista internazionale: il manifesto, le immagini e l’estetica della strage vengono riprodotti e condivisi. Ed è questo uno degli elementi che distinguono il terrorismo contemporaneo da quello che abbiamo conosciuto nel Novecento.
Il terrorista non muore necessariamente con il proprio attentato. Digitalmente può sopravvivere. Il suo manifesto resta online, il filmato viene duplicato, le fotografie diventano meme, la strage diventa materiale di propaganda. E un ragazzo italiano di quattordici anni può conoscere ogni dettaglio di un attentato compiuto dall’altra parte del mondo senza avere mai incontrato fisicamente un militante estremista.
Non serve più una sede. Non serve un’organizzazione politica nella propria città. Non serve nemmeno uscire dalla propria camera.
The Base
Nelle indagini italiane compare anche un altro nome: The Base. È un’organizzazione neonazista e suprematista bianca fondata negli Stati Uniti nel 2018 e appartenente alla galassia cosiddetta accelerazionista. L’idea di fondo è semplice e terribile: bisogna accelerare il collasso della società attraverso violenza, sabotaggio e terrorismo, fino a provocare una guerra razziale e costruire un nuovo ordine.
La struttura decentralizzata e l’utilizzo delle piattaforme digitali hanno consentito al gruppo di guardare ben oltre gli Stati Uniti. E l’Italia non è completamente estranea a questa storia.
Già nell’ottobre 2022, in provincia di Bari, la Polizia aveva arrestato Luigi Antonio Pennelli, giovane pugliese accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa.
Secondo gli investigatori, Pennelli si era radicalizzato attraverso il web ed era entrato in contatto con il leader di The Base, fino a proporsi per diffonderne in Italia ideologia e obiettivi e costituire una cellula dell’organizzazione. Nella sua disponibilità furono trovate armi contrassegnate con simbologie dell’estrema destra e con i nomi di attentatori suprematisti come Breivik e Tarrant. Nel febbraio 2024 il Tribunale di Bari lo ha condannato in primo grado a cinque anni di reclusione.
Il precedente è importante perché dimostra che il collegamento tra l’ecosistema suprematista internazionale e l’Italia non nasce con le indagini del 2025 e del 2026. Era già emerso anni prima. Anche nelle più recenti indagini italiane ricompaiono materiali, riferimenti e modalità di reclutamento riconducibili a quell’universo.
Ed è qui che si comprende la trasformazione. Il nuovo estremismo violento non ha bisogno di frontiere. Un ragazzo italiano può vivere in un piccolo comune, frequentare normalmente la scuola e contemporaneamente appartenere a un ecosistema ideologico internazionale che parla inglese, condivide gli stessi meme, celebra gli stessi assassini e consulta gli stessi manuali. La comunità non è più necessariamente il quartiere. È la chat.
E la politica?
È a questo punto che dobbiamo affrontare la questione più delicata. La crescita della destra radicale europea e la radicalizzazione terroristica online sono fenomeni differenti. Confonderli sarebbe un errore.
Non esiste un automatismo per cui chi vota un partito della destra radicale sia destinato all’estremismo violento, né è possibile sostenere che l’avanzata elettorale di quelle forze produca direttamente terrorismo. Ma distinguere i fenomeni non significa rinunciare a interrogarsi sul contesto nel quale maturano.
Perché contemporaneamente alla crescita delle comunità estremiste digitali assistiamo in Europa alla normalizzazione di parole, categorie e rappresentazioni dell’altro che fino a pochi anni fa appartenevano soprattutto alle frange più radicali: migrazione descritta come invasione, sostituzione etnica, remigrazione, difesa della purezza identitaria, nemici interni, l’idea di una società minacciata dall’alterità.
Non significa sostenere che pronunciare una di queste parole trasformi un adolescente in terrorista. Significa chiedersi quale effetto produca su ragazzi già fragili e radicalizzati la sensazione che una parte del loro universo linguistico sia progressivamente entrata nel discorso pubblico legittimo.
In Italia il tema riguarda inevitabilmente anche il rapporto tra radicalismo e militanza politica giovanile. Nel 2024 l’inchiesta sotto copertura “Gioventù Meloniana” di Fanpage ha documentato, all’interno di ambienti di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, comportamenti e conversazioni di alcuni militanti e dirigenti nei quali comparivano saluti romani, “Sieg Heil”, richiami a Mussolini e Hitler, espressioni razziste e antisemite e riferimenti nostalgici ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari.
È necessario, però, tracciare qui un confine netto. Una cosa sono comportamenti e culture politiche radicali emersi all’interno del movimento giovanile di un partito democraticamente eletto. Un’altra sono gruppi clandestini o comunità digitali nelle quali circolano istruzioni per fabbricare esplosivi e si discute della possibilità di compiere attentati. Sovrapporre questi due piani sarebbe giornalisticamente scorretto.
