Una guerra senza strategia
Tra contraddizioni, propaganda e assenza di un “day after”, il conflitto israelo-americano contro Teheran rischia di produrre esattamente ciò che dice di voler evitare
Di Lorenzo Forlani
L’aggressione israelo-statunitense all’Iran è entrata nella sua quarta settimana. Se in un certo senso le infantili e quasi caricaturali dichiarazioni di personaggi come Pete Hegseth - tra le altre, “non abbiamo mai voluto condurre una guerra leale, e questa non lo è. Li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che deve essere” - o dello stesso Trump appaiono talvolta sufficienti a farsi un’idea di cosa stia accadendo e chi siano gli attori in ballo, in un altro senso non è forse mai stato così complicato comprendere la logica degli eventi in corso. Le ragioni, interconnesse, sono essenzialmente tre.
Le contraddizioni di una guerra a motivazione variabile
La prima è la lucente incoerenza sulle ragioni di questa guerra, presentata dagli Stati Uniti - che pochi mesi prima avevano dichiarato di aver “obliterato il programma nucleare iraniano” - come un’operazione per impedire all’Iran di ottenere la bomba atomica, in conflitto sia con le negoziazioni che erano in corso in Oman tra Teheran e Washington, sia con le valutazioni dell’Aiea e della stessa Cia, che attraverso Tulsi Gabbard ha ribadito che Teheran non fosse in alcun modo in procinto di ottenere un ordigno nucleare; la seconda è l’assenza di un vero piano per la fine della guerra ed il suo day after, o meglio la ambigua biforcazione tra obiettivi massimalisti israeliani - cioè il regime change in Iran, nonché la propria rinnovata egemonia regionale - e la confusione strategica americana; la terza è la crescente ed ormai parossistica instabilità emotiva - condita dalla assenza di una dottrina strategica - di Donald Trump.
Solo le ultime 72 ore sono pregne di segnali ed avvenimenti contraddittori, nonché poco rassicuranti. In ordine:
- il bombardamento del giacimento di South Pars, cioè la porzione iraniana del più grande giacimento di gas al mondo, a cui l’Iran ha risposto prendendo di mira nuovamente la raffineria israeliana Bazan, ad Haifa;
- il nuovo bombardamento israeliano sul sito nucleare di Natanz, a cui Teheran ha risposto bombardando Arad e Dimona (dove si troverebbe il programma nucleare israeliano occulto), nel sud di Israele, provocando danni ingenti e centinaia di feriti; il lancio di due missili balistici iraniani - intercettati - verso la base militare Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a quasi 4000 km dall’Iran, che getta una nuova luce sulla loro gittata massima, finora valutata dagli analisti come inferiore ai 2000 km;
- il trasferimento di batterie missilistiche americane dall’Asia orientale a quella occidentale, oltre che di migliaia di soldati, nell’ipotesi di operazioni di terra sull’isola di Kharg (da cui passa la quasi totalità del greggio iraniano per l’export) o sulle coste meridionali iraniane;
- l’ultimatum di Trump all’Iran, secondo cui gli Stati Uniti “bombarderanno tutte le centrali elettriche del paese” se Teheran non procederà entro 48 ore alla riapertura effettiva dello Stretto di Hormuz, accompagnate da contemporanei annunci di segno opposto, volti cioè a sollecitare i paesi europei ad inviare le loro navi da guerra per “forzare”, al posto degli Stati Uniti, questa riapertura, e accolti da Teheran con la speculare minaccia - in caso di strikes sulle sue centrali elettriche - di bombardamento delle centrali elettriche e degli impianti di desalinizzazione sia in Israele che nei paesi del Golfo.
Negoziati evocati, smentiti, riaperti
Nelle ultime 48 ore:
- la pubblicazione, da parte iraniana, di sei ambiziose condizioni per porre fine alla guerra, cioè l’assicurazione legale di non essere attaccata di nuovo, la chiusura delle basi americane in medioriente, il pagamento di riparazioni da parte di Stati Uniti e Israele, la fine delle operazioni militari in tutta la regione, un nuovo accordo quadro per la gestione dello Stretto di Hormuz ed il perseguimento legale di soggetti “legati a media ostili in Iran”;
- la sorprendente e per certi versi surreale rimozione di alcune sanzioni sul greggio iraniano da parte della stessa Washington, volta a contenere l’impatto del conflitto sul mercato energetico (il greggio da inizio conflitto ha segnato un +50% rispetto ad un anno fa) ma che con tutta evidenza comporta l’afflusso di capitali verso il regime che gli Stati Uniti dichiarano di voler abbattere;
- il tweet di ieri mattina - alla riapertura dei mercati azionari - da parte di Trump stesso, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum citato, nel quale il tycoon ha dichiarato di aver avuto negli ultimi due giorni “ottime e molto costruttive conversazioni con l’Iran per la fine delle ostilità in medioriente, in ragione delle quali ho istruito il Dipartimento della guerra di posticipare qualunque bombardamento delle centrali elettriche per un periodo di cinque giorni (cioè fino alla chiusura dei mercati azionari nel prossimo weekend, ndr)”. I colloqui, diretti e indiretti, sono stati smentiti da Teheran.
