“Portami le prove”
Dalle moschee attaccate ai musulmani trasformati in minaccia: viaggio dentro l’islamofobia europea e italiana
Di Karima Moual
Durante un dibattito televisivo sull’antisemitismo, a un certo punto il confronto si è spostato sull’islamofobia. O meglio: sulla sua negazione.
“Portami i dati, i numeri”, mi è stato detto più volte da uno dei giornalisti presenti in studio, ex firma del primo giornale italiano, il Corriere della Sera.
“Dimostrami che esiste davvero. So già che non troverai niente.”
Avevo in mano quanto era appena avvenuto davanti alla moschea di Bologna due settimane fa, ma il negazionismo del giornalista in studio era più forte. E purtroppo non solo sull’islamofobia, dato che la trasmissione era incentrata sulla geopolitica in Medio Oriente, con al centro Israele.
Già così ha dell’incredibile, ma ho promesso in diretta di illuminare e aggiornare, a quanto pare non solo lui, regalando questo mio articolo e un breve rapporto che rimanga agli atti, almeno sull’islamofobia.
Innanzitutto, l’islamofobia non è soltanto “odio verso l’Islam” in senso astratto. Nei rapporti europei viene sempre più definita come razzismo anti-musulmano: un insieme di pregiudizi, discriminazioni, discorsi pubblici ostili, esclusioni istituzionali, atti vandalici, minacce e violenze che colpiscono persone percepite come musulmane, luoghi di culto, associazioni, donne velate, comunità migranti o cittadini italiani di fede islamica.
Il punto centrale è questo: non si colpisce solo una religione, ma una minoranza resa sospetta come corpo sociale e politico.
Quando si parla di odio verso i musulmani, il dibattito pubblico italiano entra improvvisamente in una zona ambigua dove tutto diventa relativo, ridimensionato, giustificato o dissolto nel linguaggio della sicurezza, dell’integrazione, del terrorismo, del degrado urbano, della radicalizzazione.
Eppure i fatti esistono. Sono documentati. Sono numerosi. E raccontano una realtà molto più profonda di quanto si voglia ammettere. Perché l’islamofobia oggi non è soltanto un pregiudizio religioso. È diventata un clima politico e culturale. Una costruzione continua del musulmano come corpo estraneo, minaccia permanente, presenza sospetta.
Prima attraverso il linguaggio. Poi attraverso la propaganda. Poi attraverso campagne contro moschee e simboli islamici. Infine attraverso atti concreti: incendi, aggressioni, profanazioni, attentati.
Ed è proprio questo il punto più inquietante: l’islamofobia europea non nasce all’improvviso nella mente di uno squilibrato. Cresce dentro una normalizzazione lenta del sospetto.
L’Europa e il musulmano trasformato in nemico
Negli ultimi vent’anni il musulmano in Europa è stato progressivamente associato a un immaginario preciso: terrorismo, incompatibilità culturale, invasione, radicalizzazione, sostituzione etnica.
Dopo l’11 settembre e gli attentati jihadisti europei, una parte della politica occidentale ha iniziato a trasformare la questione musulmana in una questione identitaria.
Il musulmano non è più soltanto un cittadino o un credente. Diventa simbolo di una minaccia interna. Ed è in questo contesto che si sono consumati alcuni degli attacchi più gravi contro musulmani in Occidente.
Nel 2011 il terrorista suprematista Anders Behring Breivik massacra 77 persone in Norvegia. Nel suo manifesto l’odio verso l’Islam e il multiculturalismo occupa un ruolo centrale.
Nel 2017 un attentatore investe fedeli musulmani davanti alla Finsbury Park Mosque a Londra durante il Ramadan.
Nel 2019 Brenton Tarrant entra armato in due moschee di Christchurch e uccide 51 fedeli musulmani in diretta streaming. Nel suo manifesto parla apertamente di “sostituzione etnica”, teoria ormai diventata lessico politico internazionale delle nuove destre identitarie.
La stessa teoria che ormai circola stabilmente anche nel dibattito europeo e italiano.
Molto prima ancora, nel 2009, Marwa El-Sherbini, farmacista egiziana incinta, viene assassinata dentro un tribunale a Dresda da un uomo che l’aveva insultata chiamandola “terrorista” a causa del velo.
Questi non sono episodi scollegati. Sono il punto estremo di un clima.
I numeri che molti fingono di non vedere
Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, nel rapporto Being Muslim in the EU pubblicato nel 2024, quasi un musulmano su due nell’Unione europea dichiara di aver subito discriminazioni razziali nei cinque anni precedenti.
Il dato complessivo è il 47%, in crescita rispetto al 39% registrato nel 2016.
Le discriminazioni riguardano lavoro, casa, scuola, servizi, controlli e vita quotidiana. Le donne che indossano simboli religiosi visibili risultano particolarmente esposte. Le musulmane visibili, soprattutto quelle che indossano l’hijab, risultano tra le categorie più colpite. Eppure il dato più impressionante è un altro: gran parte degli episodi non viene denunciata. Per paura, sfiducia e normalizzazione.
