Pagare la resa
Il decreto sicurezza e la lenta erosione dello Stato di diritto
Di Karima Moual
C’è un momento preciso in cui uno Stato smette di limitarsi a governare e inizia a ridefinire le regole del gioco. Non lo fa mai apertamente. Non lo rivendica. Non lo dichiara. Lo fa per accumulo. Per piccoli scarti. Per norme che, prese singolarmente, possono sembrare tecniche ma che, messe insieme, raccontano un’altra cosa.
Il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni è esattamente questo: non una legge, ma una direzione. E quella direzione è chiara: spostare progressivamente l’equilibrio tra sicurezza e libertà, tra potere e garanzie, tra Stato e individuo.
Il punto di rottura: lo Stato dentro la difesa
Tra tutte le norme contenute nel decreto, ce n’è una che segna un salto qualitativo. Non quantitativo, ma qualitativo. L’emendamento approvato al Senato che introduce l’articolo 30-bis sui rimpatri volontari assistiti.
Una norma che prevede il coinvolgimento del Consiglio Nazionale Forense e, soprattutto, un compenso di 615 euro per l’avvocato solo ad esito della partenza dello straniero.
Non è una misura amministrativa. Non è un dettaglio tecnico. È un gesto politico preciso.
Perché per la prima volta si introduce un principio implicito ma devastante: la difesa può essere orientata verso un esito desiderato dallo Stato. E qui si rompe qualcosa.
L’avvocato, nello Stato di diritto, è l’argine tra il potere e l’individuo. Non è un facilitatore delle politiche pubbliche. Non è un esecutore di obiettivi governativi. È una figura di garanzia.
Quando lo Stato decide di premiare economicamente un esito, il rimpatrio, entra dentro quella relazione. Non la osserva più da fuori. La condiziona. E questo non è un dettaglio giuridico. È un cambio di architettura democratica.
L’accusa che arriva dal diritto, non dalla politica
Non sono solo le opposizioni a dirlo. Non è una polemica ideologica. È il mondo del diritto a lanciare l’allarme.
L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione parla apertamente di un gravissimo attacco alla funzione dell’avvocatura e al diritto di difesa. Il punto è semplice ma radicale.
Il compenso dell’avvocato, per definizione, è legato all’attività svolta, non al risultato. Qui invece accade il contrario. Non conta cosa fai, conta se ottieni l’esito voluto dallo Stato. E questo è contrario non solo alla deontologia, ma ai principi stessi della professione forense.
Il caso esplode: interviene anche il Quirinale
La gravità della norma è tale che la questione è arrivata fino al Quirinale.
La previsione del compenso agli avvocati legato all’esito del rimpatrio è stata considerata problematica sul piano costituzionale, al punto da spingere a una richiesta di revisione o ritiro. Non è più, quindi, solo una critica politica o accademica. È un nodo istituzionale. Quando una norma che incide sul diritto di difesa viene messa in discussione ai più alti livelli dello Stato, il punto non è se sia opportuna. Il punto è che rischia di essere incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Il conflitto di interessi diventa struttura
Il problema non è la malafede dei singoli. Il problema è che si costruisce un sistema in cui il conflitto di interessi non è più un rischio, ma è incorporato nella norma. Da una parte c’è l’interesse del cliente, dall’altra un incentivo economico legato alla sua uscita dal Paese. È un cortocircuito evidente.
Ancora più grave poi è il coinvolgimento del Consiglio Nazionale Forense, che rischia di essere trascinato dentro un meccanismo che orienta la condotta dei professionisti in potenziale conflitto con i propri assistiti.
La finzione della volontarietà
C’è poi un punto ancora più delicato che nel dibattito pubblico passa quasi sotto silenzio. La parola chiave è rimpatrio volontario.
Ma quanto è davvero volontaria una scelta fatta in condizioni di precarietà giuridica, senza strumenti pieni di difesa, sotto pressione amministrativa?
È stato più volte evidenziato anche da organismi internazionali che la volontarietà di questi percorsi è tutt’altro che scontata.
La domanda è d’obbligo: è una scelta libera o una scelta orientata?
I soggetti più vulnerabili come terreno di sperimentazione
Non si tratta di categorie astratte. Si tratta di persone che sono già in una condizione fragile: migranti irregolari, richiedenti asilo respinti, potenziali vittime di tratta, persone esposte a rischi reali nel Paese di origine. Ed è proprio su queste persone che si costruisce un meccanismo che riduce le garanzie, orienta le decisioni e introduce incentivi economici nella difesa. Qui il problema diventa politico, oltre che giuridico. Perché si sceglie consapevolmente di intervenire dove la capacità di resistenza è più debole.
Non è una norma isolata, è una strategia
Se si guarda il decreto nel suo insieme, il quadro si chiarisce. Non è un errore. Non è una forzatura. È una traiettoria. Più potere all’amministrazione, meno spazio al giudice, più prevenzione e meno garanzie, più diritto penale nella vita quotidiana, immigrazione trattata come ordine pubblico. Dentro questa traiettoria, la norma sugli avvocati è perfettamente coerente.
Il governo presenta tutto questo come una risposta alla domanda di sicurezza. Ma la sicurezza, quando diventa l’unico criterio, rischia di trasformarsi in un alibi. Un alibi per comprimere spazi, accelerare procedure, ridurre garanzie.
Ci si chiede dunque quanto siamo disposti a sacrificare dello Stato di diritto in nome della sicurezza.
Perché pagare un avvocato per ottenere un rimpatrio non è solo una scelta discutibile. È un segnale.
Il segnale di uno Stato che non si limita più a far rispettare le regole, ma che prova a orientare gli esiti intervenendo dentro i meccanismi di garanzia.
E quando succede questo, non siamo più davanti a una politica più dura. Siamo davanti a qualcosa di diverso. Uno Stato che cambia pelle.
Lo Stato di diritto non si abbatte con un decreto. Si erode. Un articolo alla volta. Una deroga alla volta. Una giustificazione alla volta.
Il problema è che quando ce ne si accorge, di solito, è già troppo tardi.



