Di Karima Moual
“Dove pregherà Fatima Ezzahra El Mansouri? Accanto al Re, come siamo abituati a vedere fare ai capi di governo uomini durante alcune cerimonie religiose, oppure dietro, insieme alle donne?”.
Può sembrare una domanda secondaria, persino una curiosità di protocollo. E invece è una delle domande che hanno cominciato a circolare in Marocco da quando il PAM, il Parti Authenticité et Modernité, è arrivato primo alle elezioni legislative del 23 settembre e il nome di El Mansouri è entrato con forza nella discussione sul prossimo capo del governo.
Perché quando una donna arriva per la prima volta a occupare l’unico vertice del potere politico marocchino rimasto fino a oggi esclusivamente maschile, non cambia soltanto il nome scritto sulla porta. Cambia la fotografia. Il posto in cui siede, quello in cui cammina, quello che occupa durante una cerimonia. Persino, appunto, il posto in cui prega.
Ecco perché l’eventuale nomina di Fatima Ezzahra El Mansouri alla guida del prossimo governo marocchino sarebbe molto più della scelta di una personalità politica. Sarebbe un messaggio.
Il PAM ha vinto le elezioni con 97 seggi su 395. Dietro sono arrivati il RNI, fermatosi a 66, l’Istiqlal a 65 e il PJD a 54. È un risultato che ridisegna gli equilibri della politica marocchina e mette il partito di El Mansouri al centro della costruzione della prossima maggioranza. Ma c’è un altro numero che pesa forse ancora di più dei 97 seggi: appena il 38 per cento circa degli elettori è andato a votare.
Più di sei marocchini su dieci sono rimasti a casa. Ed è impossibile ragionare sul nuovo governo senza partire anche da questo.
La Costituzione marocchina stabilisce che il Re nomini il capo del governo all’interno del partito arrivato primo alle elezioni, sulla base dei risultati. Non dice che debba essere necessariamente il leader del partito. La scelta dunque spetterà a Mohammed VI.
Ed è qui che la storia diventa interessante. Perché Fatima Ezzahra El Mansouri non è un’outsider. Non è la donna nuova arrivata improvvisamente a sconvolgere il vecchio sistema. È quasi il contrario. Il sistema lo conosce bene, perché lo attraversa da anni.
Avvocata, classe 1976, è stata eletta sindaca di Marrakech già nel 2009, prima donna a guidare una delle grandi città del Marocco, ed è tornata alla sua guida nel 2021. È stata parlamentare, è ministra dell’Aménagement du territoire, dell’Urbanisme, dell’Habitat e della Politique de la ville ed è una delle figure centrali della direzione del PAM. Durante questa campagna elettorale si è imposta ancora di più, accompagnando un partito che ha insistito sul rinnovamento delle candidature, sui giovani e su una maggiore presenza femminile.
Quando le hanno chiesto se fosse pronta a diventare capo del governo, però, non si è autocandidata. Ha rimesso la decisione nelle mani del Re. Se Mohammed VI decidesse di affidarle quella responsabilità, ha detto, sarebbe per lei un grande onore.
Una risposta molto marocchina. Ambizione senza rivendicazione. Disponibilità senza sfida. Riconoscimento pieno della prerogativa monarchica.
Ma ormai la domanda è stata posta. E in Marocco se ne discute apertamente.
Una parte della stampa marocchina in lingua araba ha raccontato in questi giorni una discussione che potrebbe apparire sorprendente a un osservatore europeo: se El Mansouri diventasse capo del governo, come verrebbe gestita la sua presenza nelle cerimonie religiose presiedute dal Re in qualità di Amir Al-Mouminine, Comandante dei Credenti?
La domanda racconta molto più del protocollo. Costituzionalmente non esiste un impedimento legato al sesso del capo del governo. La funzione è politica ed esecutiva, non religiosa. Ma la storia delle istituzioni non è fatta soltanto di Costituzioni. È fatta di consuetudini, simboli, rituali e immagini. E quelli che accompagnano il vertice del governo marocchino sono stati costruiti fino a oggi intorno a uomini.
