Di Karima Moual
Squilibri. È una parola che fa pensare immediatamente all’immigrazione.
Forse perché da anni l’immigrazione viene raccontata proprio così: come qualcosa che arriva e rompe un ordine. Prima c’eravamo “noi”. Poi arrivano “loro”. E qualcosa si sposta. Cambiano i volti nelle strade, le lingue sugli autobus, i nomi sul registro di scuola. Cambiano i negozi sotto casa, gli odori che escono dalle cucine, qualche volta perfino il modo di pregare. E ciò che cambia, quando non lo conosciamo, può fare paura.
Così una trasformazione diventa uno squilibrio. E lo squilibrio, lentamente, diventa una minaccia. È dentro questo passaggio che sono cresciute alcune delle parole più potenti e più inquietanti del nostro tempo: invasione, islamizzazione, sostituzione etnica. E oggi, sempre più spesso, remigrazione. Parole diverse per raccontare la stessa paura: eravamo noi, stanno arrivando loro, un giorno non saremo più noi.
Ma io vorrei provare a guardare la stessa fotografia rovesciandola. E se le migrazioni non fossero lo squilibrio? Se fossero piuttosto lo specchio nel quale diventano improvvisamente visibili squilibri che erano già lì? Perché gli specchi hanno questo difetto: non inventano quello che mostrano. Lo rendono impossibile da ignorare.
Il primo squilibrio, allora, è forse quello tra ciò che accade e ciò che raccontiamo. Faccio la giornalista e ho imparato ad avere rispetto, e qualche volta paura, delle parole. Perché le parole non si limitano a descrivere la realtà. Possono ingrandirla, deformarla, selezionarla. Possono illuminare una parte e lasciare tutto il resto al buio.
Pensiamo all’immigrazione. Invasione. Emergenza. Clandestini. Maranza. Islamizzazione. Sostituzione etnica. Remigrazione. Poi arriviamo alla scuola. Gli “italiani in minoranza”. I bambini “stranieri”. Il burqa nelle scuole. Il Governo Meloni ci fa anche una leggere e ci trascina a dibatterne per una settimana come fosse realmente la nostra più grande emergenza nazionale.
E allora io torno sempre alla stessa ostinazione, forse professionale: quanti? Quanti sono? Dove sono? Di che cosa stiamo parlando? Dove finisce il fatto e dove comincia la sua rappresentazione?
Perché una democrazia dovrebbe discutere dei problemi reali. Non delle paure costruite intorno ai problemi. E questo non significa affatto dire che nell’immigrazione non esistano problemi. Esistono. Esistono problemi di integrazione e di sicurezza di marginalità e criminalità. Esistono quartieri nei quali povertà, abbandono e immigrazione si sovrappongono fino a diventare quasi indistinguibili. Esistono ragazzi che commettono reati, famiglie che fanno fatica a trovare il proprio posto, scuole lasciate troppo sole davanti a trasformazioni enormi. Negarlo sarebbe non soltanto sbagliato. Sarebbe un regalo a chi su quei problemi costruisce propaganda.
Ma c’è una distanza enorme tra riconoscere un problema e trasformarlo nel destino collettivo di milioni di persone. Io non voglio negare i problemi dell’immigrazione. Voglio chiamarli con il loro nome. E voglio contarli. Perché qualche volta basta contare per accorgersi che la storia è diversa da come ce l’hanno raccontata.
Prendiamo l’Italia. Al 1° gennaio 2026 vivono nel nostro Paese circa 5 milioni e 560 mila cittadini stranieri. Sono il 9,4 per cento della popolazione residente. Tanti. Una presenza ormai strutturale. Ma mentre guardiamo loro arrivare, quasi senza accorgercene, noi stiamo diminuendo.
Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini. Sono morte circa 652 mila persone. Quasi trecentomila persone in meno per saldo naturale. Nello stesso anno il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per circa 296 mila persone. Meno 296 mila. Più 296 mila. Due numeri messi uno accanto all’altro raccontano forse meglio di tante discussioni televisive l’Italia di oggi. Da una parte le culle che si svuotano. Dall’altra le persone che arrivano. Da una parte un Paese che invecchia. Dall’altra una società che prova, anche attraverso le migrazioni, a restare numericamente in piedi.
E allora torno alla domanda iniziale. Qual è lo squilibrio? Sono gli immigrati che arrivano? O è un Paese nel quale nascono sempre meno bambini? La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. E secondo le previsioni Istat la popolazione italiana, oggi intorno ai 59 milioni, potrebbe scendere a circa 55 milioni entro il 2050. Possiamo discutere di immigrazione quanto vogliamo. Ma non possiamo farlo fingendo che la demografia sia un’altra storia. È la stessa storia.
