Quando l’Italia parlava (anche) arabo
Di Fabrizio Ciocca
Per alcuni politici italiani, insegnare l’arabo nelle scuole sarebbe il primo passo verso l’islamizzazione del Paese. Eppure c’è stato un tempo in cui l’arabo era già una delle lingue dell’Italia.
Si parlava nei mercati di Palermo, nei palazzi dell’amministrazione siciliana, nelle botteghe degli artigiani e nelle corti dei sovrani che governavano il Mediterraneo. Era la lingua dei commerci, della scienza, della poesia e dell’agricoltura. Una lingua che per secoli ha contribuito a plasmare il volto di una parte importante della penisola.
Eppure questa storia è oggi poco conosciuta.
Lo scorso gennaio il liceo Montale di Roma, durante il proprio open day, ha presentato agli studenti la possibilità di studiare, tra le lingue extraeuropee, anche il cinese e l’arabo. Una scelta che riflette la realtà di un mondo sempre più interconnesso e competitivo. Insieme, infatti, queste due lingue sono parlate da quasi 1,8 miliardi di persone, oltre un quinto della popolazione mondiale.
L’iniziativa ha però suscitato polemiche. Alcuni commentatori e rappresentanti politici hanno sostenuto che introdurre l’arabo nelle scuole significherebbe favorire una presunta “islamizzazione” dell’Italia. Nei giorni successivi un deputato della Lega ha persino presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti sull’offerta formativa dell’istituto.
La polemica rivela però un paradosso: chi considera l’arabo una lingua estranea alla storia italiana spesso ignora che per secoli esso fu parte integrante del paesaggio culturale della penisola.
La Sicilia araba
La presenza musulmana in Sicilia iniziò nell’827 e trasformò profondamente l’isola. Palermo, allora una città periferica dell’eredità bizantina, divenne in pochi decenni una delle più importanti metropoli del Mediterraneo.
Le cronache dell’epoca raccontano una città attraversata da mercanti provenienti da ogni sponda del mare, ricca di giardini irrigati, mercati, biblioteche e luoghi di studio. Le acque venivano canalizzate attraverso sistemi innovativi, mentre nuove tecniche agricole permettevano di aumentare la produttività delle campagne.
Gli arabo-musulmani introdussero o diffusero colture che avrebbero segnato la storia agricola dell’isola e svilupparono sofisticati sistemi di irrigazione e gestione delle risorse idriche. L’agricoltura siciliana conobbe una stagione di straordinaria prosperità e la Sicilia si inserì pienamente nelle grandi reti commerciali del Mediterraneo.
L’arabo divenne la lingua dell’amministrazione, dei commerci e della cultura. Geografi, medici, matematici e poeti provenienti dal mondo islamico contribuirono alla crescita di un ambiente intellettuale vivace e cosmopolita.
Studiosi come Ibn Hawqal e Al-Idrisi descrissero una terra prospera, attraversata da scambi economici e culturali continui, dove tradizioni differenti si incontravano e si influenzavano reciprocamente.
L’eredità arabo-normanna
Quando i Normanni completarono la conquista della Sicilia nel 1091, non cancellarono il patrimonio culturale lasciato dai loro predecessori.
Al contrario, ne assorbirono gran parte del sapere tecnico, artistico e amministrativo.
Nacque così una delle più straordinarie sintesi culturali del Medioevo europeo: la civiltà arabo-normanna.
L’esempio più celebre è la Cappella Palatina di Palermo, fatta costruire da Ruggero II nel XII secolo. Al suo interno convivono mosaici bizantini, architettura latina e decorazioni lignee di tradizione islamica, arricchite da iscrizioni arabe e raffinati motivi geometrici.
Lo stesso dialogo tra culture emerge in molti altri edifici della Sicilia medievale, dalla Chiesa di San Cataldo ai palazzi reali della capitale. Non è un caso che oggi il percorso arabo-normanno di Palermo, Monreale e Cefalù sia riconosciuto come patrimonio mondiale UNESCO.
Queste opere testimoniano che il Mediterraneo non fu soltanto luogo di guerre e scontri religiosi, ma anche spazio di cooperazione, contaminazione culturale e trasmissione di conoscenze.
Un rapporto che non finì con il Medioevo
La presenza araba e musulmana non scomparve improvvisamente dalla storia italiana con la fine del dominio islamico in Sicilia.
Tra il XVI e il XVII secolo, mentre Venezia e l’Impero Ottomano si contendevano il controllo del Mediterraneo, migliaia di musulmani nordafricani arrivarono nella penisola come prigionieri di guerra o schiavi.
Lo storico Salvatore Bono ha stimato che in età moderna gli schiavi musulmani presenti in Italia fossero tra i 40.000 e i 50.000.
Lo scontro tra Venezia e Impero Ottomano portò schiavitù in entrambe le sponde.
Napoli ne ospitava migliaia. Comunità musulmane erano presenti anche in Sicilia, a Livorno, Genova, Roma e Civitavecchia. Alcuni lavoravano nelle galere, altri come artigiani, commercianti o domestici.
In diverse città furono persino concessi spazi destinati alla sepoltura e alla pratica religiosa islamica. Un dettaglio storico che oggi sorprende, considerando quanto il tema delle moschee e dei cimiteri islamici continui ad alimentare il dibattito pubblico.
Le deportazioni dei libici
Il rapporto tra Italia e mondo arabo continuò anche in epoca contemporanea.
Dopo la guerra italo-turca del 1911 e la conquista della Libia, migliaia di libici furono deportati nelle isole italiane perché considerati ostili al nuovo dominio coloniale.
Secondo gli studi storici, oltre tremila persone furono trasferite tra le Tremiti, Ustica, Ponza, Favignana e Gaeta.
Molti italiani ignorano ancora oggi questa pagina della propria storia nazionale.
Luoghi che oggi evocano vacanze e turismo furono, poco più di un secolo fa, destinazione forzata di migliaia di deportati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo.
Le condizioni di vita nei luoghi di confino furono spesso durissime e suscitarono proteste e denunce anche all’epoca.
Una lingua del presente e della nostra storia
Tutto questo non significa ignorare le differenze che esistono tra le società contemporanee o le sfide poste dall’integrazione. Significa semplicemente riconoscere un dato storico: il rapporto tra Italia e mondo arabo non è una novità degli ultimi decenni.
L’arabo è oggi una delle lingue più parlate al mondo ed è ormai la terza lingua più diffusa in Italia. Ma è anche una lingua che ha lasciato tracce profonde nella storia del Mediterraneo e della stessa penisola italiana.
Per questo motivo, considerare il suo insegnamento come una minaccia all’identità nazionale significa dimenticare una parte importante della nostra memoria collettiva.
Studiare l’arabo non significa rinunciare alla propria identità. Al contrario, significa comprendere meglio il mondo contemporaneo e, forse, conoscere più a fondo anche la propria storia.
Perché l’Italia non è mai stata il prodotto di una sola cultura. È nata dall’incontro di popoli, lingue e civiltà differenti che nei secoli si sono intrecciate, scontrate e contaminate.
Anche per questo, conoscere l’arabo oggi non dovrebbe essere visto come un segno di islamizzazione, ma come una scelta culturale lungimirante. Uno strumento per leggere il presente e, allo stesso tempo, per riscoprire una parte dimenticata del nostro passato.