Attenzione, però, a non confondere questa possibile prima volta con l’assenza delle donne dalla politica marocchina. Sarebbe una rappresentazione sbagliata del Paese. Le donne sono da tempo presenti nelle istituzioni, in Parlamento, nelle amministrazioni locali e nei governi, dove hanno ricoperto e ricoprono ministeri importanti: dall’Economia e Finanze alla Transizione energetica, dal Turismo alla Solidarietà. La stessa El Mansouri è ministra oltre che sindaca di Marrakech.
Non siamo quindi davanti alla scoperta della donna nella politica marocchina. La novità è il vertice. Nessuna donna ha mai guidato il governo del Regno. È questa ultima porta, molto più delle altre, che l’eventuale nomina di El Mansouri aprirebbe.
Per la prima volta una bambina marocchina potrebbe accendere la televisione e vedere una donna uscire da Palazzo Reale con l’incarico di formare il governo. Potrebbe vederla seduta in quella posizione nelle riunioni ufficiali, rappresentare il governo davanti al Re, parlare al Paese da capo dell’esecutivo. Potrebbe semplicemente abituarsi all’idea che quel posto può essere occupato anche da una donna. Non è poco.
Sarebbe però sbagliato trasformare El Mansouri nella rappresentante di una rivoluzione contro il sistema. Non lo è. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più interessante. La sua eventuale nomina rappresenterebbe una rottura simbolica enorme prodotta dentro la continuità istituzionale marocchina, non contro di essa.
El Mansouri è una donna di potere. È interna alle istituzioni, alla maggioranza uscente e alla classe dirigente del Paese. Il PAM stesso ha partecipato al governo che gli elettori hanno appena giudicato. Una donna capo del governo non cancellerebbe tutto questo, né cancellerebbe le contraddizioni della politica marocchina.
Perché il problema più urgente uscito dalle urne del 23 settembre non riguarda soltanto chi governerà. Riguarda anche chi non ha votato. Un’affluenza intorno al 38 per cento significa che la grande maggioranza degli aventi diritto non ha partecipato alla scelta. E dentro quella distanza dalla politica c’è anche una generazione.
Lo abbiamo visto nel disagio sociale, nelle proteste, nelle partenze e nel desiderio di partire. Lo abbiamo visto nelle immagini dei giovani che guardano l’altra sponda del Mediterraneo come se la possibilità di costruirsi una vita cominciasse necessariamente altrove. Lo abbiamo visto anche a Ceuta. Ridurre tutto questo all’astensione sarebbe sbagliato. Ma ignorare il filo che collega sfiducia, assenza di prospettive e disaffezione politica sarebbe altrettanto miope.
C’è poi un’altra fotografia uscita dalle stesse urne che rende l’ipotesi El Mansouri ancora più interessante: il ritorno del PJD. Il Parti de la Justice et du Développement, il partito islamista precipitato nel 2021 dopo dieci anni alla guida del governo, è tornato con 54 seggi e si prepara nuovamente a occupare uno spazio importante nell’opposizione. E con il PJD è tornato soprattutto Abdelilah Benkirane.
La sua è stata una campagna fortemente personalizzata e combattiva, durante la quale le questioni della famiglia, della morale e del ruolo delle donne sono tornate ripetutamente nel suo discorso politico. Alcune sue dichiarazioni hanno suscitato polemiche e accuse di sessismo e di una visione poco egualitaria dei rapporti tra uomini e donne.
Naturalmente non possiamo sostenere che Mohammed VI sceglierebbe El Mansouri per mandare un messaggio agli islamisti: significherebbe attribuirgli un’intenzione che non conosciamo. Ma il significato politico della coincidenza sarebbe difficile da ignorare. Mentre l’islamismo politico torna all’opposizione anche attraverso un discorso fortemente conservatore sulla famiglia e sui rapporti tra uomini e donne, il Marocco potrebbe ritrovarsi per la prima volta con una donna alla guida del governo.