- le dichiarazioni di Trump nel primo pomeriggio di ieri, con cui il tycoon, per rispondere alla domanda su chi controllerà lo Stretto di Hormuz, afferma “saremo io l’ayatollah”, per poi aggiungere che, vista l’uccisione di una serie di personalità politiche e militari del regime iraniano, in Iran sarebbe già stato di fatto indotto un “regime change”. Questa affermazione autoreferenziale si scontra ovviamente con la realtà di un sistema stratificato e complesso, che come vediamo non crolla automaticamente con la morte di un certo numero di suoi rappresentanti “senior”, e nemmeno con quella della Guida Suprema.
Alzi la mano chi ha idea di cosa riservi il prossimo futuro.
Il punto di partenza dimenticato: i negoziati interrotti
E’ quanto mai necessario provare a mettere un po’ di ordine rispetto ad un conflitto che rischia non solo di non vedere la fine ma di produrre conseguenze via via più gravi per il mondo intero.
Partiamo dai (presunti) negoziati, che sarebbero la prosecuzione di quelli iniziati lo scorso giugno, interrotti bruscamente dal primo attacco israelo-americano all’Iran, e di quelli indiretti - sempre con la mediazione omanita - ugualmente interrotti da nuovi bombardamenti americani tre settimane fa. Non solo il consigliere britannico per la sicurezza nazionale, Jonathan Powell, ma soprattutto il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi - entrambi presenti ai colloqui - hanno affermato che prima degli improvvisi strikes american un accordo “era a portata di mano”, e che “questa guerra non è responsabilità dell’Iran”.
Non è forse un caso che a parlare così sia un ministro dell’unico paese del Golfo davvero neutrale in questo conflitto, lo stesso che aveva partecipato oltre dieci anni fa alla sigla dell’accordo JCPOA, poi deliberatamente abbandonato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato.
Il vero obiettivo: oltre il nucleare
L’Iran, questa volta, si era detta disponibile ad uno stop all’arricchimento dell’uranio ma è appunto evidente come questo non sia l’obiettivo americano, e tantomeno israeliano: se quello statunitense sembra essere una utopica “resa incondizionata” dell’Iran, e quello israeliano la fine del regime, i due alleati convergono sulla necessità di “demilitarizzare” de facto la Repubblica islamica. Non solo il deterrente nucleare, quindi, ma anche la fine del sostegno ai propri alleati (descritti come “proxies”) nella regione e lo smantellamento del programma missilistico.
La memoria storica che guida Teheran
Vale la pena ricordare che la Repubblica islamica, dalla sua nascita, non ha mai attaccato alcun paese per prima. Ai suoi albori, ha subito un’aggressione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, che ha dato luogo ad una guerra di 8 anni ed un milione di morti, durante la quale - al netto dello scandalo Iran-Contras - si è vista negare dall’intera comunità internazionale la fornitura dei mezzi per difendersi e per esercitare deterrenza.
E’ questo - oltre alla rivoluzione stessa - l’evento davvero “fondativo” della narrativa e della postura internazionale di Teheran, che negli anni novanta fa di necessità virtù ed inizia a sviluppare in casa questi mezzi: le difese antiaeree autoctone Bavar 373 e, soprattutto, il programma missilistico, nell’ambito della più ampia dottrina di “difesa asimmetrica”, col sostegno ai propri alleati regionali, in particolare Hezbollah in Libano, le milizie irachene e, a fasi alterne, Hamas e Jihad islamico in Palestina.