E c’è un altro pezzo di questa storia che raccontiamo molto meno. Mentre alcuni arrivano, altri partono. Sono italiani. Anche tra i naturalizzati, i figli degli immigrati con la cittadinanza Italiana. Nel 2025 il saldo migratorio dei cittadini italiani è stato negativo per circa 53 mila persone.
E se dal Paese scendiamo verso Sud, questo squilibrio assume un volto ancora più doloroso. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Circa 122 mila sono andati verso il Centro-Nord, altri 28 mila rappresentano il saldo negativo con l’estero.
Centocinquantamila giovani laureati. Proviamo per un momento a non considerarli una statistica. Sono camere che rimangono vuote nelle case dei genitori. Sono madri che aspettano una telefonata la sera. Sono treni presi con una valigia. Sono lauree pagate da famiglie e territori che poi vedono partire proprio le persone sulle quali avevano investito.
Parliamo moltissimo dei giovani stranieri che arrivano ma parliamo molto meno dei giovani italiani che se ne vanno. Forse perché abbiamo imparato a considerare l’arrivo uno scandalo e la partenza una normalità. E invece sono entrambi movimenti che raccontano un Paese. Entrambi raccontano uno squilibrio.
Poi c’è il lavoro. Abbiamo bisogno degli immigrati. Non è uno slogan. È già la realtà. Nel 2025 gli stranieri rappresentavano circa l’11 per cento degli occupati in Italia. Sono nei campi e nei cantieri, nella logistica e nella ristorazione. Entrano nelle nostre case per occuparsi dei nostri anziani, mentre noi lavoriamo e mentre il nostro Paese invecchia.
Abbiamo imparato ad aver bisogno delle loro mani. Molto meno della loro presenza. È come se dicessimo: le vostre braccia sì, voi ancora non sappiamo. E forse uno dei grandi nodi dell’immigrazione italiana è tutto qui.
Perché prima o poi il lavoratore torna a essere una persona. Si innamora. Si sposa. Fa figli. Compra una casa. Manda un bambino a scuola. Invecchia. Resta. Ed è a quel punto che comincia la parola più abusata di tutte: integrazione.
“Deve imparare l’italiano. Deve integrarsi. Deve conoscere la nostra cultura.” Sono richieste legittime. Anch’io penso che conoscere la lingua del Paese nel quale si vive sia fondamentale. Ma ogni volta che sento pronunciare queste frasi penso a mio padre.
Mio padre si chiama Mohamed. È arrivato in Italia da adulto. Aveva studiato fino alla quinta elementare. Nessuno lo ha preso per mano per insegnargli l’italiano. Nessun percorso strutturato. Nessuna grande politica di integrazione. Ha imparato lavorando, ascoltando, ripetendo e sbagliando. Ha costruito il suo italiano come si costruiscono certe case povere: un pezzo alla volta, con quello che si trova.
Dopo più di quarant’anni in Italia il suo vocabolario non è quello di una persona che ha studiato qui. Alcune parole le pronuncia ancora male. Anzi malissimo. Altre forse non le conoscerà mai. Eppure l’Italia gli è entrata dentro in un modo che nessun test linguistico saprebbe misurare.
Qualche tempo fa eravamo insieme in un mercato a Casablanca. Mio padre si avvicina a un uomo marocchino. «Mi scusi, che ore sono?». L’uomo lo guarda senza capire. Io guardo mio padre. «Papà, siamo a Casablanca. Stai parlando italiano a un marocchino». Abbiamo riso.
Ma ogni volta che ripenso a quella scena mi commuove qualcosa. Perché mio padre magari non parlerà mai un italiano perfetto. Eppure dopo quarantacinque anni trascorsi in questo Paese, quando per un istante dimentica dove si trova, la lingua che gli viene spontanea è quella dell’emigrazione.
Forse l’integrazione è anche questo. Un Paese che entra dentro di te senza chiederti il permesso.
E allora sì, chiediamo agli immigrati di imparare l’italiano. Chiediamo il rispetto delle leggi. Chiediamo responsabilità. Ma abbiamo anche il coraggio di fare l’altra domanda: noi, cosa abbiamo fatto perché potessero integrarsi?
Perché non si può chiedere per decenni “integratevi” e poi lasciare che l’integrazione avvenga per caso. Servono corsi di lingua, scuola, formazione professionale, casa, mobilità sociale, luoghi nei quali le persone possano incontrarsi. Servono politiche per gli adulti e non soltanto per i bambini.