Non uno slogan contro il PJD. Un fatto. E a volte un fatto politico parla molto più forte di cento discorsi sull’uguaglianza.
Tutto questo accade mentre il Marocco si avvicina a un appuntamento gigantesco con la propria immagine. Il 2030 non sarà soltanto il Mondiale. Sarà una vetrina.
Infrastrutture, turismo, investimenti, grandi opere, modernizzazione delle città: il Paese sta accelerando la trasformazione materiale con cui vuole presentarsi al mondo. Ma esiste anche un’infrastruttura immateriale. È l’immagine che una società costruisce di se stessa.
Un Marocco che nel 2030 si presentasse al mondo con una donna alla guida del governo produrrebbe un messaggio potentissimo, soprattutto in un momento in cui il Paese sta affrontando anche il delicato cantiere della riforma della Moudawana e continua a discutere del posto delle donne nella società.
E avrebbe una forza particolare anche fuori dai confini marocchini. Nel mondo arabo, in Africa, nel Mediterraneo. Una donna musulmana, sindaca di Marrakech, ministra e dirigente del partito arrivato primo alle elezioni che diventa capo del governo di una delle monarchie più antiche del mondo arabo.
La fotografia farebbe il giro del mondo.
Ma proprio per questo bisogna evitare l’equivoco più facile. Una donna alla guida del governo non rende automaticamente moderna una società. Non rende automaticamente efficace un governo. Non restituisce automaticamente fiducia alla politica. E soprattutto non risponde, da sola, alla domanda che arriva da quella parte enorme della popolazione che alle elezioni non si è presentata.
Se dietro la fotografia non arrivassero politiche capaci di parlare di lavoro, salari, sanità, scuola, mobilità sociale, territori dimenticati e possibilità concrete di costruire il proprio futuro in Marocco, l’effetto novità potrebbe consumarsi rapidamente.
I simboli sono potenti. Ma proprio perché lo sono devono essere riempiti di contenuto.
Ed è forse questa la sfida più interessante che una eventuale El Mansouri capo del governo avrebbe davanti: dimostrare che essere la prima non è il punto di arrivo. È il punto di partenza.
Perché c’è una differenza enorme tra mettere una donna al vertice e cambiare la condizione delle donne. Tra mostrare un volto nuovo e cambiare il rapporto tra cittadini e politica. Tra modernizzare l’immagine del potere e modernizzare il potere.
Eppure sarebbe sbagliato, per paura della retorica, sottovalutare il valore dell’immagine. Le società cambiano anche attraverso ciò che improvvisamente diventa possibile vedere. Ci sono porte che, una volta aperte, difficilmente possono essere richiuse.
Naturalmente Fatima Ezzahra El Mansouri non è l’unico nome sul tavolo. Nel dibattito marocchino circola con forza anche quello di Fouzi Lekjaa e sarà Mohammed VI a compiere la scelta prevista dalla Costituzione. El Mansouri stessa ha evitato di trasformare il dopo voto in una battaglia personale per la primatura.
Per questo oggi non sappiamo se sarà lei. Ma possiamo già sapere cosa significherebbe se lo fosse.
In una fase nella quale la politica marocchina deve riconquistare soprattutto credibilità, una scelta del genere avrebbe la capacità immediata di sorprendere il Paese. Non risolverebbe i problemi del Marocco. Ma direbbe qualcosa sul Marocco che vuole diventare.
E forse proprio in un momento in cui tanti giovani sembrano aver smesso di aspettarsi qualcosa dalla politica, anche i messaggi contano. Non perché possano sostituire il cambiamento, ma perché a volte possono annunciarlo.
Se Mohammed VI scegliesse Fatima Ezzahra El Mansouri, la prima domanda potrebbe ancora essere quella che oggi qualcuno pone quasi provocatoriamente: dove pregherà una donna capo del governo?
Dopo qualche tempo, forse, quella domanda non interesserebbe più nessuno.
Ed è esattamente così che avvengono alcune delle rivoluzioni più profonde: quando ciò che ieri sembrava impossibile, domani diventa normale.