Le priorità e la retorica di Teheran
La logica della Repubblica islamica, che sin da quando ha visto la luce nel 1979 è stata oggetto delle esplicite ipotesi di “regime change” da parte di tutte le amministrazioni americane (che ne avevano già portato a termine uno nel 1953), e che si dichiara nemica dello Stato ebraico, è appunto quella, duplice, di dissuadere dall’essere attaccata (minacciando appunto ritorsioni asimmetriche) e di sostenere, direttamente o indirettamente, i movimenti politico-militari che combattono - con efficacia discutibile - l’occupazione israeliana.
Al netto della massiccia propaganda, che ha in parte “condito” le motivazioni di questi ultimi attacchi, l’Iran, in cui risiede ed ha un seggio in Parlamento la più numerosa comunità ebraica dell’Asia occidentale la di fuori di Israele, ha sempre auspicato la “fine dello Stato ebraico” nella stessa misura in cui gli Stati Uniti, o chi per loro, potevano auspicare la “fine dell’Unione sovietica”, inteso come regime e sistema di organizzazione statuale del potere (nel caso di Israele, uno Stato etnocratico), e non certo la fine dei russi. Il sostegno a gruppi che autonomamente hanno in diversi casi fatto ricorso a metodi terroristici, riflette anzitutto una disparità di fondo, per la quale quegli stessi gruppi - ieri socialisti, oggi islamisti, domani chissà - utilizzano gli strumenti che di norma rimangono a disposizione della parte più debole, nonché attore non statale, e priva cioè di un Esercito, di fronte a quello israeliano, il cui budget militare annuale è mediamente dieci volte - grazie al regolare sostegno americano - anche quello iraniano stesso.
Mutatis mutandis, la retorica quarantennale del “morte all’America”, agitata in ultimo dallo stesso Pete Hegseth come la “prova” della minaccia posta dall’Iran agli Stati Uniti, ad uno sguardo intellettualmente onesto descrive una postura “anti imperialista”, o più precisamente una diffidenza strutturale verso la politica estera di Washington, che, sempre col presupposto permanente di un possibile “regime change”, opera in non meno di una cinquantina di basi militari - tra temporanee e permanenti - attorno o in prossimità dei confini iraniani.
L’ambiguo uso delle parole, tra “destabilizzazione” e terrorismo
Gli Stati Uniti ed Israele utilizzano sovente un verbo - volutamente vago - per descrivere la postura iraniana: destabilizzare. Un termine generico, che evoca caos, turbamento della “stabilità”, appunto, intesa però come placida egemonia israelo-americana. L’altra accusa è quella di essere il “principale finanziatore del terrorismo”. Poco importa se, nella stessa lista dei dieci gruppi terroristici che negli ultimi anni hanno ucciso più persone, pubblicata dal dipartimento di Stato nel 2022, non figuri alcun gruppo legato all’Iran, che anzi, durante lo scorso decennio ha combattuto contro una porzione di essi (in ragione soprattutto della loro ostilità ai musulmani sciiti, maggioritari in Iran), primo fra tutti l’Isis.
Quando la mera capacità diventa “minaccia”
Non c’è mai stata, oggettivamente, una reale “minaccia” iraniana agli Stati Uniti, e tantomeno all’Europa. Ciò è utile ad introdurre un elemento sul quale negli ultimi giorni è stato montato un bizzarro dibattito, con decine di “falchi”, favorevoli alla guerra contro Teheran, che hanno nevroticamente preso ad “impugnare” una sorta di fuorviata profezia autoavverante. Il lancio di due missili balistici verso la base di Diego Garcia, a 4000km dall’Iran, è stato prontamente utilizzato dalla leadership israeliana - Netanyahu in testa - e dai loro accoliti occidentali, come il “sigillo” finale sulla concretezza e credibilità di una “imminente minaccia militare iraniana all’intero Occidente”, se è vero che 4000 km sono sufficienti a raggiungere diversi paesi europei.
Ora, al netto del fatto che questo lancio di missili è tuttora presunto, visto che da un lato gli iraniani - che di solito rivendicano, specie durante questa guerra - hanno negato di aver lanciato alcunché verso la Diego Garcia, e che lo stesso segretario della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato di non poter confermare la paternità di questi missili, diamo pure per scontato che questi lanci siano avvenuti, e che la Repubblica islamica abbia la capacità di colpire a 4000 km dai propri confini.