Per troppo tempo abbiamo trasformato l’integrazione in un esame che l’immigrato deve superare, dimenticando che anche la società che accoglie ha dei compiti. E qui compare un altro squilibrio: la distanza tra ciò che pretendiamo dagli immigrati e ciò che siamo disposti a investire perché quelle pretese diventino possibili.
Ma c’è una domanda ancora più profonda. Quando finisce l’immigrazione?
Io sono arrivata in Italia da bambina. Sono cresciuta qui. Ho studiato qui. Sono diventata giornalista qui. Sono cittadina italiana. I miei figli appartengono a questa società. Quanto deve durare un viaggio perché qualcuno smetta finalmente di essere considerato arrivato?
Una generazione? Due? Tre? Una bambina nata a Brescia da genitori marocchini è ancora “immigrata”? E suo figlio? E il figlio di suo figlio?
C’è un momento nel quale dovremo decidere se stiamo ancora parlando di immigrazione oppure se stiamo parlando di italiani ai quali continuiamo a chiedere da dove vengono.
La scuola è il luogo nel quale questa contraddizione diventa più evidente. Quando sento dire che in alcune classi “gli italiani sono diventati minoranza”, mi fermo sempre su quella parola: italiani. Chi sono gli italiani? Quelli con cittadinanza italiana? Quelli nati in Italia? Quelli con genitori italiani? Quelli bianchi? Quelli cristiani?
Un bambino può avere genitori egiziani, essere nato a Milano, parlare italiano come prima lingua, conoscere soltanto la scuola italiana, tifare per la Roma o per l’Inter, sognare in italiano. Eppure basta il cognome perché, nella nostra testa, torni dall’altra parte della linea. Noi. Loro.
Forse il problema non è soltanto chi entra nel Paese. È anche chi siamo disposti a far entrare nel nostro “noi”.
E questa non è soltanto una questione italiana. È la grande questione europea.
Dal 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. L’Europa prova, con tutte le contraddizioni e le difficoltà del caso, a costruire una gestione comune di un fenomeno che comune lo è già, perché le migrazioni non conoscono la geometria politica dei nostri confini.
Eppure continuiamo a utilizzare quasi sempre la stessa parola: emergenza.
Nel maggio 2026 le prime domande d’asilo nell’Unione europea sono state 42.525, il 22 per cento in meno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questo non significa che non esista un problema migratorio. Non significa che non esistano crisi, frontiere difficili, irregolarità, trafficanti, morti nel Mediterraneo. Significa però che dovremmo chiederci perché un fenomeno strutturale continui a essere raccontato quasi esclusivamente attraverso il vocabolario dell’eccezione.
Un’emergenza dovrebbe cominciare e finire. Le migrazioni no. Esistevano prima di noi e probabilmente esisteranno dopo di noi.
E allora perché la paura funziona così bene?
Qui bisogna avere il coraggio di non rifugiarsi nelle risposte facili, nemmeno dalla parte opposta. Non basta dire che le persone sono razziste. Un quartiere può cambiare troppo rapidamente. Una scuola può trovarsi in difficoltà. Una persona può sentirsi insicura. Un lavoratore può temere la concorrenza. Una comunità può guardarsi intorno e non riconoscere più alcuni dei propri riferimenti.
La paura non nasce necessariamente dal nulla. Può avere radici in un disagio reale, in un quartiere che cambia troppo in fretta, in una scuola lasciata sola, nella precarietà di un lavoro, nella sensazione di non riconoscere più il mondo intorno a sé. Il punto è ciò che accade dopo, quando a inquietudini diverse e complesse viene offerta una risposta unica e rassicurante nella sua semplicità: l’immigrato. Diventa il volto sul quale far convergere paure che spesso hanno origini molto più lontane da lui. E così problemi economici, disuguaglianze, abbandono delle periferie, fragilità dei servizi e trasformazioni sociali finiscono per avere un solo nome e un solo colpevole. È forse questa la forza più antica del capro espiatorio: non risolve la complessità, la nasconde dietro un volto.
Ed è precisamente in quello spazio che attecchiscono teorie come la sostituzione etnica. Prendono una trasformazione reale e la trasformano in un complotto. Prendono un disagio e gli danno un volto. Prendono una paura e le indicano un colpevole.
Il compito della politica e del giornalismo dovrebbe essere più difficile: ascoltare la paura senza adorarla. Riconoscere i problemi senza trasformarli in propaganda.
E oggi c’è una parola che racconta perfettamente l’illusione di poter cancellare la complessità: remigrazione.