Secondo la copertura del rapporto FRA, solo una parte minima degli episodi viene denunciata alle autorità, con stime intorno al 6%. Questo significa che i numeri ufficiali fotografano solo una parte del fenomeno.
Perché quando un’intera comunità cresce dentro l’idea di essere continuamente osservata, sospettata o considerata problematica, l’umiliazione quotidiana smette perfino di sembrare eccezionale. La Commissione europea riconosce l’esistenza di un problema specifico di odio, razzismo e discriminazione anti-musulmana, collegandolo a hate crime, hate speech, discriminazione istituzionale e necessità di politiche pubbliche dedicate.
Il caso italiano: l’islamofobia che non si vuole nominare
In Italia il fenomeno viene spesso nascosto dietro altre parole: decoro, sicurezza, integrazione, moschee abusive, controlli, radicalizzazione.
Ma basta guardare i fatti raccolti in questo dossier che alleghiamo su Medpost, sugli attacchi contro le comunità islamiche in Italia dal 2001 al 2026, per capire che non stiamo parlando di percezioni. Stiamo parlando di incendi dolosi, attentati, profanazioni, aggressioni fisiche e campagne intimidatorie.
In Italia ci sono almeno cinque forme di islamofobia.
L’islamofobia istituzionale-amministrativa che si manifesta quando l’accesso al culto viene ostacolato attraverso urbanistica, regolamenti, agibilità, decoro, sicurezza, parcheggi, destinazioni d’uso. Naturalmente le norme valgono per tutti, ma il problema nasce quando l’applicazione produce un effetto selettivo e sistematico contro i musulmani.
L’islamofobia politica poi è la costruzione del musulmano come minaccia: invasione, islamizzazione, sostituzione etnica, separatismo, radicalizzazione. Il musulmano non è più un cittadino o residente, ma un corpo estraneo da contenere.
L’islamofobia mediatica è invece la tendenza a parlare di Islam quasi solo attraverso terrorismo, sicurezza, velo, moschee, imam, integrazione fallita. Questo produce un effetto di sospetto permanente.
La quarta forma è l’islamofobia di genere, che colpisce in particolare le donne musulmane visibili: velo, hijab, niqab, burkini diventano oggetti politici. La donna musulmana viene raccontata come vittima da salvare o simbolo da espellere, raramente come soggetto autonomo.
Infine c’è l’islamofobia materiale: minacce, lettere intimidatorie, vandalismi contro centri islamici, profanazione del Corano, aggressioni verbali e fisiche.
L’Italia ha un problema strutturale: l’Islam è una delle principali religioni presenti nel Paese, ma non ha ancora una piena intesa con lo Stato.
Questo produce una condizione fragile: comunità numerose, ma spesso prive di riconoscimento adeguato, luoghi di culto precari, dipendenza da soluzioni locali, conflitti amministrativi, esposizione alla propaganda politica.
Il risultato è paradossale: si accusa l’Islam italiano di informalità, ma spesso è proprio l’assenza di riconoscimento a produrre informalità.
Gli anni delle molotov contro le moschee
Tra il 2007 e il 2008 il Nord Italia viene attraversato da una lunga sequenza di attacchi contro centri islamici. A Milano viene colpita la moschea di Via Quaranta con un ordigno artigianale. Ad Abbiategrasso il centro islamico “Alif Baa” subisce tre attacchi in due settimane con ordigni incendiari e molotov. A Brescia vengono lanciate molotov contro una moschea nella notte di Ferragosto del 2007. A Padova, nel 2018, un uomo tenta di incendiare il centro islamico “La Saggezza”. Viene identificato grazie a una tessera elettorale semi-bruciata lasciata sul posto. Nel 2024, a Montello, un uomo prova a incendiare un centro islamico pakistano lasciando scritte minacciose: “Montello non più moschee”.
Quanti episodi servono ancora perché smettano di essere definiti “casi isolati”?
Le teste di maiale davanti alle moschee
C’è poi un’altra immagine che attraversa vent’anni di islamofobia italiana: le teste di maiale lasciate davanti ai luoghi di culto musulmani. Succede a Colle di Val d’Elsa. Succede a Montebelluna ad Abano Terme, a Giugliano in Campania, a Cornuda.
Succede a Casalgrande.
Nel 2007, a Padova, esponenti della Lega Nord arrivano perfino a portare un maiale nell’area destinata alla costruzione di una moschea come forma simbolica di “contaminazione” del terreno. E qui bisogna fermarsi un attimo.
Perché quando l’umiliazione pubblica di una comunità religiosa diventa gesto politico e teatrale, non siamo più davanti a una provocazione folkloristica. Siamo dentro la normalizzazione dell’odio.