Non solo è evidente che che non si tratti di una improvvisa aggressione ma di una ritorsione (e non certo verso l’Europa ma su una installazione militare in aperto Oceano), dal momento che Teheran viene quotidianamente bombardata, tanto nelle sue infrastrutture militari, quanto in quelle civili ed energetiche, per tacere dei vari siti Unesco (che lo stesso Trump già nel 2020 aveva minacciato di “distruggere”). Come ha infatti ricordato l’analista iraniano, e naturalizzato svedese, Trita Parsi, nelle relazioni internazionali una “minaccia”, per esser tale, deve contenere due elementi fondamentali, cioè la capacità (di colpire) e l’intenzione (di colpire).
Il semplice fatto di avere la capacità non è sufficiente a qualificare una minaccia, altrimenti sarebbe del tutto evidente come gli Stati uniti, o chi per loro, dovrebbero bombardare ogni singolo paese - e sono abbastanza - in possesso dei mezzi per colpire un dato punto del Globo. Ci vuole, appunto, anche l’intenzione, e sarebbe semmai politicamente rilevante il fatto che l’Iran, pur in eventuale possesso della capacità di colpire l’Europa (oltre che Israele), in quasi 50 anni non abbia mai colpito né manifestato intenzione di colpirla - a dire il vero nemmeno di colpire Israele, fino a quando non è stata attaccata.
La logica securitaria israeliana che diventa dottrina occidentale
Questo genere di approccio alla sicurezza internazionale è, come si vede, assurdo da una prospettiva europea, oltre che americana - poiché sembra adottare pedissequamente la postura e le percezioni israeliane. Lo è, appunto, meno per Israele, che per dottrina - basata sulla permanente diffidenza verso tutti i paesi della regione in cui si è collocato - ha sempre considerato la mera capacità altrui come una minaccia, nella convinzione che, prima o poi, qualunque paese in possesso di essa intenda distruggerlo.
L’ultima volta o si è visto due anni fa in Siria: all’indomani della presa del potere da parte di attori che si dichiaravano peraltro ostili al comune nemico costituito da Hezbollah in Libano, Tel aviv ha bombardato a tappeto, e senza alcuna giustificazione, ogni singola installazione militare siriana. L’idea, strutturalmente insostenibile, è quella di risiedere e prosperare in una regione composta unicamente da Stati vassalli, sottomessi, oppure da Stati demilitarizzati e falliti, meglio ancora se territorialmente frammentati (in quest’ottica si può leggere il sostegno ai drusi del sud della Siria, così come quello, proclamato, ai curdi iraniani).
Il costo della guerra e l’asimmetria
Si è poi parlato moltissimo dei costi di questa guerra, sia per l’Iran che per il duo israelo-americano, e di riflesso per i paesi del Golfo e per quelli europei. L’Iran, alle prese con un conflitto che ha assunto un carattere meramente esistenziale, è nella posizione di aver sempre meno da perdere, accompagnata da un rapporto costi-benefici per molti versi favorevole: a parte la carta negoziale dello Stretto di Hormuz - dal quale mentre scriviamo passano solo le navi indiane e cinesi -, basti pensare che lo sforzo bellico iraniano è infinitamente meno dispendioso di quello israelo-statunitense: solo nelle prime due settimane di guerra - prima degli strikes iraniani più violenti - abbiamo assistito alla distruzione di un radar americano in Qatar (dal costo di un miliardo di dollari) da parte di un drone iraniano che avrebbe un costo compreso tra i 6 ed i 20 mila dollari, e più in generale, secondo la Bbc, a danni per oltre 800 milioni di dollari (altre stime, perlopiù turche, parlano di oltre 2 miliardi) nelle varie basi americane della regione, escludendo quindi quelli in Israele.
Il quadro è ancora più problematico nel rapporto tra missili iraniani ed intercettori israelo-americani. Un singolo intercettore Thaad costa circa 13 milioni di dollari: la Lockheed Martin ne produce meno di 100 ogni anno (pur avendo recentemente promesso di aumentare del 300% questa produzione), laddove, secondo stime israeliane, i missili iraniani (che si aggiungono agli economici droni, che vanno intercettati a loro volta) hanno un costo compreso tra 1 e 2 milioni e vengono prodotti nell’ordine di varie centinaia fino a mille in un solo mese (al netto dei recenti bombardamenti su impianti di produzione).
La normalizzazione dell’abuso
Va infine dedicata una riflessione ad alcuni aspetti che coinvolgono a vario titolo e in varie misure delle figure civili, e che flirtano con il concetto di istituzionalizzazione dell’abuso di potere e normalizzazione del terrorismo statuale. Nell’ultimo anno, a parte la Relatrice speciale Onu sui Territori occupati Francesca Albanese, gli Stati uniti hanno sottoposto a sanzioni - di un livello paragonabile a quelle imposte a persone sospettate di terrorismo - non meno di 12 giudici, pubblici ministeri, esperti giuridici, tutti collegati a vario titolo alla Corte Penale Internazionale.