Ma distinguerli non significa impedire una domanda sul contesto culturale nel quale la radicalizzazione cresce. La questione non è stabilire una relazione automatica tra militanza politica ed estremismo violento. È capire che cosa accade quando simboli, parole e riferimenti che appartengono alla storia dell’estrema destra e persino del terrorismo nero tornano a circolare tra ragazzi molto giovani e, contemporaneamente, sul web esistono comunità che trasformano quella fascinazione in un percorso verso la violenza.
La storia italiana suggerisce di non ignorare completamente questo confine. Alcuni protagonisti del terrorismo nero passarono infatti dagli ambienti della destra giovanile alla militanza eversiva e clandestina. È un precedente storico, non la prova che oggi stia accadendo la stessa cosa.
Anche perché oggi esiste una differenza gigantesca: Internet permette di saltare completamente il partito.
Dalla sezione alla cameretta
Nel Novecento, per radicalizzarsi politicamente, bisognava quasi sempre incontrare qualcuno: entrare in una sezione, frequentare un gruppo, conoscere un militante, ricevere un volantino, partecipare a una riunione.
Oggi un tredicenne può fare tutto questo senza alzarsi dal letto. Il reclutatore può vivere negli Stati Uniti, il manifesto può essere stato scritto in Nuova Zelanda, il manuale può arrivare da un server collocato chissà dove, il compagno di chat può avere quindici anni e vivere in Germania.
La radicalizzazione diventa contemporaneamente solitaria e collettiva. Solitaria perché avviene spesso nella camera di un adolescente. Collettiva perché quella camera è collegata ventiquattr’ore su ventiquattro a migliaia di altre camere.
È questa probabilmente la nuova frontiera. E forse è anche il motivo per cui continuiamo a sottovalutarla. Le categorie con cui abbiamo imparato a leggere il terrorismo non bastano più: al posto delle organizzazioni strutturate ci sono chat e comunità digitali; i leader possono essere figure anonime capaci di esercitare influenza a distanza; le cellule territoriali lasciano spazio a reti transnazionali. Persino i confini ideologici diventano più confusi, fino al paradosso di un sedicenne che conserva contemporaneamente propaganda nazista e materiale dell’ISIS. Il fenomeno è cambiato. E per riconoscerlo dobbiamo cambiare anche il modo in cui lo guardiamo.
Non sono più casi isolati
Bisogna evitare l’allarmismo. Non esiste alcuna evidenza che in Italia ci sia un esercito di adolescenti neonazisti pronto a passare all’azione. E una perquisizione, un’indagine o persino una misura cautelare non equivalgono a una condanna.
Ma esiste un altro rischio: quello opposto. Minimizzare. Considerare ogni ragazzo scoperto come una storia individuale e dimenticarlo il giorno successivo.
Un tredicenne oggi. Un quindicenne domani. Cinque ragazzi ad Arezzo. Ventidue perquisizioni in tutta Italia. Un sedicenne radicalizzato contemporaneamente nell’universo neonazista e jihadista. Poi diciassette persone, quattordici delle quali minorenni, nelle chat del Nuovo Ordine Europeo e del Fronte Fascista Italiano.
Presi separatamente sembrano episodi. Messi uno accanto all’altro raccontano qualcosa.
Non sappiamo ancora quanto sia grande. Non sappiamo quanti ragazzi passino dalla provocazione digitale alla radicalizzazione ideologica e quanti dalla radicalizzazione possano arrivare alla violenza. Non sappiamo neppure fino a che punto questi gruppi comunichino tra loro.
Ma sappiamo che il fenomeno esiste. Lo dicono le indagini. Lo dicono i numeri della Polizia. E soprattutto lo dice l’età dei ragazzi coinvolti: tredici, quattordici, quindici, sedici anni.
Forse allora la domanda più importante non è soltanto chi li stia reclutando. È che cosa trovano lì dentro che non riescono a trovare fuori.
Perché una comunità suprematista riesce a offrire appartenenza a un adolescente che si sente solo? Perché un assassino dall’altra parte del mondo può diventare il suo eroe? Chi insegna a un tredicenne a riconoscere la propaganda prima che la propaganda riconosca lui? E chi entra nelle loro camere digitali prima degli estremisti?
Sono domande alle quali famiglia, scuola, politica, piattaforme digitali e istituzioni dovranno prima o poi rispondere. Perché il terrorismo giovanile che sta emergendo non assomiglia necessariamente a quello che abbiamo imparato a conoscere.
E soprattutto: quanti altri ragazzi stanno percorrendo la stessa strada mentre noi continuiamo a pensare che siano soltanto casi isolati?
Forse è proprio perché continuiamo a cercare il terrorismo di ieri che facciamo ancora tanta fatica a vedere quello di oggi.