Dietro quella parola c’è un desiderio quasi nostalgico. Tornare indietro. Ripristinare l’equilibrio. Ricostruire una società culturalmente omogenea. Ma tornare dove? A quale anno? A quale Italia?
Le società europee non sono mai state immobili. Sono state attraversate da guerre, migrazioni, commerci, imperi, minoranze, confini che si spostavano, persone che partivano e persone che arrivavano.
E l’Italia dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Siamo stati per oltre un secolo un Paese di emigranti. Abbiamo lasciato valigie nelle stazioni, fotografie nelle case, cognomi italiani dall’Argentina all’Australia. Poi siamo diventati un Paese di immigrazione. La storia ha semplicemente cambiato direzione.
Per questo forse la domanda non è: come torniamo all’equilibrio di prima? Perché quell’equilibrio, forse, non è mai esistito.
La domanda è molto più difficile: come costruiamo un equilibrio nuovo?
Non credo alla favola secondo cui l’immigrazione sarebbe soltanto una ricchezza. Le migrazioni cambiano le società. E i cambiamenti producono anche attriti, conflitti, paure. Vanno governati.
Servono regole, frontiere governate. Bisogna sapere chi entra e chi non ha diritto di restare deve poter essere rimpatriato nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali. La criminalità va combattuta indipendentemente dal passaporto di chi la commette.
Ma mentre discutiamo di chi può entrare dobbiamo avere il coraggio di guardare anche chi è già entrato nelle nostre vite.
Milioni di persone di origine straniera sono qui. Lavorano, pagano le tasse, portano i figli a scuola, aprono un negozio, Comprano una casa, si innamorano, si sposano, divorziano, invecchiano, fanno figli. Diventano italiani.
Nel solo 2025 circa 196 mila cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana. Ogni volta che accade, sulla carta una persona attraversa il confine tra “loro” e “noi”. Ma nella vita quel confine era probabilmente stato attraversato molto tempo prima.
E forse è proprio questo che una parte dell’Europa fatica ad accettare: il “noi” non è una fotografia. È una storia. E le storie cambiano mentre vengono vissute.
Torniamo allora alla parola da cui siamo partiti. Squilibri.
Sì, l’immigrazione racconta degli squilibri. Ma forse non quelli che pensavamo. Racconta lo squilibrio demografico di un Paese nel quale le culle si svuotano. Racconta lo squilibrio territoriale di un Mezzogiorno che vede partire i propri giovani. Racconta lo squilibrio economico di un Paese che ha bisogno delle braccia degli immigrati ma non sa ancora bene cosa fare delle loro vite. Racconta lo squilibrio dell’integrazione, quando pretendiamo dagli altri ciò che non abbiamo dato loro gli strumenti per raggiungere. Racconta lo squilibrio tra la realtà e la paura.
E forse, più di tutto, racconta il nostro squilibrio identitario: continuiamo a cercare un’Italia immobile mentre l’Italia, sotto i nostri occhi, è già diventata altro.
Non necessariamente migliore. Non necessariamente peggiore. Diversa.
Forse allora la sfida del nostro tempo non è ristabilire un equilibrio perduto. È imparare a costruirne uno che ancora non conosciamo. Trovare il modo di stare dentro il cambiamento senza averne paura. Conservare senza chiudersi, cambiare senza cancellarsi. Perché anche l’identità di un Paese, come quella delle persone, non è qualcosa che resta immobile: porta con sé ciò che è stato e intanto, quasi senza accorgersene, diventa altro.
Io stessa sono dentro questa storia.
Sono la figlia di Mohamed e Khadija, un uomo e una donna arrivati dal Marocco che hanno imparato l’italiano lavorando e che, dopo una vita trascorsa in Italia, possono ritrovarsi in un mercato di Casablanca a parlare italiano a un marocchino senza nemmeno accorgersene.
Sono arrivata in Italia da bambina. Oggi ci sono anche io a raccontare questo Paese.
E non penso di essere un’eccezione riuscita dell’immigrazione. Sono semplicemente una delle tante conseguenze normali di una società che cambia.
Mio padre, a Casablanca, continuerà forse a chiedere l’ora in italiano. E io continuerò a pensare che, in fondo, le migrazioni sono anche questo: partire da un luogo, arrivare in un altro e, dopo molti anni, scoprire che i confini si sono spostati anche dentro di noi. Forse il nuovo equilibrio comincia proprio lì: quando smettiamo di domandarci chi appartiene a chi e cominciamo a riconoscere ciò che siamo diventati insieme.
Questa riflessione nasce da “Squilibri”, il titolo scelto per l’edizione 2026 dei Colloqui di Martina Franca.