L’ultimo in ordine di tempo è il giudice francese Nicolas Gouyou, che ha denunciato su X tra le altre cose di essersi visto bloccare tutti i conti bancari e le proprie carte di credito. Un aspetto accomuna questi giudici: aver chiesto l’arresto e/o il perseguimento legale di responsabili di crimini di guerra e di reiterate violazioni del diritto internazionale, come le autorità israeliane, Netanyahu in testa.
Dalla Libano a Gaza: la distopica ridefinizione dei bersagli
Tutto questo, tuttavia, sembra uscire ridimensionato dal paragone con alcune pratiche, tanto americane quanto israeliane, consolidatesi negli ultimi due anni, perlopiù nel silenzio o nell’assenso implicito (o esplicito) della totalità dei media occidentali. Potremmo individuare l’inizio di queste pratiche con le operazioni del Mossad in Libano del settembre 2024, quelle dei “cercapersone”. Descritte e talvolta celebrate dai media come raffinate operazioni anti terrorismo, è necessario chiarire una volta per tutte di cosa si è trattato: esplosioni improvvise di devices nella disponibilità di affiliati a vario titolo ad Hezbollah - e con questo si intende anche vigilantes, insegnanti, operatori sanitari, impiegati nei vari enti civili legati al partito di Dio, oltre ai combattenti, tutti però al di fuori del campo di battaglia -, provocate mentre questi ultimi si trovavano in affollati luoghi pubblici, come il supermercato, una banca, a scuola, in ospedale, in moto nel traffico, soli o in compagnia di mogli o figli (diversi i bambini sfigurati, due quelli uccisi). Secondo il diritto internazionale, colpire combattenti non attivi, ancor più se lontani fisicamente dal fronte, è un crimine. In realtà, poi, Israele nei giorni immediatamente precedenti aveva anche bombardato il sud di Beirut durante il funerale del comandante di Hezbollah Fouad Shukr.
Forse galvanizzati dal plauso di gran parte degli osservatori, o forse no, Tel aviv ha poi proseguito sulla stessa china. Oltre ai bombardamenti su “depositi di contanti” nella disponibilità dell’agenzia di microcredito “Al Qard Al Hassan” (da quando i contanti costituiscono una minaccia e da quando si possono distruggere palazzi interi in aree urbane per polverizzarli?), e ad un successivo ed analogo attentato tramite la compromissione di una serie di walkie talkie in aree urbane densamente abitate, ed in possesso di persone che non stavano in alcun modo combattendo, balza alla memoria quanto accaduto - e soprattutto affermato dalle autorità israeliane - durante gli ultimi scambi di prigionieri avvenuti a Gaza.
Se il festeggiamento diventa una minaccia
A margine del penultimo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, salutato a Gaza con festeggiamenti e rivendicazione di una vittorie politica, le autorità israeliane non si sono fatte alcun problema a minacciare bombardamenti “in caso di nuove celebrazioni”. E’ comprensibile percepire queste ultime come uno smacco ma in che momento si è iniziato a considerare legittimo uccidere qualcuno per il solo fatto che afferma di aver ottenuto una vittoria politica contro di te?
La guerra al giornalismo
I palestinesi, poi, si sarebbero abituati più di tutti all’assassinio politico - con l’omicidio del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, a Teheran - e alla guerra di Israele al giornalismo stesso. Non solo e non tanto per il noto divieto di accesso a Gaza alla stampa indipendente, quanto per gli oltre 300 giornalisti gazawi uccisi nel corso di un anno e mezzo. Nel complesso tentativo - grazie a dosi enormi di propaganda e bugie oggettive - di presentare questi ultimi come dei “finti giornalisti, in realtà combattenti di Hamas” (qui ne ho scritto estensivamente), varie volte i portavoce delle IDF hanno involontariamente finito per ammettere di aver assassinato persone assolutamente innocue, accusate di essere “propagandisti di Hamas”. Ammesso e non concesso che ricevessero financo un compenso per realizzare video di propaganda, da quando è legittimo uccidere chi fa propaganda, e non pone alcuna minaccia?