Corani bruciati e intimidazioni
Negli ultimi anni il caso più emblematico è probabilmente quello di Monfalcone. Monfalcone oggi è probabilmente il luogo dove il conflitto attorno alla presenza musulmana è diventato più apertamente politico e istituzionale.
La città è diventata il laboratorio italiano della tensione permanente attorno alla presenza musulmana. Nel 2023 il centro islamico Darus Salam riceve pagine del Corano bruciate. Nel 2024 arrivano nuove lettere intimidatorie con pagine del Corano sporche di escrementi e messaggi offensivi. Nel frattempo il dibattito pubblico continua a parlare quasi esclusivamente di “problema sicurezza”.
Ma quando pregare diventa sospetto, quando il luogo di culto viene trasformato in allarme politico, quando un testo sacro viene profanato per intimidire una comunità, allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Firenze, la strage dimenticata
Il 13 dicembre 2011 il simpatizzante dell’estrema destra Gianluca Casseri uccide due venditori senegalesi musulmani a Firenze e ne ferisce altri tre.
Nel 2018, a Macerata, Luca Traini spara contro migranti africani per strada compiendo il saluto fascista al momento dell’arresto. Nello stesso anno, a Firenze, viene ucciso il venditore senegalese musulmano Idy Diene.
Eppure, ogni volta, il dibattito italiano sembra ripartire da zero. Come se mancasse sempre il contesto. Come se questi episodi non appartenessero a una stessa storia.
Il grande equivoco
Denunciare l’islamofobia non significa negare l’antisemitismo. Ed è esattamente qui che il dibattito italiano continua a deragliare. Perché il punto non è stabilire quale odio sia più grave o più legittimo. Il punto è comprendere che ogni volta che una minoranza viene trasformata in minaccia collettiva, la democrazia si indebolisce.
L’antisemitismo esiste. L’islamofobia esiste.
E possono perfino alimentarsi nello stesso clima di radicalizzazione identitaria e polarizzazione permanente. Negare uno dei due fenomeni non rafforza la lotta contro l’altro. La indebolisce.
La verità è che l’islamofobia è diventata così normale nel paesaggio europeo da risultare spesso invisibile. È nelle campagne contro le moschee. Nel sospetto automatico verso il velo. Nella continua associazione tra Islam e minaccia. Nelle parole come “invasione”, “sostituzione”, “islamizzazione”. Negli incendi. Nelle teste di maiale. Nei Corani bruciati.Nei morti dimenticati. E forse il problema più grave non è nemmeno l’odio esplicito. È l’assuefazione.
La politica e l’islamofobia normalizzata
E poi c’è la politica. Perché sarebbe ipocrita raccontare l’islamofobia italiana senza parlare anche di come venga alimentata quotidianamente da anni di propaganda costruita attorno all’Islam come problema pubblico. Dalle campagne contro le moschee alle manifestazioni contro il velo islamico, fino alla continua associazione tra sicurezza, immigrazione e presenza musulmana, una parte della politica italiana ha trasformato l’Islam in un bersaglio permanente del consenso elettorale. La Lega è stata tra i principali protagonisti di questa strategia comunicativa.
E il caso esploso nelle ultime settimane a Vigevano lo dimostra perfettamente. Due candidati musulmani inseriti nelle liste locali della Lega - tra cui una giovane donna con il velo - sono diventati immediatamente un problema politico nazionale per il partito.
Matteo Salvini ha preso pubblicamente le distanze dichiarando: “Non rappresentano la Lega”.E ancora: “Non puoi fare un volantino in arabo inneggiando ad Allah o fare un volantino col velo, quella è un’altra storia.”
Il messaggio politico è chiarissimo. Il problema non è più soltanto il musulmano straniero.
Il problema diventa il musulmano visibile che entra nello spazio pubblico senza nascondere la propria identità religiosa, che smette di essere invisibile e rivendica cittadinanza politica.
Ed è qui che l’islamofobia contemporanea mostra il suo volto più profondo: non la paura dell’estremismo, ma il rifiuto della piena legittimità pubblica del musulmano.
L’islamofobia italiana - a parte quella inquietante testimoniata dagli stessi commenti liberi nelle piattaforme del web e dei social, basta guardare le mie stesse pagine social per rendersene conto - non si presenta quasi mai con una sola faccia. Raramente dice apertamente: “odio i musulmani”.
Più spesso dice: “non siamo contro la religione, ma contro l’abusivismo”; “non siamo razzisti, ma difendiamo la sicurezza”; “non è discriminazione, è integrazione”; “non è odio, è laicità”. Ma quando una comunità viene descritta come minaccia, quando i suoi luoghi di culto vengono trattati come anomalie, quando il velo diventa ossessione politica, quando il Corano bruciato arriva per posta, quando pregare diventa un problema di ordine pubblico, allora non siamo più davanti a singoli episodi. Siamo davanti a un clima.
E quel clima ha un nome: islamofobia.