La guerra al giornalismo, ma forse dovremmo più in generale dire la guerra alla verità, è poi proseguita in Libano, con l’uccisione di Essam Abdallah della Reuters, nonché i casi di Farah Omar e Rabih Al Maamari di Al Mayadeen, uccisi in un bombardamento a fine novembre 2023 nei pressi di Yaroun (sud del Libano), e degli ultimi giornalisti assassinati in Libano lo scorso 24 ottobre.
Wissam Qassam, Mohammad Rida e Ghassan Najar sono stati uccisi di notte, mentre dormivano in una residenza temporanea per giornalisti nel sud del Libano. I tre lavoravano per due emittenti che sostengono apertamente la narrativa di Hezbollah, cioè la Al Manar e la citata Al Mayadeen, emittente di respiro regionale, sempre in prima linea nella copertura dei conflitti. Il loro triplice assassinio avviene senza nessun avvertimento prima del bombardamento, e dopo che secondo la stessa Bbc i tre avevano, nel pomeriggio precedente, fornito tutte le informazioni necessarie - sulla loro collocazione, sui movimenti e sui tempi - alle truppe UNIFIL, che le avrebbero passate poi allo stesso esercito israeliano. Nei giorni scorsi è stato ucciso il famoso presentatore televisivo di Al Manar - affiliata ad Hezbollah - Mohammad Sherri, così come alla fine dello scorso mese di gennaio era stato ucciso un altro anchorman di Al Manar, Nour al Din, che peraltro si occupava unicamente di programmi a carattere religioso.
Tel aviv, in modo sempre meno velato, ha preso a considerare i giornalisti “solidali alla causa palestinese” - o anche, in qualche modo, al ruolo di Hamas, di Hezbollah o dell’Iran- come degli obiettivi militari, costruendo delle pericolosissime equivalenze - come detto, assorbite dai media occidentali, che nel raccontare l’assassinio dei tre citati sopra hanno sentito l’urgenza di segnalarne l’orientamento politico, l’appartenenza a canali “legati ad Hezbollah”, come se ciò li rendesse un po’ meno giornalisti di tutti gli altri. Ciò, va ribadito, è ovviamente vietato dal diritto bellico e internazionale, secondo il quale nel corso di una guerra è possibile considerare obiettivi legittimi soltanto coloro che prendono parte alle ostilità.
L’estensione del modello all’Iran
In Iran, forse nella pretesa quasi cinematografica di “distruggere” un regime stratificato e complesso, come se fosse un mostro all’ultimo livello di un divertente videogame, si è seguito uno schema simile: non solo comandanti e generali, uccisi nelle loro case come la Guida Suprema Ali Khamenei, ma soprattutto scienziati, rettori universitari, ministri e politici vari - come Ali Larijani -, oltre alle emittenti televisive. L’ufficio della IRIB era stato bombardato già lo scorso giugno, durante la guerra dei 12 giorni, con tanto di rivendicazione dello “strike sui centri di propaganda del regime”. Il mondo - o forse solo quella nota come “minoranza globale”, costituita da Usa e una parte consistente dell’Europa - sembra aver accettato un tale distopico modo di procedere.
Il paradosso finale
Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà, e se i negoziati improvvisamente reclamizzati da Trump, ma smentiti dall’Iran, produrranno qualcosa di sensato, oltre al precario “rinvio di cinque giorni ai bombadamenti sulle centrali elettriche”, o se invece si tratta dell’ennesimo bluff di Trump, che nel parlare di colloqui ha voluto banalmente rassicurare i mercati, in attesa che chiudano nuovamente, venerdì pomeriggio.
Un aspetto appare certo: se l’obiettivo finale vuole essere la fine del regime, quella percorsa finora è la via più comoda per produrne il rafforzamento, per fermentare nel paese la convinzione che una bomba atomica prima o poi sia l’unico reale deterrente a nuove aggressioni, e per escludere ogni forma di “resa” tanto auspicata a Washington, che da par sua non esclude un intervento terrestre dalle conseguenze potenzialmente disastrose, fosse anche solo per la dimensione per la morfologia del territorio iraniano.
Chi ha già combattuto, e oggi combatte di nuovo una guerra esistenziale, non attende altro che la possibilità di rendere più costosa l’aggressione del nemico e dei suoi alleati, sia da un punto di vista economico che umano. L’obiettivo di Teheran è chiaro: sopravvivere, mantenere la propria sovranità e se possibile una influenza ed una capacità sul piano regionale che siano commisurate alla propria dimensione storica, economica, culturale e geografica. Si può dire lo stesso per la coalizione israelo americana?




